Noi chi?

DeriveApprodi accompagnerà la campagna elettorale europea con una lettera settimanale firmata da uno dei nostri collaboratori o da persone la cui opinione ci sembra interessante per i nostri lettori.

Come nostra abitudine eviteremo la retorica e descriveremo il futuro che ci pare scritto nella realtà come inevitabile. Ma non dimentichiamo le parole di Keynes: generalmente l’inevitabile non si verifica, perché sempre quel che prevale è l’imprevedibile.

Ecco quello che fummo siamo e saremo: l’imprevisto.
F.B.

Noi chi?
Oltre l’Unione europea, per un programma egualitario europeista

Franco Berardi Bifo

All’inizio degli anni ’90 l’Unione europea, nata nel dopoguerra dalla buona intenzione di superare il nazionalismo portatore di tragedie, venne investita dall’onda neoliberista e nell’arco di un decennio venne trasformata in una macchina di sottomissione della società al capitale finanziario.
Il ceto politico liberal-democratico, e particolarmente la “sinistra”, da Blair a Schroeder a d’Alema a Renzi a Hollande a Macron, perseguì sistematicamente una politica di privatizzazione, dimezzamento del salario e precarizzazione del lavoro, impoverì la società europea e riducendola alla disperazione.
Dopo il collasso finanziario del 2008 la rapina si fece frenetica, sistematica e violenta. L’umiliazione, cui nell’estate 2015 fu sottoposta esemplarmente la società greca, portò a compimento il processo di asservimento dell’Unione al ceto della finanza.
Il dominio finanziario cui la sinistra ha offerto il supporto politico, ha implicato distruzione di ricchezza, impoverimento della società e devastazione delle infrastrutture che rendono la vita sociale possibile. Cominciamo oggi a vedere gli effetti di lungo periodo dell’azione che i liberal-democratici europeisti hanno scatenato: i ponti crollano, i treni deragliano, gli ospedali ammazzano e così via, mentre i giovani sono costretti a emigrare e accettare condizioni di sfruttamento assoluto e umiliante. L’umiliazione è il tratto decisivo dell’offensiva liberal-democratica. Chi è umiliato vuole vendetta, e la vendetta non conosce ragione.
Questa umiliazione ha generato l’ascesa del nazional-sovranismo su scala continentale. Il popolo, astrazione romantica che prende il posto della società quando la società perde il bene dell’intelletto, trova nel sovranismo la sua strategia, che è soltanto un’illusione patetica.
Le prossime elezioni europee saranno un momento decisivo: l’alternativa tra liberal-globalismo e nazional-sovranismo probabilmente porterà al trionfo dei sovranisti. E l’automa finanziario troverà nei governi nazionalisti uno strumento ancor più violento di quello liberale del ventennio passato.
Ma esiste un’alternativa alla tenaglia liberismo-sovranismo? Chi siamo noi? La prima persona plurale non ha più consistenza. Dissolto il fronte sociale della classe operaia, sconfitta e disgregata. Dissolto il fronte culturale dei movimenti, che in larga parte sono risucchiati dal richiamo sovranista e in larga parte sono costretti a rifugiarsi nell’illusoria difesa della democrazia che è morta e sepolta. Non esiste una soggettività collettiva intelligente, solidale, capace di opporsi alla tenaglia.

Il compito più urgente, nel prossimo periodo, è questo: reinventare un “noi”, ricostruire soggettività autonoma e intelligente.

Per farlo dobbiamo partire da due elementi: la sofferenza psichica dilagante e la forza sociale del lavoro cognitivo incapace di esprimersi per depressione psichica e assenza di solidarietà nel lavoro precario. D’altronde la sola cura per il dolore dell’anima è la ricostruzione di un (attualmente impossibile) movimento egualitario e solidale.
Le elezioni europee non sono per noi (noi chi?) una battaglia politica ma sono (possono essere) un ricostituente psichico, un fattore di ricomposizione sociale del lavoro cognitivo cosmopolita: la formazione del “noi” che ci manca.
Il campo della prossima battaglia è già determinato: da una parte ci sta il nazional-sovranismo dall’altra la soccombente liberal-democrazia. Non c’è alcuno spazio per l’emergenza di un terzo attore.
L’anima profonda del nazional-sovranismo è il terrore bianco provocato dalla grande migrazione e dalla mutazione demografica irreversibile che nei prossimi decenni cancellerà la “razza bianca” dalla faccia della terra. La razza bianca naturalmente non esiste, ma nel tempo della deterritorializzazione questa identificazione mitologica è la più potente.
Il sovranismo non manterrà le sue promesse perché si fonda su due illusioni: la prima è che si possa arrestare il declino della “razza bianca” senescente e psico-politicamente impotente. La seconda illusione è che si possa recuperare il governo dell’economia in una società in cui sono globalizzati i flussi finanziari, i flussi informativi e i flussi psichici.
Ma se illusoria è la scelta sovranista che attrae parte della fu sinistra, la scelta europeista, che attrae l’altra parte, è totalmente subalterna al ricatto finanziario e liberista.
Moscovici e Draghi fanno la lezione al governo italiano come tre anni fa la fecero al governo di Tsipras. Non rimproverano Salvini perché provoca la morte di centinaia di persone nel Canale di Sicilia. Quello è normale, legittimo, anzi meritorio per Draghi, Moscovici e Minniti. Lo rimproverano perché dice di voler portare la pensione a 62 anni, e perché dice di voler restituire un po’ di reddito ai lavoratori che la sinistra ha ridotto in miseria. Perché i lavoratori dovrebbero votare per Minniti piuttosto che per Salvini?
Sia ben chiaro: il crollo dell’Unione europea sarà una catastrofe generatrice di guerra miseria e fascismo. Ma l’Unione europea è solo un esattore che impone alla società di svenarsi per rimpinguare le casse del sistema bancario. E l’umiliazione ha trasformato la maggioranza dei cittadini europei in bastardi razzisti che difendono quel che resta del miserabile privilegio coloniale. Perché dunque dovremmo difendere l’Unione? Perché dovremmo aver paura dell’apocalisse?
L’apocalisse è inevitabile. Pensiamo a quel che accadrà dopo.
Chiunque scelga di prendere le difese dell’Unione europea nella prossima campagna elettorale deve sapere che sarà identificato in modo inesorabile con i succhia-sangue finanziari. Perché ripetere l’errore compiuto da coloro che in occasione del referendum franco-olandese del 2005 scelsero di difendere l’Europa neoliberale contro il rifiuto operaio che i nazionalisti strumentalizzarono vittoriosamente?
Nelle elezioni della primavera prossima possiamo costruire una soggettività cosciente, visibile e socialmente produttiva solo se rifiuteremo il ricatto: Europa delle banche o Europa delle nazioni. Se non c’è una terza possibilità che l’Europa vada a farsi fottere!

Non ha senso difendere l’Unione europea. È morta e dobbiamo dirlo.
Non ha senso rivendicare una sovranità nazionale che non può esistere.

La tragedia provocata dalla sinistra bancaria è già in corso, e le elezioni europee non faranno che accentuarla. Il solo compito che dobbiamo svolgere è (ma ti sembra poco?) quello di ricomporre la potenza sociale produttiva e immaginante del lavoro che rifiuta lo sfruttamento: ricominciare a dire “noi”.

Nella tempesta che seguirà le elezioni di primavera potrà emergere una soggettività nuova e un programma. Cominciamo a elaborare il programma, cominciamo a riconoscere le linee di formazione della soggettività egualitaria a venire.

 

12 settembre 2018