Come mettere fine a un dominio che non vuole finire

Pubblichiamo, dalle prime pagine del Prologo, un breve estratto dal libro Non esiste la rivoluzione infelice di Marcello Tarì.*

 

 

Come un’epoca diviene un’era e da questa nasce un nuovo eone?
Oppure.
Come una rivolta si trasforma in un’insurrezione e questa in una rivoluzione?
Sono secoli che ogni generazione si ritrova sospinta contro questo irrisolto, e sempre inderogabile, quesito.
Si potrebbe dire che dei rivoluzionari vengono al mondo nel momento stesso in cui degli individui rivolgono a se stessi quella domanda e cominciano, insieme ad altri, a elaborare delle risposte. È un combattimento mondano e spirituale che ha dato vita a sperimentazioni audaci e avventure strabilianti le quali, è vero, il più sovente sono state sconfitte. Oppure spesso accadde che la lotta abbia avuto termine per l’abbandono dell’interrogante. Le astuzie della Storia hanno sempre avuto la meglio sullo scandalo della verità. Perciò Franz Kafka diceva che per i movimenti spirituali rivoluzionari, i quali sono sempre movimenti contro la Storia, è come se nulla fosse ancora accaduto. Ciononostante, o proprio per questo, la domanda risorge ogni volta dalle rovine del tempo. Intatta.
Arrivati al termine di una civiltà – la nostra, quale altrimenti? – l’interrogazione si carica d’urgenza, veste un carattere indilazionabile, si fa anche più circostanziata, diviene la riflessione silenziosa di un’inquietudine sempre più diffusa. Sono domande semplici in fin dei conti, ripetute più volte e da luoghi distanti tra loro. Come mettere fine a un dominio che non vuole finire? Come mettere fine alla miseria di un’esistenza il cui significato fugge da ogni lato? Come mettere fine a questo presente, la cui pianta architettonica somiglia a quella di una cella abbastanza capiente da contenere un’intera popolazione? Come mettere fine a una catastrofe che non potendo più avanzare, poiché è già ovunque, ha cominciato a scavare fin sotto i piedi dell’Angelo della storia? E infine, soprattutto: come fare a spostare l’asse del mondo orientandola sull’ascissa della felicità? La risposta è inseparabile dalla domanda la quale, per questo, deve restare immobile ma aperta all’uso di chiunque la senta affiorare dentro di sé. La vera dottrina consiste di sole domande, affermava lo storico della cabala. La risposta allora si iscrive nell’esistenza, quando questa arriva a coincidere integralmente con la domanda.
Di questi tempi tuttavia pare che sia il mondo stesso, ormai esausto, a porci quell’interrogativo prima di dover abbandonare la scena. Esausto perché ha consumato tutte le sue possibilità: d’ora in avanti solo l’impossibile conta. La Storia, quando si approccia alla fine, diviene enormemente pesante da sopportare ed è da un pezzo che il suo progredire significa solamente l’intensificazione della sua catastrofe. La verità, sepolta sotto le immani quantità di macerie del progresso, è che non c’è mai stato un solo mondo che sarebbe quello del nostro presente, racchiuso nella quaternità Occidente-Modernità-Democrazia-Capitalismo, ma una Terra che non ha mai smesso di modificarsi in una molteplicità di mondi. Mondi che appaiono unificati nella loro separazione e gerarchizzazione dalla cibernetica, dal capitale, dalla metafisica, dallo spettacolo.
Fino a non molto tempo fa esisteva una possibilità, seppur subalterna, di nominare la pluralità dei mondi. Ma il mondo presente, che si rappresenta come unica e sola unità di senso, ha eliminato dal regime discorsivo dominante anche le moderne definizioni politiche di secondo, terzo o quarto mondo – esattamente come lo ha fatto per le classi: un solo mondo, quello del capitale, e una sola e unica classe, la borghesia planetaria. Ebbene, quell’unico mondo, quella concreta astrazione che nega esistenza a tutti gli altri mondi, in una parola «la civiltà», è precisamente ciò che sta crollando sotto il peso del proprio catastrofico trionfo. Tramutare questo crollo, questa trionfale catastrofe, questa impossibilità, nella redenzione di tutti i mondi è la scommessa dei rivoluzionari. Vincere contro quell’unico mondo prima che crolli rovinosamente addosso all’umanità, in fondo, sarebbe la sola maniera ragionevole di affrontare la forsennata volontà d’apocalisse dell’Occidente.
I rivoluzionari sono i militanti del tempo della fine e dentro questa temporalità operano per la realizzazione di una felicità profana, ma bisogna aver ben presente che l’esaurirsi delle possibilità di questo mondo significa anche quello dell’azione politica che andava con lui. Un’identità politica che, come questo mondo, abbia esaurito ogni sua possibilità non può che essere deposta, a meno di non voler continuare a esistere come un non-morto, come uno zombi. Per afferrare l’impossibile sembra non resti quindi che modificare quella speciale forma di vita, quella maschera, che è stata la moderna militanza rivoluzionaria, della quale restano nella memoria solo brandelli, frammenti, rovine. Una vicenda della quale un’ontologia storica resta tutta da fare. Anche per questo, l’attuale relazione con essa è quella di un lutto irrisolto. I K-way neri, divenuti una presenza costante in ogni manifestazione in cui accade qualcosa, pare siano lì giusto per ricordarlo a tutto il resto del corteo.
Facciamo attenzione però, non si va contro la militanza, la cui storia merita tutto il nostro rispetto, ma si adotta la strategia paolina del «come non»: che i militanti siano come non militanti. Scrive Giorgio Agamben: «Il “come non” è una deposizione senza abdicazione. Vivere nella forma del “come non” significa destituire ogni proprietà giuridica e sociale, senza che questa deposizione fondi una nuova identità». In primo luogo ciò vorrebbe dire liberare chi vive in quella forma dall’obbligo di dover essere qualcuno o, che è la medesima cosa, di vivere come se si fosse qualcos’altro, qualcosa di mai veramente presente ma posta come un fine esteriore: vivere nel «come non» vuol dire per il militante sciogliere l’incantesimo che lo vuole investito da un compito infinito e da una delega assoluta.
Maschera e volto non possono più essere sovrapposti e separati a piacimento, se non si vuole ripetere la tragedia dei rivoluzionari di professione che Bertolt Brecht mise in scena con Die Maßnahme nel 1930; poiché sappiamo ormai che non c’è nessun volto che non sia già maschera, sta a ciascuno decidere a quale essere fedele. Sia i militanti del partito che il giovane compagno protagonisti di quella pièce erano nel torto: gli uni perché accecati dall’ideologia e l’altro perché lo era da un sentimentalismo volontarista. E seppure quell’epoca può essere pensata come una magnifica tragedia, per noi la «linea di condotta» non può più avere la pretesa di essere diritta o di essere governata da una serie di «disposizioni» e «misure», essa piuttosto fa una curva tutta particolare, spiraliforme, piega verso l’interno allo stesso tempo che verso l’esterno, senza fine, priva di sommità come la torre di Tatlin.
Non c’è alcun bisogno, così, di fuggire la propria vocazione. Della militanza, direbbe il filosofo, se ne può «fare uso», mettendola in tensione con la temporalità rivoluzionaria e disattivando quella sua inclinazione a diventare un’identità tirannica, una forma separata dalla vita, il cavo conduttore di una sostanza morale da cui procedono le sue gesticolazioni, i suoi comportamenti così facilmente separabili dal soggetto che li compie. «Voi non siete più voi stessi (…) ma (…) fogli bianchi sui quali la rivoluzione scrive i propri ordini», dice il caposede agli agitatori nel dramma didattico di Brecht: la rivoluzione ha sempre significato la destituzione delle identità assegnateci da questo mondo e continua a esserlo, ma il militante non può più essere la quintessenza della politica dei mezzi per un fine, un corpo e una voce che diventano strumenti attraverso i quali si determina la volontà progressiva della Storia. Un’avanguardia esterna innanzitutto a se stessa, cioè alla propria e altrui vita. Infatti nella riscrittura che Heiner Müller, con il suo Mauser, fece di quel dramma quarant’anni più tardi, l’attività del militante, cioè uccidere i nemici della rivoluzione, è vista per quello che era veramente divenuta, un lavoro cioè, e la stessa rivoluzione un modo di produzione di nemici.

 

∗ Il libro sarà presentato mercoledì 14 alle ore 19:00 presso la Mediateca Gateway, Via San Petronio Vecchio 33/b, Bologna.
Successivamente, giovedì 22 giugno dalle ore 20:00, al Porticciolo di Pastena, Traversa Salvatore Marinari, a Salerno.