Una fiera tira l’altra

di Sergio Bianchi

Dal 5 all’8 dicembre, presso il Palazzo dei Congressi nel quartiere Eur, a Roma, si terrà la fiera della piccola e media editoria «Più libri più liberi». Per l’occasione proponiamo la lettura di un testo scritto durante la fiera del libro di Torino nel maggio 2006. 

Come butta?

Uella, anche quest’anno si va spidati alla kermesse.disegno sergio 1

Mica si può mancare, sennò gli altri editori se ne accorgono al volo e al primo giorno mettono in giro la voce che sei in crisi, al secondo che sei cotto, al terzo che sei in coma, al quarto che sei fottuto, al quinto che sei morto stecchito. E allora devi andare a far vedere a tutti che invece sei ancora lì con tutti i tuoi bravi libretti impilettati in fila. Anche perché è solo lì che li puoi far vedere e sperare di venderne qualcuno, dato che ormai nelle librerie ci vai, se ti va bene, con cinquecento copie di un titolo novità in tutta Italia, che sui banchi ci stai sì e no un mesetto, poi il tuo titolo finisce per quindici giorni di costa in qualche anonimo scaffale e al secondo mese te lo ritrovi indietro come resa.

Così cacci i tremilaseicento euro per lo standino e cominci a smadonnare per tutta l’altra grana che dovrai sborsare in quelle stramaledette cinque giornate. I viaggi, gli alberghi (se non c’hai il culo di farti ospitare da qualche amico), i ristoranti fino a quei panini dei baretti a cinque euro l’uno che fanno schifo solo a guardarli, pensa un po’ a mangiarli.

Il primo giorno arrivano ondate di marmocchi delle scolaresche coi palloncini che fanno un casino infernale, ti buttano in aria tutto e ovviamente non comprano un cazzo, così se ti va bene alla sera ti ritrovi giusto con i soldi per la pizza. Poi comincia il pellegrinaggio di tutta la fauna che sta attorno a ’sta follia degli editori, soprattutto quelli sfigati come me. Gli aspiranti autori sono i più scassamaroni. Arrivano lì in punta di piedi, si mettono in un angolino con la faccia da cani bastonati con in mano il loro romanzetto autobiografico che considerano un capolavoro di sicuro successo e cominciano anche a raccontartelo, fosse per loro te lo leggerebbero tutto in diretta. Poi arrivano quelli con i curriculum da centodieci e lode e tre master in Oregon che cercano lavoro come correttori di bozze o in subordine come addetti alle pulizie dell’ufficio. Poi quelli che si dicono professori di non so cosa che cercano di farsi dare i libri gratis perché sono interessati a un’adozione. Idem i sedicenti giornalisti di riviste on line con dieci visitatori all’anno. Poi arrivano gli autori che si mettono a contare e ricontare dieci volte le copie del loro libro, ti riempiono lo stand di valige, valigette borse e borsoni, spariscono per tutto il giorno e tornano alla sera per vedere se almeno riescono a rimediare una cena, dato che di cuccare qualche euro in diritti ormai c’hanno rinunciato da un pezzo. Poi arrivano quelli che vogliono venderti i programmi informatici di service editoriale, poi i tipografi coi preventivi, i promotori e i distributori che chissà perché sorridono sempre, gli agenti letterari, i librai di Vanzaghello e di Porto Ceresio che ti propongono di farsi dare i libri in conto vendita con l’ottantacinque percento di sconto, saldo a due anni e mezzo.

Un po’ perché ti fai due balle così e un po’ perché cerchi di scappare da tutta ’sta banda di sciroccati ti ritrovi ogni giorno a fare dieci volte il giro di tutta la fiera con i piedi che ti diventano gonfi come due palloni da rugby.

Ogni tanto ti passa a trovare un collega di sfiga e ti chiede Come butta? Tu non rispondi e allora si resta lì insieme in silenzio, pensierosi. Poi quello si alza e dice Ci vediamo dopo, passa tu. E tu dopo un po’ passi da lui e gli chiedi Come butta? E si va avanti e indietro così per cinque giorni.

Ogni anno gli organizzatori all’ultimo giorno fanno due cose: ti regalano un cioccolato (a volte anche a forma di libro) e annunciano ai giornali che hanno superato il record di presenza di pubblico dell’anno prima. Così anno dopo anno tutti i record vengono bruciati e si va sempre più avanti con l’editoria e la cultura facendo un sacco di affari. O almeno questo è quello che si dice, ogni anno.

I piccoli editori, che sono quasi tutti convinti di fare cose meravigliose perché sono piccoli (cosa che non sono mai riuscito a capire), chissà perché fanno finta di crederci. E così la baracca tira avanti.

Alla fine della fiera però ai piccoli editori succedono anche due cose, sempre le stesse. La prima è che gli viene come una tristezza perché finisce un momento in cui ci si vede tutti insieme e sembra di stare per qualche giorno in una grande famiglia (poi però quando ognuno torna a casa riprende puntualmente a farsi i cazzi della sua bottega e per tutto il resto dell’anno non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di sentire o di vedere gli altri). La seconda è che quasi tutti dicono Basta, non si può andare avanti così, l’anno prossimo non vengo più.

Tutte balle.