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Una ventata di utilitarismo

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Una ventata di utilitarismo percorre i piani alti della scuola italiana. Basta con inutili saperi, viene ripetuto con convinzione dalle nostre èlite, che non servono nel mondo del lavoro; basta con la cultura che non sia spendibile sul mercato o quanto meno che non faccia spendere sul mercato informatico. In armonia con questo spirito nella legge della Buona Scuola è stato stabilito un numero di ore obbligatorie di stage lavorativi per il triennio delle superiori che chiaramente esorbita la capacità di ricezione del mondo produttivo italiano, secondo una tradizione tipica delle classi dirigenti nostrane di fissare obbiettivi prescindendo da fattori quali la loro effettiva realizzabilità. Ma è già stata presa la contromisura: se le scuole non riusciranno ad avere stage esterni, li simuleranno al proprio interno, così finalmente i nostri istituti potranno vantarsi di essere arse e stridenti officine bagnate di studentesco sudor.

Proprio l’aspetto grottesco di questi dettagli testimonia della natura ideologica del discorso sulla scuola utile e dei provvedimenti che ne seguono; non bisogna dimenticare che in questi anni ci troviamo di fronte al più massiccio tentativo di introdurre un’ideologia nel nostro sistema scolastico dai tempi del fascismo.

Il disprezzo per le inutili materie umanistiche in un contesto del genere non è soltanto un segno di un atteggiamento utilitaristico, ma anche una spia del fastidio verso materie che finiscono con il fornire qualche strumento critico a molti studenti da parte di chi vuole edificare una scuola da pensiero unico, giustificandolo con il pragmatismo. Eppure in un momento in cui il lavoro sembra essere minacciato dalle innovazioni tecnologiche e dai processi di finanziarizzazione dell’economia, stabilire con certezza che cosa sarà utile nei prossimi anni appare alquanto complicato e non così evidente come ci viene autorevolmente suggerito. Per esempio un documento firmato da alcune centinaia di ricercatori attivi nel campo dell’intelligenza artificiale nel gennaio del 2015, pur esibendo un tono comprensibilmente ottimistico sul futuro a lungo termine, non esita a indicare tra le prospettive di breve periodo i rischi di un esubero di una parte notevole della popolazione, indicando come ambito di ricerca per risolvere il problema il seguente: “La storia offre numerosi esempi di piccoli gruppi di popolazione non bisognosi di lavorare per ottenere la sicurezza economica, dall’aristocrazia nell’antichità fino alla maggioranza dei cittadini nel Qatar contemporaneo; quali strutture sociali e quali altri fattori determinano se tali popolazioni prosperano?”. In pratica per ovviare alla situazione che l’impatto dell’intelligenza artificiale determinerà sul piano lavorativo, e non si tratterà solo di una disoccupazione di personale poco qualificato, si propone di studiare società arcaiche nelle quali non c’era bisogno di lavorare, se non per gli schiavi, per trovare qualche idea.

In un contesto del genere una scuola che favorisca lo sviluppo di un intelletto generale potrebbe rivelarsi molto più utile e in definitiva spendibile di una che rincorra le necessità di un mercato in perenne cambiamento e in cui le possibilità di lavoro e sviluppo appaiono in decrescita costante.

L’appello all’utilità pratica degli studi, formulato quasi come se in Italia non esistessero già scuole con questa finalità, e il contestuale rimprovero di inutilità alle materie umanistiche rientrano anche nel discorso mediatico che tende ad attribuire alla scuole le responsabilità della crisi economica o forse di un intero sistema produttivo. Talvolta capita di leggere interventi anche su giornali autorevoli in cui sembra che l’unica soluzione alla mancanza d’investimenti, alla disoccupazione e alla deflazione sia una scuola orientata esclusivamente sulle richieste, peraltro declinanti, del mercato del lavoro.

Questo atteggiamento è tanto più grave perché oggi la scuola italiana ha di fronte un importante compito storico, che è quello di fornire un’identità culturale di cittadinanza che si ponga da argine ai processi di atomizzazione sociale. Finita la retorica anni novanta sulla globalizzazione pacifica, è chiaro che ci troviamo di fronte a un mondo in cui le frontiere tornano a contare e a società attraversate da varie forme di emarginazione e conflittualità interne, spesso con caratteri regressivi. In questa situazione non sarebbe difficile individuare alcune linee di una politica educativa per la società. Insomma invece che rincorrere un modello produttivo in crisi il compito storico della scuola in questa storia dovrebbe essere quello per dirla con Edgar Morin di insegnare il ben vivere.