Un brindisi per Daddo

 

Il 17 febbraio di quest’anno ci lasciava Daddo (Leonardo Fortuna), tra i fondatori della nostra casa editrice. Il testo che segue è stato scritto in occasione di un incontro a lui dedicato che si terrà il 9 giugno alle ore 19.00 presso la Casetta Rossa in Garbatella (via Magnaghi 14), a Roma.

Gli amici di Daddo


Tra le tante immagini del Settantasette – le ragazze in cerchio con le gonne a fiori o con le mani giunte a simbolo che rivendicano il loro percorso femminista, i corpi nudi che ballano a Parco Lambro, gli esperimenti teatrali nelle piazze di Bologna, la cacciata di Lama dalla Sapienza dove era arrivato col suo manesco servizio d’ordine, le autoblindo di Kossiga e i suoi poliziotti travestiti, la faccia pulita di Giorgiana Masi,  i passamontagna calati sul volto e le mani a mimare le P38, i funerali di Francesco Lorusso, gli indiani metropolitani, le copertine della casa editrice Savelli, i  fucili sotto l’Assolombarda a Milano – c’è la sequenza fotografica di Tano D’Amico con Paolo e Daddo, feriti, che cercano di andare via da piazza Indipendenza dove qualche poliziotto ha scatenato l’inferno. È il 2 febbraio. Erano armati, Paolo e Daddo.

Ma – hai voglia a dargli addosso – anche questo fa parte del Settantasette. Che è una coperta così larga, così generosa che ciascuno ora può tirarsela dalla parte che vuole. Così tante cose furono fatte, furono dette, furono gridate, furono pensate, furono immaginate che possiamo starci una vita a tirare di qua e di là, ce n’è per tutti se ne hai voglia. «Paolo e Daddo liberi», si gridò e si rivendicò. Per mesi. Si scrisse sui muri di Roma: ancora qualche anno fa, una scritta stinta dalle parti di piazza Navona lo ricordava. Un graffito scorticato dal tempo, un reperto archeologico ormai, quasi un bassorilievo imperiale o una tavoletta d’epoca repubblicana. O quelle piccole lapidi dell’illuminato Settecento che ancora si trovano incastonate qui e là e intimano a non sporcare le strade, inascoltate da secoli.

Perché il Settantasette è ormai un tempo che fu, è storia. Incastonata qui e là, inascoltata. Quello straordinario movimento pose domande che sono rimaste: le trasformazioni del lavoro dopo la fabbrica fordista, la crisi della democrazia, le forme in cui si affacciavano alla questione del potere nuovi soggetti sociali non rappresentati, la forza costituzionale di un’onda di protesta sociale, la necessità di nuove istituzioni. Domande che stanno ancora qui e ora. Tocca ai nuovi movimenti, alle nuove forme della lotta politica trovare le loro risposte. A noi tocca invece ricordare i nostri compagni, i nostri amici. Come Daddo.  Daddo se ne è andato il 17 febbraio di quest’anno. Febbraio doveva essere il suo mese più crudele. Non sono neanche quattro mesi. Un po’ poco per elaborare la sua uscita di scena.

Il 9 giugno alla Casetta Rossa in Garbatella (Via Magnaghi 14), alle 19.00, brinderemo tutti con lui. Ricorderemo Daddo attraverso quelli che più da vicino hanno vissuto con lui l’impegno al “manifesto”, l’inizio della casa editrice DeriveApprodi, l’esperienza della rivista “accattone”, e altro ancora. Racconti. Proietteremo un filmato con immagini e suoni di repertorio di quella storia; interviste a chi lo ha conosciuto e a chi ne ha sentito parlare. Immagini, canzoni e musica. Non è una legge di natura avere affetto della propria giovinezza. È successo ai nostri padri, che ricordavano con orrore la guerra o la povertà, e forse succederà ai nostri figli o magari no. La nostra ha avuto la forma di un sommovimento politico collettivo. Ce ne è rimasta tenerezza. E tante moleste abitudini. Non è propriamente solo nostra la colpa. Tanto più che noi per primi non abbiamo alcuna indulgenza. Solo che non ci piace andare via alla spicciolata, non lo facevamo mai ai cortei o durante gli scontri, e queste cose ti rimangono quando le impari da piccolo.

È buffo ricordarlo adesso, ma Daddo ti chiamava ogni compleanno, che neppure tua madre o tua moglie se lo ricorda più. Lui, invece, aveva la sua agenda, con tutti I giorni segnati, di questo e di quello, e implacabile ti faceva i suoi auguri. Era un filo. Sottile e resistente. Ci vediamo il 9 giugno. Ah, Daddo non potrà venire; è rimasto a Ventotene, col suo mare. Ma ci saluta e vi aspetta. E brinda assieme a noi.