Quegli spari che uccisero il movimento a Milano

di Paolo Pozzi e Franco Tommei

Il 16 dicembre è morto Paolo Pedrizzetti, caduto dal suo balcone mentre disponeva gli addobbi di Natale. La moglie ha tentato di afferrarlo ma è precipitata con lui. Nato ad Arona, Pedrizzetti si era laureato in Architettura al Politecnico di Milano: c’era negli anni ’70, e il 14 maggio 1977, in particolare, si trovava con la sua macchina fotografica  in via De Amicis quando scoppiarono gli scontri che costarono la vita ad Antonio Custra. Riparatosi su un lato della via, scattò quella celebre foto dell’autonomo che tenendo la pistola con le mani unite fa fuoco contro la polizia.
A quella e alle altre foto del maggio ’77 milanese, DeriveApprodi ha dedicato un volume fotografico 
Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine-icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, di cui pubblichiamo di seguito un estratto: il saggio di Paolo Pozzi e Franco Tommei intitolato “Quegli spari che uccisero il movimento a Milano”

Storia_di_una_fotoQuesto articolo è una fotografia sfocata e un po’ mossa. Meglio, un autoscatto sugli ultimi giorni di movimento a Milano. Quel movimento di Circoli proletari giovanili, contro il lavoro nero, per nuovi spazi di socialità, che s’era sviluppato in forme articolate tra il 1975 e il 1976.

Nel ’77 già finito, resta un’area di militanti incerti, frantumati, sul punto di rifluire o tentati dal «salto» alla lotta armata. Nella dinamica del corteo all’Assolombarda, il 12 marzo, nella discordia sul percorso e sugli obbiettivi, nella successione a scatti degli avvenimenti si dà a vedere l’impoverimento e la diaspora imminente. Si mostra in filigrana l’opposizione tra la violenza anche dura del movimento e il «discorso sulla guerra» che sarà tipico delle organizzazioni combattenti.

Non eravamo rimasti in tanti a Milano, la gran parte degli autonomi se n’era andata dal giorno prima. L’appuntamento principale in quei giorni, per il movimento del ’77 tutto intero, era la grande manifestazione indetta a Roma. Ma, anche in pochi, avevamo deciso di manifestare lo stesso. La morte di un compagno a Bologna, le autoblindo chiamate da Zangheri per presidiare la città vetrina del comunismo italiano, la manifestazione di Roma ci imponevano, quasi ci obbligavano a dovere scendere in piazza.

Anche se pochi, c’eravamo tutti: i comitati di Senza Tregua, quelli di Rosso, spezzoni di Lotta continua, il collettivo del Casoretto e i residui dei Circoli giovanili. Loro, i Circoli, erano stati per tutto il ’76, fino alla battaglia-disfatta della Scala, il movimento egemone politicamente a Milano.

Il corteo quel 12 marzo del ’77 non aveva nulla di allegro e festoso. Facce lunghe, incazzate. Tascapani pieni di bottiglie, e sotto gli spolverini intuivi e sapevi di armi. In un centro della città assolutamente vuoto e pieno di paura il corteo si muoveva con lentezza in cerca di obiettivi. Ma stavolta non si poteva trattare del supermarket da espropriare o delle solite guardie giurate da disarmare. Ci avevano ammazzato un compagno a Bologna e di fronte a ciò tutto ci sembrava inadeguato.Intanto, sopra le teste i soliti slogan pieni di rabbia e di rancore. Le mani di pochi in aria a simboleggiare la pistola.

Noi di Rosso si era arrivati poco preparati, i «migliori», con relativo equipaggiamento, erano via. Ma si poteva stare fuori da un corteo nel ’77? E allora dentro assieme agli altri. C’era voluto un po’ a rintracciare i ragazzi di Baggio, quelli della Siemens, Chicco con Bovisa. Non c’era uno che non avesse il fazzoletto sul viso. E poi ogni tanto di corsa giù per la cerchia dei Navigli. Fino a dove?

All’altezza di corso Monforte il corteo si era fermato bruscamente. Risalimmo velocemente per raggiungere la testa. E lì davanti a noi c’era la Prefettura completamente circondata da reparti dei carabinieri armati di Winchester. Tra i responsabili dei vari gruppi dell’autonomia un parlare sommesso. Ci chiesero se noi di «Rosso» eravamo d’accordo nell’assaltare la Prefettura, con qualsiasi mezzo.

Ci bastò un attimo per capire che tutta quell’illegalità che tanto avevamo fatto perché fosse parte del movimento si stava per ritorcere contro il movimento stesso: l’uso della forza non era più al servizio di una contrattualitá conflittuale e violenta, ma stava per diventare dominio esclusivo di chi volesse abbandonare ogni possibilità di lavoro politico di massa per scegliere la linea del combattimento e della clandestinità.

Ma a quell’illegallità, in quel momento, subito, bisognava dare uno sbocco diverso dalla Prefettura, ma ugualmente violento. Una «via di fuga» che permettesse a Rosso di interloquire ancora con quel poco di movimento che esisteva a Milano, evitando lo scontro micidiale con i carabinieri.

«Noi di Rosso, vogliamo manifestare sotto l’Assolombarda, uno dei motivi per cui oggi siamo qui è la protesta degli operai della Marelli contro la ristrutturazione. Non siamo d’accordo per un attacco allo Stato, non è nell’interesse dell’autonomia». «Non li vedete i fucili dei caramba, è una pazzia!».

Un po’ di bestemmie, parolacce, spintoni. Finalmente il corteo reagì e si mosse. Era passata la parola d’ordine di andare all’Assolombarda. Un respiro di sollievo e nella testa la netta sensazione di essere in un casino di portata colossale. Eravamo arrivati a un vicolo cieco. Come venirne fuori?

Già eravamo di corsa per le strade in senso opposto, a sfuggire quello che la gran parte di noi quel giorno non aveva voluto. Noi di Rosso e quelli del Casoretto a tirare il gruppone. Finalmente davanti all’Assolombarda. Contro quel palazzo vuoto e pieno di vetri ci scaricammo tutto quello che avevamo. Molotov a volontà, pistolettate e colpi di fucile. E i vetri della «casa dei padroni» venivano giù che era un piacere. «Brucia, ragazzo, brucia!», lo sentivamo dentro di noi. Poi via di corsa.

Si era consumato l’ultimo tentativo a Milano di legare la sovversione del movimento con gli spezzoni organizzativi dell’autonomia che da lì a poco sarebbero morti, stretti nella morsa di repressione e militarizzazione. Era l’ultimo corteo in cui si era mostrato il più alto livello di scontro e persino di armamento senza l’attacco alle persone, agli uomini. Due mesi dopo, durante la manifestazione contro la repressione, fu ucciso l’agente Custra: la linea di combattimento era passata all’interno del movimento.

febbraio 1987