Manifesto per i sessantenni

Noi siamo gli ultimi. Lo siamo sempre stati, e nemmeno lo sapevamo. Eravamo gli ultimi nel ’68, quando, ragazzi, ci gettavamo all’assalto di tutto, anche solo nei nostri paesini, anche solo nel pensiero. Gli ultimi nel ’77, quando il futuro ci collassò addosso. Gli ultimi negli Ottanta, chiusi dentro, gli ultimi, nei Novanta, nei Duemila…
Dopo di noi, il lavoro sarà tutta un’altra cosa. Dopo di noi, non ci sarà più pensione. Dopo di noi il nulla. Di tutte le cose che siamo stati, il punk e’ l’unica che ci e’ davvero rimasta addosso, che lo vogliamo o no. Noi siamo i sessantenni, e non siamo ancora finiti. Ragioniamo. Quando eravamo giovani, i ribelli eravamo noi. Perché? Perché eravamo studenti, c’era il boom e il tempo e i soldi non mancavano. E se mancavano gli ultimi, il primo sopperiva ai bisogni. Divoravamo libri, riviste, discussioni. Anche senza internet, sapevamo tutto. E poi, dopo di noi, il mondo ci è crollato dietro, come nei film i ponti in fiamme dietro i fuggiaschi. E così i giovani, adesso, la ribellione hanno dovuto ingoiarsela. Fanno manifestazioni, scrivono slogan eccetera. Ma non vogliono cambiare la vita. Vogliono salvarsi il culo. I giovani, da sempre la parte ribelle e innovatrice della società, oggi non ne sono che l’ombra cupa e depressa, l’anima ansiosa e in panico. Se contiamo su di loro soltanto, sulla loro energia che ogni giorno sempre più è divorata dalle pressioni del lavoro e dai gorghi del futuro, possiamo stare certi che ogni Cassandra avrà la sua parte di gloria.
E allora chi resta? Se i giovani sono scimmie al guinzaglio, chi resta?
Restano gli ultimi.
Restiamo noi.
Guardiamoci in faccia. Come allora, più di allora, abbiamo tempo e soldi. Di tempo ce n’è a dismisura. Lo chiamano pensione. Di soldi ce ne sono pochi, ma pur sempre abbastanza. Lo chiamano pensione. Dicono che noi siamo gli ultimi a godercela. Bene, e allora noi questa pensione ce la prendiamo, ma la terremo in mano come un martello. Abbiamo venti, trent’anni di vita davanti. Abbiamo il cervello buono, ricco. Abbiamo ancora le mani per costruire e i pugni per distruggere.
Guardiamoci l’un l’altro. Hai sessant’anni, hai passato la vita a fare l’insegnante, hai pagato un mutuo e hai una casetta di proprietà? Bene, tuo figlio, non avrà niente di tutto questo. Il mutuo gli mangerà i reni. La pensione la passerà in ospizio con cervello bollito. Ma non angosciarti pensando a tuo figlio. Guarda più in là. Pensa a cosa potresti fare con quella tua casetta, coi soldi della liquidazione, con la tua pensione. Ma soprattutto col tuo cervello, ancora agile, con quello che hai imparato, le persone che hai conosciuto, i sogni che hai coltivato. Con il tuo tempo. L’ultimo rimasto. Hai capito bene. Adesso puoi fare tutto quello che quando avevi vent’anni non sei riuscito a fare. A quei tempi ti avevano detto che avevi perso, che avevi messo la testa a posto perché avevi troppo da perdere, perché non avevi i mezzi, perché eri preso per la gola. Ma adesso non è più così. Da perdere hai soltanto la noia, da bruciare hai tutta la vecchiaia. Di paura ne è rimasta poca, e se un tempo dicevamo che era meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine, adesso non ci è rimasta che la fine spaventosa. Tanto vale andare a incontrarla tra le fiamme! Cosa farai dei tuoi pomeriggi da pensionato? Tu, l’ultimo privilegiato, che ti liberi dal lavoro quando sei ancora abile, che ti ritrovi con la tua vita di nuovo in mano e un assegno mensile che ti copre. Lascerai che la tua seconda vita sia la più insopportabile? Ci sono legioni di morti che non sanno di esserlo. Non diventare uno di loro.
Torna a casa, metti insieme tutte le cose che non ti servono e vendile. Torna a casa, prendi la maniglia della stanza degli ospiti e spaccala. La tua casetta, aprila. Vai a cercare gli altri pensionati. Quelli che un tempo avevano il passamontagna in testa, quelli che un tempo sognavano la California, quelli che un tempo, in fabbrica, spaccavano le macchine. Ma anche quelli che tutta la vita l’hanno ricevuta addosso come una pioggia acida, che si sono bruciati, che hanno dipinto la rabbia col colore della rassegnazione, per non morire. Riunitevi. Riuniamoci. Nel tempo della fine, la classe rivoluzionaria siamo noi!
Entriamo nelle scuole e raccontiamo ai ragazzi la verità sul lavoro, su come non ci ha lasciato niente se non gli occhi stanchi, se non la rabbia di aver bruciato una vita. Entriamo nelle banche e parliamo con i manager, diciamogli in faccia che anche loro un giorno saranno come noi, solo con meno amici, solo con meno dignità. Entriamo nelle fabbriche, dove gli operai non hanno più l’ossigeno per scioperare, e fermiamo le catene di montaggio coi nostri corpi. Andiamo negli aeroporti da cui deportano i migranti e occupiamo le piste. Andiamo in campagna, dove si allevano gli animali come fossero oggetti, e liberiamoli. Andiamo nei supermercati, usciamo con le nostre carrozzelle piene di merce e regaliamole ai passanti! Accendiamo i computer, spolveriamo le macchine da scrivere e mettiamo su carta tutto quello che abbiamo imparato. Lasciamo una mappa delle nostre vite, così che ci segue non debba perdersi negli stessi labirinti!
E se abbiamo lo spazio, apriamo comuni! Se abbiamo le lettere, scriviamo manifesti! Alle porte dello spavento supremo appenderemo le nostre giacche buone, e della nostra lentezza faremo un ritmo incalzante. Costruiremo con le nostre mani un mondo in cui esiste l’altrove, non il lontano, in cui esiste il tempo, non l’orologio, in cui si mangia, si dorme, si fa l’amore. In cui ci si parla, e non ci si abbaia ordini l’un l’altro. In cui la paura è solo un brivido, che preannuncia il meglio. E che ognuno segua le linee di fuga che più gli si addicono. Chi ha molto da dire, parli! Gli resta la voce, il tempo, e il megafono. Chi ha dita come pistole, tanto livide da sparare da sole, che le scarichi! Il mondo è pieno di torri di vetro in cui i banchieri implorano turbini di fuoco che li portino via, lontano dai loro inferni di antidepressivi e superlavoro. Chi freme di coraggio, che balli la danza della lotta! Le prigioni sono ispide di cancelli che non aspettano che essere tranciati di netto. Le guardie sono un martirio di fucili pronti a esplodere nei magazzini, a migliaia. Chi ha le braccia del muratore, la fantasia dell’architetto, che costruisca le pareti del mondo nuovo! Compriamo la terra, occupiamola! Costruiamo il nido in cui i nostri sogni più liberi potranno prendere forma. E Chi ancora ha l’appetito del viaggiatore del pensiero, che prenda le provviste e si metta in cammino! Ci sono più aerei psichedelici nei cieli di oggi di quanti non ce ne siano mai stati.
Ma viaggiamo insieme, bruciamo insieme, parliamo insieme, balliamo insieme! A sessant’anni non resta che il futuro! Se vogliamo tutto, lo vogliamo adesso. E di noi stessi faremo splendide rovine, maestose come le foreste che ci copriranno. Sulle nostre torri più alte faranno i nidi i falchi, nelle nostre caverne danzeranno il sabba i pipistrelli. E dalle nostre orbite vuote, come in un’alba, si aprirà il mattino che sempre abbiamo sognato. Il futuro dei giovani, di quelli che restano, sarà il nostro trionfo più grande. Il nostro più grande narcisismo.

Federico Campagna

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