Il sociologo sardo ha lavorato a «Libération» dal 1982 al 2007. Si è spento all’età di 67 anni.

Jean-Baptiste Marongiu, ciao compagno

di Robert Maggiori, «Libération», 10 marzo 2014

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marongiu1Lo chiamavano tutti JiBi. Dell’Italia, e della sua terra di Sardegna, gli era rimasto l’accento, che a «Libération» ha fatto diventare mitiche alcune sue espressioni, come «C’est un po’ désespéré». Oppure, quando si arrabbiava con qualcuno e diceva, nel suo gergo, «Qu’il aille se faire mettre!».

Quando arrivò Jean-Baptiste (Giambattista), «Libération» era ancora in rue Christiani, nel diciottesimo arrondissement di Parigi: ad aprirgli la porta era stato il direttore artistico dell’epoca, Antonio Bellavita. Era il 1982. In Italia faceva il professore di Scienze Politiche all’Università di Padova, ma il suo attivismo nelle organizzazioni operaiste lo aveva costretto, come gli altri militanti del «7 aprile», a scappare dal suo Paese e a trovare rifugio in Francia. Procedimenti e processi hanno intralciato per un po’ di tempo i suoi sforzi per ricostruirsi una vita, nonostante la determinazione di François Mitterand a garantire la sicurezza dei rifugiati politici italiani. La prima sicurezza, quella materiale, l’ha trovata nel nostro giornale, con Serge July. Ma, com’era capitato anche a un altro suo compagno, l’avvocato Luigi Zezza, per ottenere questa sicurezza ha dovuto imparare a maneggiare una lama senza tagliarsi le dita, perché il posto che «Libération» gli offriva era alla fabbricazione, al montaggio; lui che nel frattempo teneva un corso di sociologia all’Università di Parigi 8.

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Nel 1988, dopo un breve passaggio in segreteria di redazione (classificando i dossier inveiva sempre contro le J, le K e le W che nell’alfabeto italiano non ci sono) approdò al 

supplemento libri. Su queste pagine del giovedì ha scritto centinaia di articoli, recensendo lavori di sociologia, di politica, antropologia e filosofia. All’inizio i suoi pezzi eranocrivellati da qualche italianismo, ma dimostravano sempre grande pertinenza e sensibilità. Giambattista era la gentilezza fatta persona, ma quando difendeva un’idea prendeva fuoco. Era impressionante la sua competenza in scienze umane, ma anche in storia (specialmente medievale) e in letteratura. Però non ne faceva mai sfoggio a scapito degli altri. L’amicizia era un valore sacro per lui, e non c’era niente che amasse di più che mangiare in compagnia, magari con un buon vino rosso, raccontando aneddoti esilaranti o commentando le ultime vittorie della Juventus.

Da qualche mese si era convinto di aver perso la sua battaglia contro il cancro. Ma non lo dava a vedere, intenzionato a «reggere» fino a che sua figlia arrivasse almeno a 15 anni. È morto ieri alle 4 del mattino. Era riuscito a tornare a casa, in Sardegna, per le vacanze: «Mi sento meglio. Probabilmente è il clima, oppure gli odori».

 

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Altri ricordi di Giambattista Marongiu:

Da «il manifesto», 13 marzo 2014 (in PDF)

Dal sito «Global Project», 10 marzo 2014

Da «L’unione Sarda», 10 marzo 2014

Franco Piperno sul sito «InfoAut», 12 marzo 2014