La storia di DeriveApprodi

Quando vent’anni fa nasce DeriveApprodi eravamo anagraficamente meno vecchi. Convivevano più nidiate sovversive in quell’avventura. I ventenni con le unghia già graffianti del movimento della Pantera, i trentacinquenni sempre più autonomi del movimento 77 e qualche decano delle storie precedenti. Convivevano tutti nel pentolone messo assieme per forza ciclopica dalla cocciuta volontà del Bianchi recalcitrando non poco, però. Ché pochi esclusi – il Sergio, l’io, il Bifo… – avevano doppia tessera in tasca. Quella tosta dell’identità – il simulacro di un’antica forma partito, l’icona di un qualche collettivo politico o centro sociale, la parentela stretta con qualche sparuta microrganizzazione – e quella spuria di DeriveApprodi, una specie di amante disinibita tenuta come carta jolly per fare le porcate che in famiglia non è lecito fare.

Con le armate di volta in volta cangianti, si confezionava la rivista (e poi i libri della casa editrice, nelle intenzioni e fors’anche nella realtà una rivista all’ennesima potenza) DeriveApprodi, la più importante assemblea di Movimento prodotta in Italia negli ultimi vent’anni.

Chi volesse conoscere le posizioni di una delle tante anime del Movimento italiano può rivolgersi alla relativa parrocchia – se per pura sventura sopravvive ancora; chi invece desiderasse cogliere con uno sguardo il panorama di tutto il Movimento e seguirne le storie, le relazioni, le differenze ontologiche come quelle di lana caprina non può che rivolgersi a DeriveApprodi. Ghigno della storia: DeriveApprodi, per quel carattere di contenitore-assemblea che l’ha contraddistinta, è sempre stata accusata di confusione mentre appare oggi come un elemento di chiarezza.

Come ogni assemblea, DeriveApprodi è stata contemporaneamente rappresentazione – ovvero petulante litania delle posizioni, delle identità e delle rappresentanze costituite- ed espressione, ovvero puntellato universo mai sintetizzabile di teoria politica, di discorsività, di pratica sociale.

Nel suo nome, DeriveApprodi ha indicata la sua programmatica e sublime condanna: luogo di derive, impossibile e inconosciuto luogo di approdo. Sbrindellato ma preciso e ben orientato legno di naufragio, festoso e desiderante, per tutte le derive singolari e collettive dei movimenti che furono, e assenza genetica e congenita di ogni possibile approdo. Ai movimenti è dato solo di naufragare, sempre, ai suoi becchini – le organizzazioni- può esser dato di approdare, solo. Sull’antagonismo tra movimenti e organizzazioni, sull’insopportabilità di ogni aspetto identitario, sul bigottismo coglione di ogni appartenenza si è costruita l’etica e l’estetica di DeriveApprodi. I pezzi migliori della collezione DeriveApprodi sono infatti quelli da cui emerge ciò, non a caso i medesimi nei quali si dà un cortese vaffa alla zavorra – e alle medaglie – del nostro passato. DeriveApprodi è stata una freccia bidirezionale con il cuore – grande, troppo grande – rivolto al passato e la mente – piccola, troppo piccola come lo è sempre la nostra mente – rivolta al futuro.

 

Vent’anni dopo si assiepano alle nostre porte nuovi ventenni che ci chiedono del passato. È un indizio preciso che i loro movimenti non avranno futuro.

Vent’anni dopo molti di noi hanno superato l’età oltre la quale è una vergogna vivere. Come noi ci siamo lanciati in una ribellione totale verso le sragioni del nostro tempo, così oggi i nostri corpi si vendicano di noi con le medesime modalità di quel giudice che accoglieva nel suo ufficio inquisitorio gli autonomi con il manifesto dell’Autonomia su cui era scritto: Pagherete caro, Pagherete tutto.

A questa età rivolgere la mente al proprio passato è un’idiozia su cui possono allignare solo rancore, nostalgia, boria, altri sentimenti tipici di reduci e combattenti.

L’unica possibiltà per sopportare la vergogna del vivere è quella indicata da Andrea Pazienza che spero di citare con buona memoria: “Chi aveva vent’anni nel 77 ne ha diciotto vent’anni dopo”.

Vent’anni fa eravamo meno vecchi, ora siamo più giovani. Non diamo vanto al progressivo rincoglionimento dei corpi – e del passato – , siamo legno – sempre più marginale e sempre più discreto – per continuare a naufragare in un mondo nel quale tutti gli approdi che abbiamo conosciuto – paradigmi e organizzazioni, stati e sistemi di rappresentanza – , dopo il trionfo dei decenni scorsi, vanno implodendo seppelliti – ironia della storia – non, come avremmo voluto, dalla forza dei movimenti ma dalla propria inconsistenza e miseria.

Quando uscì il numero 25, l’ultimo, di DeriveApprodi la prima di copertina aveva una grande x come a dire: basta, chiuso, è finita un’epoca. Oltre il lutto, nella quarta di copertina, mister White pose, dopo averci spaccato i maroni per anni, la festa, ovvero il programma politico del divenire che recitava: freccia tenda cammello.

In quel deserto in cui il lutto e la festa si impastavano senza riuscire a coniugarsi provai a scrivere Diario del domani sul potere destituente.

Anni dopo non so se c’è ancora qualche freccia nel nostro arco, di certo continuiamo a pensare – un po’ con ironia, un po’ con trattenuta rabbia – cose forse troppo stravaganti o forse troppo folli, cose obbiettivamente fuori dal tempo come cani che abbaiano alla luna non perché attendano dalla luna una conferma. Solo perchè avendo scelto di non quidar mandrie, nè di star dietro a qualche fottuto carro, la solitudine del cane ci tocca come ci tocca la luna che sola come noi, fa flebile luce ma ci riscalda tanto i cuori.

 

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Quando vent’anni fa nasce DeriveApprodi eravamo anagraficamente meno vecchi. Convivevano più nidiate sovversive in quell’avventura. I ventenni con le unghia già graffianti del movimento della Pantera, i trentacinquenni sempre più autonomi del movimento 77 e qualche decano delle storie precedenti. Convivevano tutti nel pentolone messo assieme per forza ciclopica dalla cocciuta volontà del Bianchi recalcitrando non poco, però. Ché pochi esclusi – il Sergio, l’io, il Bifo… – avevano doppia tessera in tasca. Quella tosta dell’identità – il simulacro di un’antica forma partito, l’icona di un qualche collettivo politico o centro sociale, la parentela stretta con qualche sparuta microrganizzazione – e quella spuria di DeriveApprodi, una specie di amante disinibita tenuta come carta jolly per fare le porcate che in famiglia non è lecito fare.

Con le armate di volta in volta cangianti, si confezionava la rivista (e poi i libri della casa editrice, nelle intenzioni e fors’anche nella realtà una rivista all’ennesima potenza) DeriveApprodi, la più importante assemblea di Movimento prodotta in Italia negli ultimi vent’anni.

Chi volesse conoscere le posizioni di una delle tante anime del Movimento italiano può rivolgersi alla relativa parrocchia – se per pura sventura sopravvive ancora; chi invece desiderasse cogliere con uno sguardo il panorama di tutto il Movimento e seguirne le storie, le relazioni, le differenze ontologiche come quelle di lana caprina non può che rivolgersi a DeriveApprodi. Ghigno della storia: DeriveApprodi, per quel carattere di contenitore-assemblea che l’ha contraddistinta, è sempre stata accusata di confusione mentre appare oggi come un elemento di chiarezza.

Come ogni assemblea, DeriveApprodi è stata contemporaneamente rappresentazione – ovvero petulante litania delle posizioni, delle identità e delle rappresentanze costituite- ed espressione, ovvero puntellato universo mai sintetizzabile di teoria politica, di discorsività, di pratica sociale.

Nel suo nome, DeriveApprodi ha indicata la sua programmatica e sublime condanna: luogo di derive, impossibile e inconosciuto luogo di approdo. Sbrindellato ma preciso e ben orientato legno di naufragio, festoso e desiderante, per tutte le derive singolari e collettive dei movimenti che furono, e assenza genetica e congenita di ogni possibile approdo. Ai movimenti è dato solo di naufragare, sempre, ai suoi becchini – le organizzazioni- può esser dato di approdare, solo. Sull’antagonismo tra movimenti e organizzazioni, sull’insopportabilità di ogni aspetto identitario, sul bigottismo coglione di ogni appartenenza si è costruita l’etica e l’estetica di DeriveApprodi. I pezzi migliori della collezione DeriveApprodi sono infatti quelli da cui emerge ciò, non a caso i medesimi nei quali si dà un cortese vaffa alla zavorra – e alle medaglie – del nostro passato. DeriveApprodi è stata una freccia bidirezionale con il cuore – grande, troppo grande – rivolto al passato e la mente – piccola, troppo piccola come lo è sempre la nostra mente – rivolta al futuro.

Vent’anni dopo si assiepano alle nostre porte nuovi ventenni che ci chiedono del passato. È un indizio preciso che i loro movimenti non avranno futuro.

Vent’anni dopo molti di noi hanno superato l’età oltre la quale è una vergogna vivere. Come noi ci siamo lanciati in una ribellione totale verso le sragioni del nostro tempo, così oggi i nostri corpi si vendicano di noi con le medesime modalità di quel giudice che accoglieva nel suo ufficio inquisitorio gli autonomi con il manifesto dell’Autonomia su cui era scritto: Pagherete caro, Pagherete tutto.

A questa età rivolgere la mente al proprio passato è un’idiozia su cui possono allignare solo rancore, nostalgia, boria, altri sentimenti tipici di reduci e combattenti.

L’unica possibiltà per sopportare la vergogna del vivere è quella indicata da Andrea Pazienza che spero di citare con buona memoria: “Chi aveva vent’anni nel 77 ne ha diciotto vent’anni dopo”.

Vent’anni fa eravamo meno vecchi, ora siamo più giovani. Non diamo vanto al progressivo rincoglionimento dei corpi – e del passato – ,

siamo legno- sempre più marginale e sempre più discreto – per continuare a naufragare in un mondo nel quale tutti gli approdi che abbiamo conosciuto – paradigmi e organizzazioni, stati e sistemi di rappresentanza – , dopo il trionfo dei decenni scorsi, vanno implodendo seppelliti – ironia della storia – non, come avremmo voluto, dalla forza dei movimenti ma dalla propria inconsistenza e miseria.

Quando uscì il numero 25, l’ultimo, di DeriveApprodi la prima di copertina aveva una grande x come a dire: basta, chiuso, è finita un’epoca. Oltre il lutto, nella quarta di copertina, mister White pose, dopo averci spaccato I maroni per anni, la festa, ovvero il programma politico del divenire che recitava: freccia tenda cammello.

In quel deserto in cui il lutto e la festa si impastavano senza riuscire a coniugarsi provai a scrivere Diario del domani sul potere destituente.

Anni dopo non so se c’è ancora qualche freccia nel nostro arco, di certo continuiamo a pensare – un po’ con ironia, un po’ con trattenuta rabbia – cose forse troppo stravaganti o forse troppo folli, cose obbiettivamente fuori dal tempo come cani che abbaiano alla luna non perché attendano dalla luna una conferma. Solo perchè avendo scelto di non quidar mandrie, nè di star dietro a qualche fottuto carro, la solitudine del cane ci tocca come ci tocca la luna che sola come noi, fa flebileluce ma ci riscalda tanto i cuori.