Elogio della militanza («Pagina Uno»)

Una recensione a "Elogio della militanza" di Gigi Roggero sul bimestrale «Pagina Uno»

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Un assaggio

La conricerca nella lotta contro il lavoro

La definizione di organizzazione invisibile va in qualche modo intesa in senso letterale: si
tratta di un’organizzazione non visibile attraverso le lenti delle istituzioni della
rappresentanza politica e sindacale. Ed è invisibile per il padrone, dunque imprevedibile.
Quando questa organizzazione invisibile emerge nelle lotte, gli operaisti ne hanno già colto su
altri livelli i segnali di espressione e ne hanno anticipato la potenza. L’hanno fatto guardando
sotto la coltre della pacificazione delle fabbriche, dell’opportunismo dei nuovi operai, della
loro apparente passività. E così hanno trovato una molteplicità di comportamenti di
resistenza che non avevano, ancora, una forma collettiva. Prima che il sabotaggio diventasse
una minaccia esplicita, già esisteva – in modo invisibile, appunto – nella sottrazione operaia
alla fatica e al lavoro. E anche il rifiuto della lotta, compresero gli operaisti, era in certe
situazioni una forma di lotta. Era, ad esempio, il rifiuto di partecipare a scioperi inutili indetti
da un sindacato che non si poneva il problema della rottura, per limitarsi a gestire il prezzo
della compravendita di forza lavoro. Quando le lotte sono esplose, «la coscienza e la volontà
rivoluzionaria degli operai trova espressione soprattutto nel rifiuto di rivolgere rivendicazioni
positive al padrone»16, cioè nel rifiuto di rinunciare all’autonomia delle proprie forme di
organizzazione del conflitto in cambio di qualche miglioramento compatibile con una gestione
del potere concertata col sindacato.
L’operaio della fabbrica taylorista, ridotto alla funzione «contemplativa», odiava il lavoro. A
questa altezza dello sviluppo del capitale e della serializzazione industriale, si poteva così
finalmente rompere con la tradizione lavorista del marxismo e del socialismo, che in modo
contraddittorio trovava riscontro nello stesso Marx. Il rifiuto del lavoro, infatti, non è mai
stato un postulato ideologico, ma una pratica che si incarnava in una figura operaia specifica.
L’operaio di mestiere e specializzato era orgoglioso del proprio lavoro perché pensava di
possedere un’abilità produttiva esclusiva, di riuscire a gestire la fabbrica meglio del padrone.
La sua etica produttivistica è legata al particolare rapporto con la tecnologia: non è, infatti,
ancora spogliato della sua capacità di controllo della macchina, è parzialmente inventore e
artigiano, e pensa o si illude di poter difendere le proprie abilità dall’espropriazione
capitalistica attraverso l’autogestione. L’operaio massa è invece completamente spossessato
delle residue capacità artigianali, è posto di fronte all’alienazione della catena. Odia il lavoro e
odia se stesso in quanto forza lavoro. Lottando contro il lavoro e contro se stesso come parte
del capitale, dunque, può aprire la strada all’espressione della potenza collettiva.