Franco Piperno

Non sentiremo più quella risata pantagruelica

 

211691Non sentiremo più la risata pantagruelica di Paolo Zapelloni detto Zap.

Della breve e intensa vita della associazione sovversiva romana, nota come Potere Operaio, Paolo Zapelloni, detto Zap, ne è stata la figura simbolica più conosciuta e amata dai compagni. E questo con ragione per via, in primo luogo, di quel suo modo di ridere, un riso improvviso, quasi un brivido irrefrenabile gli attraversasse il corpo. Il suo viso, di solito melanconico, qualche volta saturnino; il suo vestire dai tratti po’ trasandati; tutto questo subiva un capovolgimento, una sorta di catastrofe, nel momento in cui rideva, un riso luminoso, contagioso, in breve solare; perfino l’abbigliamento negligente si mostrava, per via di quel ridere, come una sorta di eleganza sobria. Mi ero più e più volte domandato da quali umori profondi sgorgasse la bella energia di quel modo di ridere; e, alla fine, ero giunto alla conclusione che si trattava semplicemente della gratificazione che si accompagna al comprendere, un effetto secondario dell’atto intellettivo: Zap rideva, anche solo tra sé e sé, ogni volta che capiva, che scopriva il legame tra cose e concetti disparati.

In tutto Pot.Op., inteso come movimento nazionale, c’era un solo altro compagno in grado di produrre una risata di pari potenza, enorme: un veneto di mezza età. V’era tuttavia una differenza non marginale tra le loro risate : mentre quella del romano era soddisfatta di sé, pantagruelica, alla Rabelais, quella del veneto risultava qualche po’ inquietante, quasi fosse emessa da una intelligenza luciferina.

Molte furono le opere intraprese da Zap e numerose quelle portate a termine. Qui mi piace ricordarne due, solo due e non delle maggiori. All’inizio degli anni Settanta Paolo, insieme ad altri militanti – tra i quali Gabriella, Fiora, Letizia, Stefania, Massimo, Nanni, Jaro – aveva tentato di coinvolgere gli artisti romani nella lotta operaia, che, in quei tempi, soffiava, come un vento focace, quasi un battito di febbre, sull’intera Capitale. L’attività di Zap era indirizzata sopratutto verso i pittori e i registi; e questo perché egli stesso era affascinato dalle arti figurative. Non si trattava, o meglio non si trattava solo, di una iniziativa furbesca volta a raccogliere quattrini per l’organizzazione, lucrando sulla vendita di quadri. V’era l’idea ingenua di rompere la separazione sociale tra arte e lotta operaia, portando in presenza l’una dell’altra, aprendo tra le due un canale di comunicazione. Così, nel giro di pochi mesi, si videro a Roma operai della Fatme visitare in tuta blu le gallerie del centro; e mostre di pittura allestite nei grandi parcheggi antistanti l’ingresso delle fabbriche lungo la via Tiburtina. Particolare significativo: i pittori coinvolti, tra i più autentici di quegli anni, appartenevano per lo più all’avanguardia: Angeli, Baruchello, Festa, Gallo, Matta il Giovane, Pirri, Schifano, Turchiaro e così via.

L’altra impresa di Zap è intimamente legata ad una altra sua affezione, questa volta anale, astrologicamente mercuriale, per le piccole macchine e massimamente per i ciclostili – congegni questi ultimi in grado di stampare in più copie volantini e documenti, congegni oggi sconosciuti ma che allora svolgevano un ruolo centrale per la comunicazione politica sovversiva. Paolo conosceva alla perfezione la struttura meccanica del ciclostile, in particolare del “Gestetner“, il più versatile, prodotto nella Germania occidentale; per dare una idea della familiarità uomo – macchina, si pensi, che Zap era capace, inforcati gli occhiali, in soli venti minuti, di smontare e rimontare, nei suoi 388 pezzi costitutivi. Si noti che il Nostro non aveva alle spalle nessuno insegnamento di meccanica; ma, come è noto, per usare bene la tecnica non occorre conoscere i principi concettuali sui quali si fonda.

Ora avvenne proprio in quel tempo che in Polonia venisse proclamato lo stato d’assedio; di conseguenza le sedi di Solidarnosc sbarrate, le attrezzature sequestrate; in breve, l’opposizione al regime costretta al silenzio e posta fuori legge. Un moto di simpatia per coloro che resistevano alla repressione di stato si sviluppò tra le file di Pot.Op., malgrado un abisso etico-politico separasse gli operaisti italiani dai militanti cattolici polacchi. Così, la sezione romana decise di inviare ai polacchi due “Gestetner”, nuovi di zecca, appena comperati grazie proprio al denaro che il solito Zap era riuscito a raccattare tra gli artisti. Va da sé che non potevano quei ciclostili esser spediti per posta: occorreva smontarli per poi tentare l’ingresso clandestino in territorio polacco. Il compito fu affidato a Zap che, in men che non si dica, sostituì le parti metalliche dello chassis con materiali di plastica, collegò incollandoli insieme centinaia di piccoli pezzi, dando loro la forma di due dispositivi medicali per l’aerosol. Il tutto, qualche po’ pigiato, trovò posto in due borse sanitarie che,in mano a Zap, riuscirono a superare la dogana senza destar sospetti.

Una volta a Varsavia, le borse vennero separate per prudenza, per poi riapparire insieme alcuni giorni dopo nella canonica di una chiesa dove aveva trovato alloggio discreto il nostro Zap. Nel giro di un’ora i due ciclostili furono rimontati e risultarono perfettamente pronti all’uso. Zap compì ben altre opere di bene; e sempre agì attento a non provocare orfani in casa, secondo il dictum degli ebrei romani. Si era seduto fin da piccolo dalla parte degli sconfitti. Imparò a fabbricare le bottiglie Molotov e trasmise l’arte ai più giovani. Conobbe il bruciore delle manganellate, la noia tetra del carcere; e restò degno di sé senza tradire i suoi amici, senza umiliarsi a fronte della violenza degli interrogatori. Soffrì per amore e rischiò di restare seppellito dalle sue stesse illusioni. Una vita intensa, la sua, modulata dalle sconfitte. Di Zap può dirsi che è stato un fallito di successo, giusto com’è accaduto a Pot.Op. D’altro canto, si sa, chi vive muore, perché la vita è quell’affare dal quale non si riesce a uscire vivi. Se questa è la vita, se la vita delude, se la vita uccide, ebbene viviamola ancora.