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Piccole scintille nella prateria?

chinoise

«Mettere lo studente al centro» dei programmi di apprendimento, dei percorsi scolastici, dell’attenzione, del progetto formativo. È questa un’espressione che ritorna nei più diversi contesti e discorsi legati alla scuola. A parte che tale sintagma richiama alla mente un’immagine inquietante – il povero studente circondato da ogni lato da maestri, professori, presidi, bidelli che lo scrutano, lo fissano, lo osservano quasi a sezionarlo senza lasciargli alcuna via di uscita – siamo proprio sicuri che siano i ragazzi, gli alunni, con le loro richieste, i loro bisogni, i loro desideri, l’elemento fondamentale dell’attuale sistema scolastico? Che siano proprio loro in concreto quelli a cui si pensa, quando si decide di intervenire con le varie riforme della scuola?

La risposta a tali domande potrebbe essere abbastanza semplice. Se la scuola è chiamata a formare le donne e gli uomini di domani, non c’è da sorprendersi se l’istituzione scolastica, come del resto tutto il milieu socioculturale odierno, punti a costruire una persona funzionale, sottomessa e partecipe dell’attuale pensiero unico dominante. Senza volersi addentrare in un simile discorso, che pure andrebbe fatto per analizzare e tentare di smontare i meccanismi su cui si regge il biopotere contemporaneo, ritengo possa essere interessante indagare cosa pensino gli studenti oggi della scuola. Così ho chiesto direttamente ai miei studenti un loro giudizio sulla scuola attuale. Ho dunque proposto che chi volesse, scrivesse un testo sull’argomento esponendo il proprio punto di vista.

La proposta è stata fatta a due classi del penultimo anno del liceo. Si tratta di ragazze e ragazzi in genere scarsamente politicizzati e che vivono all’interno di un contesto fortemente degradato appartenente alla cosiddetta Terra dei fuochi della provincia di Caserta. Ha risposto complessivamente circa un terzo degli studenti interpellati. Da notare che la partecipazione maggiore, circa il 50%, è arrivata da quella delle due classi ritenuta “più difficile”, “meno studiosa”, “più svogliata”.

Dalla lettura dei testi credo emergano elementi interessanti. Innanzi tutto appaiono due degli elementi “classici” di qualunque discorso attuale sulla scuola, ovvero l’inadeguatezza delle strutture e il bullismo. Tali argomenti, però, non hanno la rilevanza quantitativa che invece acquistano all’interno del discorso dominante, e anche la maniera di affrontarli risulta alquanto originale, soprattutto nel caso del secondo problema. Innanzi tutto non si tratta del classico bullismo basato sulla violenza e sulla sopraffazione, ma di qualcosa di più sottile, legato a “sfottò” e atteggiamenti che nascondono un senso di superiorità. E soprattutto si nota come vengano esibiti nei confronti di studenti stranieri. Il discorso così si allarga alla necessità di una più reale e profonda integrazione tra italiani e migranti.

Il tema dell’inadeguatezza delle strutture sembra poi collegato a un’altra necessità che viene fuori da più parti ovvero il desiderio di andare oltre i classici spazi chiusi dell’edificio scolastico. Si esprime il desiderio di utilizzare anche gli spazi aperti esterni alla scuola per svolgervi attività didattiche richiamandosi, forse inconsapevolmente, all’antico modo greco di insegnare. Pare emergere così in modo netto il desiderio di libertà e di assenza di costrizioni da parte di ragazze e ragazzi che naturalmente tentano di sottrarsi a ogni tipo di chiusura.

Davvero sorprendente un ulteriore elemento emerso, ossia una forte critica alla pratica del voto. Si sottolinea come molti studino solo per il voto e non per imparare qualcosa che possa essere realmente utile. Si attacca il nozionismo («si studia a memoria»), lasciando intravvedere l’esigenza di un sapere diverso, di un pensiero critico. Certo in maniera forse un po’ superficiale e confusa, ma sembra quasi che stia di nuovo per venir fuori uno dei temi più dirompenti tra quelli dibattuti nel lungo Sessantotto italiano.

Infine da più parti si criticano i professori e il loro modo di insegnare. Alcuni sono stigmatizzati per il loro basso grado di preparazione, altri per l’incapacità a coinvolgere e interessare, ma soprattutto emerge con chiarezza come i ragazzi recepiscano il senso di frustrazione che ormai ha preso molti docenti nell’esercitare la loro funzione e fa sembrare che lo facciano «perché forse non hanno trovato di meglio nella vita».

Probabilmente esagero, ma dai discorsi emersi da questo piccolo e marginale esperimento, mi sembra che qualcosa si stia muovendo all’interno della popolazione studentesca, da molti giudicata per la gran parte massa amorfa, scarsamente attiva, passivamente supina di fronte al destino di precarietà, disoccupazione e sottomissione che gli si prospetta davanti. Chissà forse la vecchia talpa sta ancora scavando e delle piccole scintille iniziano ad accendersi nella prateria.