Diventare figli di nessuno

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figli_di nessuno_prima di copertinaLeggere l’insieme attraverso il particolare: questo è uno dei grandi meriti di Sergio Bianchi con il suo Figli di nessuno (Milieu, 2015). È la “storia di un movimento autonomo”, ci informa il sottotitolo del libro, la storia cioè dell’Autonomia operaia in un’area territoriale tra Milano e Varese, in paesi che rispondono ai nomi di Tradate, Venegono Inferiore e Superiore, Castiglione Olona. È una provincia metropolitana, che tra gli anni ’60 e ’90 viene investita dalle lotte e dai profondi mutamenti che cambieranno faccia alle forme di produzione e alla composizione di classe: dalla fabbrica alla fabbrica diffusa, dall’operaio massa all’operaio sociale, fino ad arrivare ai lavoratori autonomi e precari. È in questo contesto materiale che negli anni ’70 nasce l’esperienza dei collettivi autonomi, la cui parabola è raccontata e analizzata nel libro attraverso testi, testimonianze e corrispondenze raccolti in periodi diversi.

Sono figli di nessuno, nel senso che non hanno legami di parentela con la sinistra e segnano una cesura con i gruppi (l’anno cruciale è il 1973, con la rottura di Potere operaio e la fine del Gruppo Gramsci, egemone nel varesotto). E sono protagonisti di uno scontro generazionale, che assume qui – fuor dalle retoriche anti-autoritarie – la corretta dimensione materiale: è la trasformazione complessiva della soggettività di classe che arriva fin dentro la famiglia, si manifesta anche in conflitto tra padri e figli, espressioni di due figure sociali differenti, divise dal rapporto con il lavoro, dall’accesso ai consumi e alla scolarizzazione di massa. “Il lusso, lo sperpero, il superfluo, l’effimero, appannaggio fino ad allora solo dei figli delle classi agiate entrano a far parte delle esperienze esistenziali anche di questi giovani operai figli di operai e contadini” (p. 14): a quel punto i giovani si rivoltano ai loro genitori, alla fatica della fabbrica e al ricatto del lavoro, alla rinuncia della libertà in cambio delle garanzie offerte dallo sfruttamento. E si contrappongono alle istituzioni tradizionali, dai partiti alla chiesa, dalla fabbrica alla scuola.

La teoria delle “due società” è perciò una pura mistificazione, perché quelli che il Pci considerava soggetti marginali costituivano in realtà il vettore di una nuova composizione politica di classe, portatrice di nuovi comportamenti e bisogni, di nuove possibilità di antagonismo e di far male al padrone collettivo. Era la “prima società” a scivolare nella marginalità politica della mera resistenza e conservazione dei diritti accumulati in una fase precedente. Il rifiuto del lavoro, dunque, non aveva nulla di ideologico: era una pratica e un’esigenza immediata, si incarnava in una ricchezza di bisogni e cooperazione sovversiva che non potevano più essere contenuti nell’involucro etico di una società definitivamente rotta.

Questi figli di nessuno della provincia, spesso immigrati di seconda generazione, erano gli operai della fabbrica sociale, si aggregavano nei bar e nelle piazze del paese, volevano appropriarsi della ricchezza prodotta e di spazi di autonomia. Così nasce, per esempio, l’esperienza del Cantinone a Tradate, centro sociale occupato a metà degli anni ’70: non si trattava di una semplice espressione culturale, perché questa affonda le proprie radici nella condizione materiale di una specifica composizione di classe, è ricerca e affermazione di autonomia rispetto alle forme quotidiane dello sfruttamento. In questo caso anche il teatro vive dentro e contro la fabbrica diffusa. Il proletariato giovanile si ricompone a livello territoriale, sceglie i punti di attacco, conquista tempi e luoghi della rottura. Il capitale lo insegue per frammentarlo e metterlo a valore individualmente, l’operaio sociale tenta di sfuggirgli e aggredirlo collettivamente dove è più forte.

Con estremo rigore analitico e situata concretezza, i testi del volume ripercorrono l’esperienza territoriale, i punti di avanzamento e quelli di blocco, tra lo sviluppo dei processi di organizzazione autonoma e l’affacciarsi della lotta armata. Alla fine degli anni ’70 ci sarà il carcere, riattraversato con le corrispondenze da e verso le prigioni, di cui Gli invisibili di Balestrini aveva già offerto una raffigurazione straordinariamente viva. E ci sarà l’eroina, devastante soprattutto in aree territoriali di provincia e che procede di pari passo con la disgregazione della dimensione collettiva. La droga penetrerà nelle contraddizioni soggettive della composizione di movimento: “Sergio Bologna, a tempo debito, l’aveva detto esplicitamente: se si teorizza a fondamento della liberazione il desiderio di per sé, disancorato dai processi di liberazione che devono segnare passaggi materiali, è inevitabile finire in una certa direzione” (p. 37).

Arriviamo così agli anni ’80 e ’90: la sconfitta non si spiega solo con la repressione, ma innanzitutto con l’innovazione. L’imprenditore di se stesso è la figura che assume sul piano soggettivo la ristrutturazione capitalistica. Il lavoro indipendente, nella morsa tra scelta e necessità, mantiene nella propria origine il rifiuto del lavoro di fabbrica, ma lo rimodella dentro il riflusso nel privato e nell’individualismo. L’ambivalenza diventa con il tempo schizofrenia, ricomposta dal capitale nella forma dell’autosfruttamento. Sono le “identità smarrite”, definite con precisione in un testo del 1993, un contributo fondamentale per comprendere il futuro anteriore dei cambiamenti produttivi e sociali, i punti di blocco politici, i vicoli ciechi soggettivi.

È dentro le trasformazioni della composizione di classe e sociale che si colloca il fenomeno leghista, nella ricostruzione di un’identità per i frammenti prodotti dalla ristrutturazione. Qui la soggettività antagonista si arrocca e a sua volta si smarrisce: “Il venir meno del riferimento teorico fondativo dell’esperienza collettiva di queste soggettività – cioè il venir meno della ‘comunità operaia’ come soggetto forte – è stata compensata con una altalenante rincorsa di frammenti di tematiche ‘alternative’ (ecologismo, ambientalismo, differenze sessuali, etnicismo ecc.) in grado di offrire delle occasioni di conflittualità con i poteri istituzionali, da cui ricavare la conferma di una qualche continuità della propria identità antagonista” (p. 215). Dunque, è nell’abbandono del tema della composizione di classe che si è determinato lo scivolamento verso la marginalità, laddove è proprio nella sua comprensione che si radica il primo progetto leghista, così come quello salviniano è basato sulle trasformazioni determinate dalla crisi. Dall’autonomia all’autonomismo, la composizione politica si ribalta di segno.

In questo passaggio i centri sociali sono luoghi di resistenza, affetti però spesso – sostiene Bianchi a partire dal caso di Tradate – da una “psicosi depressiva […] tradotta in una autoghettizzante chiusura difensiva nei rassicuranti confini di una socialità avvertita come sicura perché passata attraverso le verifiche imposte dalla resistenza alla repressione” (p. 212). Nella crisi politica molti, ieri come oggi, tornano ad accasarsi sotto il tetto del cadavere putrescente della sinistra, assumendone – che lo vogliano o no – postura, tematiche, valori: “Spesso, all’impegno dell’autoproduzione fa da presupposto motivazionale una concezione volontaristica, miserabilista, populista, moralista, un’attrazione fatale per le tematiche riferite ai poveri, ai disperati, agli emarginati ecc. È stupefacente questo riemergere di concezioni ‘terzomondiste’, retroterra di un agire che rischia una comunione oggettiva di intenti, e una competizione soggettiva impossibile da sostenere, con il volontarismo cattolico” (p. 245). Parole del 1995, sembrano pronunciate oggi.

Insomma, il passaggio all’operaio sociale resta il nodo irrisolto: l’esodo dal lavoro operaio ha trovato solo parziali e temporanee forme di nuova organizzazione del conflitto nella fabbrica diffusa. Da qui ancora dobbiamo ripartire, per andare in un’altra direzione: riappropriarci di una storia lunga, ripercorrerla nelle sue vittorie e nelle sue sconfitte come fa Bianchi, non vuol dire ricavare la propria identità da padri e madri più o meno immaginari. L’autonomia dei figli di nessuno è piena di genealogia sovversiva, un’eredità da utilizzare e non un testamento notarile da esibire. Ecco perché ripensare la storia di quei figli di nessuno ci fornisce delle indicazioni decisive sulla nuova curva da intraprendere, sugli errori da non ripetere, sulle rotture da conquistare.