Editoriale #3: Ben scavato vecchia talpa!

La storia di DeriveApprodi

Cominciammo a pubblicare questa rivista all’inizio degli anni Novanta per riprendere il filo di una ricerca che nel decennio precedente si era ingarbugliato e perso nelle carceri speciali in cui il potere aveva rinchiuso centinaia di intellettuali. Volevamo riprendere il filo della ricerca autonoma: autonomia della società dal capitale, autonomia del sapere dalla legge del profitto, autonomia della mente e del cuore dall’economia.

Gli anni Novanta sono stati un decennio di straordinaria intensità. Crollato il regime statalista autoritario che aveva abusato del nome di comunismo, l’evoluzione del capitalismo conobbe una svolta straordinaria, che prese nome di globalizzazione. L’intelligenza tecno scientifica, sposata alla creatività e sospinta da intensi flussi di capitale dedicati alla ricerca, dispiegò le tecnologie di teletrasmissione simultanea dell’informazione digitale. Questo rese possibile una nuova forma di sfruttamento deterritorializzato del lavoro, e permise di allargare enormemente il mercato del lavoro, togliendo forza di contrattazione al lavoro operaio occidentale. Un arricchimento straordinario e un impoverimento senza precedenti furono resi possibili, nel tempo, da questa nuova condizione. La conoscenza ampliata senza più limiti spaziali, da una parte. Il lavoro precarizzato, frammentato, ridotto in servitù, dall’altra parte.

Il pensiero sociale si trovò di fronte a una situazione difficile da interpretare secondo le categorie ereditate dal ventesimo secolo. Occorreva qualcuno che cercasse di collocarsi a questo livello. DeriveApprodi nacque per provarci.

Rifiutammo di farci nostalgici difensori della composizione sociale del passato, e delle sue forme di identità e di ideologia. Rifiutammo la nostalgia del comunismo storico. Ma nel far questo ci guardammo bene dal credere nelle illusioni della new economy, che prometteva un’espansione infinta sul piano economico e una nuova felicità nella competizione generalizzata. Cominciammo a studiare le forme emergenti della precarietà e del lavoro cognitivo in rete. Cercammo di affrontare la questione migrante dal punto di vista delle culture post-coloniali e dal punto di vista della composizione del lavoro.

La rivista ebbe fin dall’inizio un pubblico per lo più giovane, intelligente, smaliziato. Il pubblico che veniva fuori dal movimento della pantera, che nel 1990 aveva posto con chiarezza preveggente il problema dell’autonomia della ricerca, e aveva individuato la tendenza pericolosa della politica (di destra e di sinistra) a considerare il campo della conoscenza e della ricerca come un campo riducibile al mercato, alla competizione economica, alla crescita infinita.

La rivista non si lasciò catturare dalla nostalgia degli anni Settanta, ma non accettò il cinismo che dominava nella chiacchiera intellettuale. E alla fine incontrò il movimento che dava forma soggettiva di massa alle intuizioni complesse che avevamo cercato di elaborare. Quando esplose l’insurrezione di Seattle, nel novembre del 1999, ci venne voglia di dire: ben scavato vecchia talpa!

Il movimento cosiddetto no global, che in realtà era un movimento di critica e trasformazione interna alle forme della globalità culturale e tecnica, tentò di rendere possibile una via d’uscita progressiva, egualitaria, umana, dall’agonia del moderno. Quel movimento riuscì a diffondere una consapevolezza ampia del carattere non naturale, non inevitabile del capitalismo, e riuscì perfino a far comprendere che la globalità della rete poteva funzionare come fattore di liberazione e di autorganizzazione autonoma della ricerca. Ma non riuscì a consolidare quella consapevolezza in istituzioni del sapere e dell’agire solidale, perché la guerra ripiombò sul mondo, dopo l’11 settembre del 2001, e iniziò il processo di smantellamento e sottomissione dell’intelletto generale.

Oggi quella rivista ritorna disponibile proprio nel momento in cui un nuovo movimento prende il posto del movimento cosiddetto «no global», o «new global»: si tratta di un movimento che non ha più soltanto carattere morale e non si confronta più con un capitalismo trionfante e aggressivo. Il nuovo movimento che abbiamo visto in piazza il 15 ottobre del 2011 nasce tra le macerie di un sistema in agonia, e porta a emergenza una coscienza che si va diffondendo: sgretolare la dittatura del capitalismo finanziario non è soltanto un problema politico, ma la condizione per un’evoluzione del genere umano che gli permetta di uscire dalla spirale suicida cui il capitalismo l’ha destinata.

16 ottobre 2011

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