Sardegna, febbraio 2019: inizia uno sciopero durissimo dei pastori isolani che non conferiscono più il latte ovino da loro munto agli industriali, i «trasformatori» che detengono il monopolio del mercato caseario.
I pastori chiedono che il loro latte venga pagato almeno 1 euro a litro, cioè almeno quanto costa produrlo.
È uno sciopero durissimo, il più violento nella storia delle lotte dei pastori sardi.

John Clarke – coniugando l’analisi sociologica con l’approccio etnografico del life style e dell’oral history – in questo libro racconta il gioco del calcio, e il problema della violenza negli stadi. Attraverso un’analisi comportamentale, in cui si privilegia la dimensione collettiva e di classe, l’autore descrive i princìpi di questo sport e i suoi interpreti sociali a partire dall’epoca vittoriana.


Il libro ricostruisce uno spaccato di storia italiana contemporanea che nella seconda metà degli anni Settanta fu caratterizzato dalla crisi e poi dalla dissoluzione di quei gruppi della nuova sinistra extraparlamentare animati da una progettualità dichiaratamente rivoluzionaria. Nello specifico, la narrazione si concentra sull’esperienza di Lotta continua, la cui genesi avvenne a Torino nel pieno delle lotte operaie dell’«autunno caldo», lotte alle quali si affiancarono le componenti studentesche sessantottine più politicizzate e combattive.


Undici riflessioni unite da un unico filo rosso che unisce indignazione etica e analisi socio-politica. Undici brevi riflessioni etiche su questioni di fondamentale attualità: la città e le sofferenze individuali e collettive che la attraversano; la salute e i suoi determinanti sociali; i fenomeni migratori e le contraddizioni che portano; l’insofferenza per un presente rancoroso e la speranza in un futuro più umano.

Kritik

«L’attacc0 va minuziosamente preparato

non più dominanti e dominati ma forza contro forza

si può sentire lo strappo sonoro

scorrere il sangue la nuova vita che arriva»

LE PROSSIME USCITE

«Manifesto per un’Europa egualitaria. Come evitare la catastrofe» (quinta parte)

La resistenza sociale:
definizione di un’alternativa

Di fronte a questi sviluppi, non sorprende che la richiesta di configurazioni sociali alternative sia ancora molto forte. Sempre più persone si rendono conto del nesso tra venir meno dei diritti politici e progressivo peggioramento delle condizioni di esistenza. Sono obbligati a un difficile processo di adattamento e di comprensione. Per anni hanno creduto di poter proteggere la famiglia dalla miseria lavorando sempre più duramente e sempre più a lungo, tornando all’orizzonte della sopravvivenza. Hanno seguito le tentazioni dei media, le false promesse di politici populisti, di banche e compagnie di assicurazione, propagatesi come un cancro, che le hanno convinte di poter compensare la perdita della sicurezza di un lavoro e di garanzie sociali con una capacità di risparmio sempre maggiore e forme di credito a buon mercato. Illusioni che si sono disintegrate come una bolla di sapone.
Ma come andare oltre queste illusioni? Chi sono i nuovi soggetti sociali che abbandonano il capitalismo ultraliberista e si associano per autogestirsi la vita? E cosa occorre fare per sradicare anzitutto il lavoro subordinato, riappropriarsi dei beni comuni privatizzati e salvaguardare la democrazia rappresentativa dalla totale distruzione e, infine, per passare a una democrazia diretta che utilizzi strumenti credibili? Nelle pagine seguenti proveremo a formulare alcune proposte. Ma prima occorre rispondere alla domanda su quali siano i soggetti storici in grado di promuovere questi cambiamenti radicali.

Il nuovo multiverso delle classi subalterne

Questo è chiaro: il classico soggetto storico della sinistra tradizionale, la classe operaia industriale, non è più la protagonista principale e predominante. A ben guardare, peraltro, la classe operaia ha ricoperto questo ruolo soltanto nei centri sviluppati del sistema mondiale e soltanto per qualche decennio. Ma dagli anni Settanta anche nei centri all’apice dello sviluppo – così come in Europa – la classe lavoratrice si è frantumata. Con la decentralizzazione del sistema industriale e l’esplosione del settore dei servizi, ha perso il proprio potere di opposizione, il controllo su rapporti di lavoro patriarcali e la conseguente forza di rappresentazione politica. I complessi di fabbrica, altamente automatizzati, e i poli della logistica sono in parte privi di presenza umana e sono affidati a un nucleo di manodopera selezionata. Vengono gestiti da enormi reti di fornitori, dove i rapporti di lavoro «atipici» di un tempo – contratti a tempo determinato, collaborazioni occasionali, mini-job, lavoro autonomo – sono diventati la norma. Inoltre, a questa sfera altamente frammentata della produzione e della distribuzione di merci si sovrappongono le nuove professioni del sapere, della rete, dei servizi, che a seguito della privatizzazione dell’infrastruttura pubblica sono cresciute enormemente. Soppiantando i classici capisaldi del lavoro produttore di valore. E poiché anche in questo campo dominano rapporti di lavoro privi di tutele sociali, a tempo determinato e a bassa retribuzione, la classica «giornata lavorativa» è finita nel dimenticatoio. La tradizionale classe di lavoratori salariati si è dissolta in un nuovo e sfaccettato conglomerato di lavori dipendenti, in cui si mischiano regimi orari, tecniche di sfruttamento e forme retributive tra le più diverse.
Allo stesso tempo, questo nuovo multiverso di classi e fasce di lavoratori continua a espandersi e coinvolge sempre più strati sociali. Scendendo verso il basso, incontriamo la nuova povertà di massa, che include chi ha perso il lavoro, chi vive da tempo nella disoccupazione, chi è dotato di qualifiche ormai prive di valore, chi riceve una pensione sociale e i migranti sans papiers. Salendo invece nella scala, troviamo i lavoratori del sapere precari, nel sempre più ampio segmento del ceto medio: insegnanti, giornalisti, avvocati, medici, scienziati, informatici, ingegneri, architetti e artisti. Tra questi due poli sta l’ampio spettro dei precari in senso stretto, che si estende dai lavoratori più poveri e poco qualificati fino agli apparentemente liberi professionisti impiegati a contratto. Un ruolo particolare è quello del personale delle ditte multinazionali. Questi lavoratori sono concentrati soprattutto nei settori dell’esportazione e rappresentano gli ultimi relitti dell’epoca fordista. Poiché tuttavia operano nel settore più importante del modello economico neomercantilista, spesso, in sinergia con i sindacati – ma di certo non sempre –, sono riusciti a ostacolare la precarizzazione delle loro condizioni di lavoro e di vita. A ogni modo, la prospettiva del declino sociale non è mai esclusa: la reazione sono meccanismi di paura, adattamento, marginalizzazione. Questo li rende, insieme ai rappresentanti degli interessi corporativi della loro azienda, un fattore di ritardo delle lotte operaie odierne.

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