Le ragioni di una campagna per salvare i libri dal macero

Perché #Minimo30

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Semplifichiamo.

In Italia, come in tutti i Paesi dove esiste un mercato editoriale, tra editore e lettore ci sono di mezzo almeno due intermediari. Il primo lo conosciamo tutti: è il librario, o meglio è la libreria, perché oggi di librai, cioè quei colti venditori attenti ai clienti che spendono il tempo a valutare la qualità dei titoli che consiglieranno, secondo un progetto culturale o una precisa visione del mondo, di questi librai se ne trovano sempre meno.

Il secondo è meno noto ai più: si chiama “distributore” ed è il soggetto che si occupa di “portare” materialmente i singoli libri degli editori nelle librerie del Paese; ne gestisce la fornitura e le condizioni commerciali, chiedendo agli editori una percentuale di sconto sul prezzo di copertina per pagare i suoi servizi, e ai librai il rispetto di una serie di condizioni di fatturato, di tempi di pagamento ecc. In virtù di questo sistema, oggi il ricavo medio di un editore è di circa il 40% del costo del libro che produce (sì, meno della metà), e questo ricavo è pagato all’editore (dal distributore) tra i sette e i dodici mesi dopo la vendita in libreria. Una dilazione impossibile da reggere.

Ora, in Italia, a differenza di molti altri Paesi dove esiste un mercato editoriale, succede anche che il suddetto mercato sia composto praticamente da un unico soggetto distributivo e che la maggior parte delle librerie siano controllate da uno dei quattro maggiori gruppi editoriali. Un mercato che solo cinque anni fa registrava il 70% di librerie indipendenti (a fronte di un 30% di catena), oggi registra il ribaltamento di queste proporzioni.

E quindi? Sempre per semplificare, ma per farci capire, quello che succede è che i ritmi già frenetici dell’economia di mercato si sommano, nel caso dell’editoria, a una situazione di schiacciante oligopolio che tende non solo a favorire i gruppi maggiori, ma di fatto a cancellare sempre di più ogni traccia di attività indipendente, sia essa editoriale o libraria, applicando condizioni economiche sempre più vessatorie. Percentuali degli intermediari sempre più alte, necessità di fatturati sempre maggiori, libri che si vendono sempre meno per fare posto ai cento sedicenti bestseller griffati da un grande editore.

Per un editore piccolo e indipendente, come noi, tutto ciò si traduce in una data di scadenza: un libro pubblicato oggi diventa vecchio dopo tre mesi. Significa che non appena un titolo decade dalla categoria delle «novità» deve cedere il posto alle centinaia di novità più nuove che inondano ogni mese le librerie. È così che torna nei magazzini di chi lo aveva ottimisticamente eletto per la pubblicazione.

I magazzini degli editori indipendenti strabordano di libri recenti (con uno, due anni al massimo) e ancora attuali, il cui destino è obbligatoriamente il macero.

Non ci sembra giusto lasciarli marcire in un magazzino: noi i nostri titoli li abbiamo tirati fuori offrendoli al prezzo di costo, purché continuino a circolare e a stimolare saperi critici.

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