Un chianti classico per l’editoria

Immaginiamo di essere sull’autobus romano n. 75, quello che in 45 minuti va da piazza Indipendenza a Monteverde, sono le 8 del mattino, è un luglio anomalo perché non fa caldo, ma la città è già semivuota per le partenze estive. Immaginiamo di comprare un quotidiano importante, di aprirlo e di iniziare a leggerlo alle pagine culturali soddisfatti di aver trovato un posto a sedere. Il giorno prima è stato avviato un dibattito, sulla «crisi delle enoteche», perché c’è la forte impressione che il vino venga bevuto sempre meno, ormai se ne consuma anche meno di una bottiglia procapite all’anno (sopra i 16 anni). I piccoli vignaioli stentano a portare avanti il loro lavoro, perché a imporsi sul mercato sono i grandi produttori, quelli che riescono ad avere una presenza maggiore, ad abbassare i prezzi e che fanno un vino «più vendibile» con un gusto più omologato e quindi più facile. Immaginiamo di leggere, su questo importante quotidiano, un’affermazione del presidente delle enoteche italiane che suoni più o meno così: le enoteche italiane sono in crisi perché sono sommerse da centinaia e centinaia di piccole etichette che propongono troppi vini diversi; sarebbe ora di smetterla di produrre tutti questi chianti classici di cui nessuno sente la necessità; basterebbe produrre molte meno varietà e ciascuna in molte più bottiglie… Immaginiamo che quello seduto sull’autobus che legge sia un piccolo vignaiolo, uno che fa poche bottiglie e che non è affatto affermato sul mercato del consumo di massa; fa un suo chianti classico anche se ce ne sono già tanti ed è convinto che sia del tutto diverso da quello degli altri e c’è pure, tra i bevitori, chi lo apprezza. Ebbene, questo vignaiolo sull’autobus 75 a Roma nel bel mezzo di una mancata calura estiva come dovrebbe sentirsi di fronte all’osservazione del presidente italiano enoteche? Di fronte a qualcuno che in qualche modo gli sta consigliando di sparire, di andare a fare dell’altro, magari l’editore?

Ecco, quando ho letto il virgolettato di Pisanti contenuto nell’articolo di Loredana Lipperini su «Repubblica» il 19 luglio scorso, mi sono sentita come questo ipotetico vignaiolo: feccia. L’affermazione di Pisanti era così assurda e offensiva nei confronti di un’intera categoria di «imprenditori culturali» che ho pensato di non aver capito, colta da sconcerto. Quando ho davvero preso nota di dove si aprissero e chiudessero le virgolette, ho pensato fosse giusto rispondere, testimoniare un dissenso anche nel risvolto presuntamente «oggettivo» di quell’affermazione: le librerie sono intasate dai piccoli editori che non vendono e la crisi del libro grossomodo sta qui.

Poi, però, ho anche pensato che gli interventi dei piccoli editori sembrano spesso avere quel tono lamentoso di chi si sente escluso, di chi rivendica una centralità che non riesce a conquistarsi da solo, di chi vuole un aiuto, una tutela, un diritto a esistere perché in fondo non sa fare bene il proprio mestiere. È spesso così che vengono intese le denunce degli editori indipendenti, come la richiesta di un assistenzialismo (ohibò) che consenta loro di vivere anche a prescindere da ciò che decide il mercato. E in genere la reazione di chi legge è più o meno la seguente: col mercato fanno i conti tutti carino e non si vede perché i libri debbano fare eccezione.

Per evitare di cadere in questo tranello retorico – ah, ecco l’ennesimo editore che vorrebbe solo due lire per campare ­– ho pensato che una «campagna» provocatoria e dai toni paradossali fosse più efficace. Se sul sito della casa editrice DeriveApprodi, di cui sono la subdirettora, avessimo pubblicato un intervento con tanto di cifre e analisi per dimostrare che la crisi delle librerie, del sistema culturale, della lettura fa tutt’uno con la «crisi economica», con un modello monopolistico di tipo berlusconiano, con la riforma dell’università già Berlinguer poi Moratti poi Gelmini, con i tagli alle risorse culturali e alle biblioteche, con l’idea che né i libri né la cultura siano un bene comune, ecco se sul sito avessimo scritto e argomentato tutto questo credo che in pochi se ne sarebbero accorti (solo gli estimatori del nostro chianti classico per intenderci). Il nostro intervento aveva con tutta evidenza il tono acido della provocazione e come ogni bravo giornalista sa, e Loredana Lipperini meglio di molti altri, occorreva semplicemente un incipit. Non volevamo in alcun modo denigrare il lavoro di Loredana Lipperini, che sappiamo essere giornalista attenta alle trasformazioni del mondo editoriale tutto, e questo da diversi anni. Volevamo però testimoniare il nostro fortissimo disagio di fronte ai contenuti di un’affermazione riportata sul giornale per il quale la Lipperini scrive. Come potevamo sentirci in quanto editori che da anni portano avanti un lavoro di ricerca (a volte anche con vantaggio dei grandi editori), senza alcuna sovvenzione o pubblico contributo, un lavoro basato sul nostro auto sfruttamento e sulla nostra precarietà e sul nostro rischio, di fronte a qualcuno che definisce i nostri libri «inutili»? Alla stregua di ciò che dice Pisanti, dovremmo quindi pensare, ad esempio, che la nostra ripubblicazione della traduzione dell’Odissea di Omero per mano del poeta e critico d’arte Emilio Villa sia stata «inutile»? O persino che l’editoria italiana vivrebbe una migliore condizione se avessimo rinunciato a ripubblicare quella storica – e per noi fondamentale – traduzione dell’Odissea? E pensare che avevamo persino immaginato di pubblicare la ritraduzione dell’Antico Testamento fatta proprio da questo grandissimo studioso di lingue semitiche. Cosa risponderebbe Pisanti? che non serve perché c’è già la Bibbia della Cei?

Ci spiace sinceramente se Loredana Lipperini non ha colto il risvolto volutamente tagliente di una risposta piccata, che non era in alcun modo rivolta a lei. Del resto lei stessa sa che il dibattito sulla crisi del libro è solo all’inizio, come è solo all’inizio quel processo di concentrazione della filiera di vendita del libro che porterà tutta l’editoria indipendente ad avere una posizione di mercato sempre più marginale. Si tratta di un processo avviato da tempo, che oggi subisce un’improvvisa accelerazione anche in relazione alla «crisi», anche di fronte a una ristrutturazione del mercato del libro nel quale a contare sono i manager e i buyers.

C’è chi da anni denuncia il processo in corso: basti vedere la riflessione di Alfredo Salsano (scomparso direttore editoriale di Bollati Boringhieri, quando la casa editrice era indipendente) e la sua proposta di un circuito Slowbook; o gli articoli di Marco Bascetta (direttore editoriale della manifestolibri) di denuncia del «monopolio di fatto» dell’editoria italiana; o il progetto di «filiera corta» dell’associazione criticalbook di cui DeriveAprodi è un animatore… Da anni singoli o piccoli gruppi di editori denunciano un mercato del libro che favorisce le concentrazioni, un mercato dopato dalle rese e dalle fatturazioni; denunciano la moria delle librerie indipendenti e la necessità di immaginare forme di difesa dell’editoria di ricerca e di progetto; denunciano i tagli alle risorse per la cultura in generale e le biblioteche – comunali, scolastiche, universitarie – in particolare; denunciano le continue richieste di sovrasconti da parte delle catene di librerie, che finiscono con lo strozzare l’editore lasciandogli meno del 40% del prezzo di copertina di un libro…

Di tutto questo si continuerà a parlare, forse anche con la consapevolezza che per molti editori in gioco c’è la loro sopravvivenza. Prima di darsi all’agricoltura, gli si vorrà perdonare la voglia di non darla vinta (almeno a parole).

Ilaria Bussoni

Altri interventi di questo dibattito sul blog di Loredana Lipperini: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/26/altri-appunti/comment-page-1/#comment-202881