Campagna DeriveApprodi per gli insegnanti

Una scuola davvero speciale

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Era uno speciale da più di un anno, e non solo per quanto riguardava i geni deformi che portava in sé. Più grave ancora era il fatto che non avesse superato l’esame per il livello minimo consentito delle facoltà mentali, il che lo rendeva – secondo il gergo popolare – un cervello di gallina. Su di lui era calato il disprezzo di tre pianeti. Comunque, nonostante tutto, sopravviveva.
Gli annunci, rivolti ai normali che erano rimasti sulla Terra, lo atterrivano. Lo informavano in un’interminabile sequela di modi diversi che lui, uno speciale, non era gradito. Non era di alcuna utilità. Non poteva, nemmeno se l’avesse voluto,emigrare. E allora, perché ascoltarli? Si impicchino loro e la loro colonizzazione:spero che anche lassù scoppi una guerra e che si riducano come qui sulla Terra. E che tutti quelli che sono emigrati si ritrovino speciali.

Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

La scuola è il luogo dove la produzione di acronimi è impressionante. Entrano così, di soppiatto, prima con qualche circolare, poi con qualche legge. Si diffondono nel linguaggio degli insegnanti, delle famiglie. Neuropsichiatri infantili e psicologi ci vanno a nozze. E ti ritrovi a compilare moduli di piani didattici personalizzati senza capire di cosa si sta parlando e a quali logiche rispondono.

È il caso del termine Bes, bisogni educativi speciali, in uso ormai già da qualche anno. Ma cosa sono questi bisogni educativi speciali? Secondo la definizione inglese di Special educational needs, il bambino ha un bisogno educativo speciale se ha una difficoltà nell’apprendimento o una disabilità le quali richiedano risorse speciali; se, in sostanza, esiste una difficoltà significativa nel bambino che non gli permette di apprendere come  i compagni della stessa età.

È da sottolineare innanzitutto l’accentuarsi in modo negativo dell’impianto teorico culturale che già guidava precedentemente la scuola italiana in materia della presunta integrazione. Al termine “difficoltà specifica” – che almeno in qualche modo poneva l’attenzione su un elemento circostanziato e particolare del soggetto – ora si sostituiscono i termini  “bisogni” e “speciali” che indicano il primo un fattore di dipendenza, il secondo una caratteristica di specie, sottolineando un qualcosa di differente, insolito, anormale rispetto agli altri.

Evidentemente qualcosa è cambiata sul serio: la definizione dei Bisogni educativi speciali fa il paio con il nuovo sistema di classificazione Icf adottato dall’Organizzazione mondiale della Sanità nel 2001 che ha un approccio descrittivo funzionalista, bio-psico-sociale, con nessun compito eziologico o riferimento diagnostico. Quindi qualunque “non funzionalità” del soggetto sul piano sociale, relazionale o altro, è da catalogare. Ci troviamo di fronte ad una infinita classificazione di ogni forma di soggettivizzazione: Dva(portatori di handicap), Dsa(disturbi specifici di apprendimento), Bes(bisogni educativi speciali) detti di terza fascia perché, poveri loro, non possono neanche aspirare ad una certificazione, Nai(studenti di nuova emigrazione) e così via, che ricorda le classificazioni carcerarie o le peggiori istituzioni totali.

Allora sorge una preoccupazione legittima: uno spettro s’aggira nella scuola, lo spettro della medicalizzazione. È un’ossessione scientista che guarda alla funzione formativa ed educativa attraverso la lente della diagnosi clinica, delle note psico-comportamentali, distorcendo la relazione educativa, relegandola al ruolo improprio del “curare”, in realtà non “prendendosi cura” di nessuno, anche perché il tutto, ovviamente, senza alcuna risorsa e a costo zero. Nella formazione classi o all’arrivo in corso d’anno di un alunno, la domanda non è più cosa sa, cosa sa fare, ma cosa ha, intendendo implicitamente di che cosa soffre, quasi a capire in quale reparto bisogna assegnarlo.

È la fine di qualsiasi funzione pedagogica, la quale, per dirla con Ernst Bloch, se non ha nel suo agire un’utopia concreta, una liberazione, non può raggiungere alcun risultato. Questa ossessione scientista insieme all’idea di scuola, tanto cara ai fautori del neoliberismo, che pone come unica dimensione pedagogica un’educazione alla competitività, all’individualismo sgomitante, determina un’esclusione sociale paurosa dalla domanda di istruzione. Altro che integrazione.

Va da sé che in questo quadro le disuguaglianze sociali, culturali, esistenziali riprendono ad assumere una pregnanza fortissima determinando un classismo senza precedenti. Licenziamo dalla scuola media un numero rilevante di alunni “speciali”, i quali si sommano, ovviamente, nei corsi e negli istituti professionali, non certo nei licei. Merito e competizione sono ormai i leitmotiv delle riforme dei vari governi, che, specie nel perdurare delle crisi, propinano la falsa vulgata secondo la quale la disoccupazione cresce per il mancato incontro tra formazione e impiego, per l’inadeguatezza tra scuola e mercato del lavoro. C’è da considerare se in quella inadeguatezza, non ci sia per la scuola la sua possibilità di salvezza.

La scuola è soverchiata da criticità che investono l’intera società, certamente l’insegnamento deve interrogarsi sul senso del proprio orizzonte e il processo didattico reinventarsi,  ma si ha la sensazione che Socrate e Agatone siano ingabbiati dentro un sistema che frantuma ogni forma di sapere. Ci vorrà di più della sola ridefinizione del loro rapporto. Anche perché ci si trova dinnanzi ad un sistema che assomiglia ad uno di quei saloon del far west dove mentre tutto va in pezzi sotto i colpi degli spari, il pianista continua a suonare: si continua a parlare di integrazione, di inclusione di soggetti che costituiscono ormai numericamente la maggioranza nelle classi; a somministrare prove invalsi per stabilire il livello di preparazione di un fantomatico alunno standard che non esiste; ad avere un’acquiescenza colpevole di famiglie e operatori; a compilare schede e moduli infiniti, scacciando l’idea dell’inutilità di una siffatta istituzione e lo spettro di una sua implosione. Speriamo che prima o poi si spari anche sul pianista.