Luchar, crear, poder popular

di Flavia Ruggieri

PlaBolonya

Ci sono momenti in cui quando squilla il telefono già hai la percezione che qualcosa di spiacevole sta per succedere.

-Hola amor; – que pasò?; – Pablo….

E allora un turbine di emozioni, sensazioni, colori, odori, ricordi sbiaditi e ricordi vivi iniziano a viaggiare nella testa. Dovrei essere abituata a perdere compagni, mi dico. E invece scopro che non ci si abitua mai. Sono passati 4 giorni da quella telefonata.  E da 4 giorni la difficoltà di sistematizzare non so neanche bene io cosa, mi sta risultando parecchio difficile. Le emozioni corrono, viaggiano come su un’altalena che non riesce a fermarsi, emozioni che non riescono a trovare una loro dimensione, anche fosse solo di tristezza e rabbia. E’ forse anche per questo che da alcun sere un paio di grappe diventano le mie amiche e confidenti fedeli. Venga va, vamonos a tomar algo? Ti ricordi? Rigorosamente dopo aver finito le interminabili riunioni che ci hanno visto – lucidamente – complici e fratelli, tequila per me, birra per tutti gli e le altre. Quando era tequila per tutti, significava che o avevo rotto particolarmente i coglioni oppure c’era davvero qualcosa da festeggiare. Sarà, ma a me quel tequila delle due di notte mi piaceva tanto…

banesto02I momenti politici più belli della mia vita. E poiché il personale è politico, anche i momenti più belli della vita mia e punto. La coordinadora invisible abbiamo deciso di chiamarla. Quel piccolo collettivo politico, che – rivendichiamocelo – di strada ne ha fatta tanta. E l’ha fatta bene.

Coordinadora perché avevamo capito che a quel tempo la declinazione territoriale delle assemblee de barrio – da sempre fulcro di organizzazione del movimento autonomo catalano- non stava funzionando. Era necessario aprire nuovi spazi di confronto e conflitto, un anello di congiunzione, un fluido di collegamento che rimettesse al centro, innanzitutto, la riappropriazione di dinamiche e di prese di decisione collettiva per far mergere, poi, le contraddizioni che le politiche neoliberali di tagli e privatizzazioni (che a Barcellona sono iniziate molto prima che qui) stavano comportando nel tessuto vivo e sociale della città.

Invisible perchè a partire dalla fascinazione a cavallo tra los invisibles di Nanni Balestrini e la ciudad invisible di Italo Calvino, avevamo capito che la nostra responsabilità collettiva era quella di rimanere in sordina, dietro le quinte, tessere relazioni e promuovere iniziative de lucha che avessero il compito di stimolare processi, ma con l’accortezza di non togliere centralità ai territori. E infatti all’inizio in una Barcellona in cui solo l’università, tu universidad, era in fermento contro il rinomato processo di privatizzazione del Pla Bolonya, capitava di sentire: ma chi sono questi della coordinadora? E noi a ridere, con un ghigno malefico di chi sa che stava andando nella direzione giusta….

Mi ricordo che ancor prima di questa magnifica esperienza, un giorno ci hai chiamato, e un po’ come prove tecniche del legame che da lì a breve avremmo sancito, ci hai detto: chicos, gli studenti de la UB (Universidad de Barcelona) hanno deciso di deviare il corteo, veniamo a Sants. Oh merda, cioè da paura…e così partì una macchina organizzativa per una digna bienvenida che se ci ripenso capisco il perché, qua a Roma, le parole organizzazione e lotta costituiscono quasi un ossimoro. Comunque, mentre io e Ivan scrivevamo quel pippone di comunicato (bellissimo eh!) con cui abbiamo accolto i migliaia di studenti che insieme a te hanno raggiunto plaza de la Osca, altri compas montavano un palco di fortuna, altri ancora erano andati a comprare i fuochi di artificio. I miei preferiti, las tracas valenciana…

Da lì tutto partì…interminabili riunioni, quasi sempre il venerdì sera perché gli altri giorni eravamo impegnati  ciascuno nei propri quartieri e perché auspicavamo ad una heterogénea confluencia, che infatti c’era. Sants, horta-guinardò, poble sec, gracia, poble nou, un pullulare di militanti incalliti che poco a poco hanno acquisito e mangiato il terreno di chi stava mangiando le nostre vite. Ocupaciòn del Hotel Mandarìn, 1 de Mayo de 2010. Ridare significato e vita ad una manifestazione che negli ultimi anni era diventata una decrepita e insulsa sfilata. Rompere la “dinámica de paz social” de la Manifestación Unitaria Alternativa. Rendere visibile las desigualidades e la non redistribuzione della ricchezza. E infatti, che mangiata ci siamo fatti al buffet dell’hotel…. Lujo para todos, nada para nosotros….

quina es la teva vagaPrimo sciopero generale dell’era Zapatero, primera huelga general del 29 de septiembre de 2010. Cazzo, un’opportunità da non perdere. Un’opportunità che ha segnato per merito e metodo l’apertura di un processo, che non ha preteso dare soluzioni fatte, ma al contrario ha aperto un luogo – fisico e mentale- di discussione per mettere in moto quella macchina che tu definivi costruzione del primo sciopero sociale, e che io, insistentemente e carica del retaggio di esperienze che in Italia si stavano dando, mi ostinavo a chiamare sciopero precario. Mi riprendevi, o più semplicemente mi prendevi per il culo con la lettura politica de los compas de italia, los espaguetis come a volte ci definivi, affermando che la definizione dello sciopero precario non era esaustivo e propulsore di un processo largo e inclusivo. Che tagliava fuori alcune soggettività sociali, che la precarietà di vita, nonostante un concetto espansivo e chiaro per noi, era di difficile interpretazione per tutti. Servivano parole semplici, ma al contempo complete. Ricche di un portato e un significato che nel divenire processo avrebbero incalzato e deflagrato. Così come, in effetti, avvenne il giorno dello sciopero. Quindi, per stimolare un processo partecipativo e inedito con il chiaro intento di voler scavalcare a sinistra il canonico sciopero sindacale, partimmo col porre una domanda: Qual’è il tuo sciopero?  Quina es la teva vaga? Cual es tu huelga? E lo facemmo nelle sedi politiche pubbliche, attraverso manifesti, attraverso produzione di volantini, riviste, video, blog. Lo abbiamo fatto il 26 settembre occupando l’edificio più significativo di tutta Barcellona. La vecchia sede del Banco central Espanol a plaza Catalunya, abbandonato da anni, vero emblema del fatto che la politica statale era ormai declinata sul definitivo piano europeo dell’austerity. Lo abbiamo fatto calando più di 150 m2 di striscione che diceva chiaramente ai sindacati confederali di andarsene a fanculo. Cazzo, il giorno più bello delle mia vita. Dodici compagni scalatori sono serviti per appenderlo, giornate intere di lavoro per cucirlo e dipingerlo. Ricordo le facce dei mossos de esquadra e le mani nei capelli, cioè sui loro caschi di merda, increduli su quello che stava succedendo. E poi lo sciopero, migliaia di persone a picchettare chi non chiudeva, espropri, grida, cori. Com’era viva Barcellona quei giorni.

E poi c’è stato tanto, tanto altro. La rimaia 2, la rimaia 3, il supporto ai lavoratori di TMB, il 15M, il primo tentativo di sgombero di plaza catalunya con i tifosi del barcellona sulla ramblas ripetutamente caricati dai mossos de esquadra e le migliaia di persone presenti in piazza che difendevano quello spazio, senza mai retrocedere, scavalcando, questa volta, noi compagni a sinistra. E poi lo sgombero definitivo di plaza catalunya, ore e ore di resistenza attiva. Uno sgombero, sudato, che col senno del poi, è stato utile a ritornare e rafforzare le assemblee dei quartieri. Ormai il processo era inarrestabile.

L’occupazione del parlamento catalano, le barricate alle varie entrate del parlamento. Il presidente Artur Mas costretto ad atterrare in elicottero perché dalla strada era impossibile, sarebbe stato un linciaggio, un’esecuzione popolare. Io che ero preoccupata pensando che avevamo creato un mostro, tu che, invece, ridevi contento che finalmente quel mostro non era più controllabile da noi. Due facce della stessa medaglia, complementari, come sempre. E poi il ritorno definitivo nei quartieri, l’apertura di sedi, cooperative come l’ateneu popular de poble sec che io non ho conosciuto bene per aver avuto la malaugurata idea di tornare in questa città di merda dove sono, ma cosciente che la linfa del poder popular era ed è, ormai, sedimentata e precipitata su tutta Barcellona.

Niente Pablo, questi sono solo stralci di un pezzetto passato insieme che ora ho voglia di raccontare e mentre canto luchar, crear, poder popular brindo alla vita, brindo a te, brindo a quello che è stato e a quello che sarà. Ci vediamo domani alle 10 a plaza Catalunya, nella nostra plaza Catalunya.

Con rabia y con amor,

adelante compañero, sembreremos poder popular, contigo a nuestro lado…