Chissà cosa pensano i libri quando vanno al macero

Di Lanfranco Caminiti

 

Chissà cosa pensano i libri quando arrivano al macero. Chissà cosa pensano di noi, che li mandiamo al macero, i libri. Cioè, li fanno a fettine, con le macchine che li attraversano e li tagliano.
Chissà cosa pensano le parole, quando si vedono smembrate, che una fettina va di là e una di qua, tipo “amore”, che si vede tagliata e c’è am da una parte e ore da un’altra; tipo “rivoluzione”, che riv sta qua e oluz sta là e ione chissà dove va. E poi, quando le impastano le parole, e la carta, per farne nuova carta, le parole e le fettine si ritrovano ma non si riconoscono, perché am la impastano con ione e non riescono a combaciarsi, e si chiedono “lei chi è, scusi?”, e quell’altra fettina di parola dice “perché, lei da dove viene?”. E così, quando poi la riciclano, la carta, che in realtà riciclano libri e parole, noi non le vediamo più e ci possiamo scrivere e stampare di nuovo sopra, però c’è una memoria su quella carta, che è anche una memoria di passioni, di sentimenti, di dolori, di speranze, di scemerie e di giochi, e forse si è perduta, si è sbiancata perché le devono sbiancare le fettine e le parole e la pasta di carta, perché abbiamo questa smania di smembrare e impastare tutto per fare le cose nuove, però le facciamo con pezzi malmessi e non ci raccapezziamo, e così ricominciamo sempre da capo, ma non è che sia sempre sta gran cosa, che magari a tenersele, quelle scemerie, potrebbero giovarci, ecco.

Ora, si sa, i libri che vanno al macero ci sono nati per questo, che se stampi “Le gite scolastiche nella Lombardia del primo Novecento” o pure “La caduta tendenziale del saggio di profitto spiegata agli operatori ecologici”, per dire, e ne hai tirate cinquemila copie ciascuno vuol dire che ci sei destinato al macero. Pure, se uno sapesse sempre quali libri avranno successo e quali no, quali libri supereranno le mille copie e quali no, di libri se ne stamperebbero proprio pochi e tutti di successo. A pensarci viene pure un senso di fastidio. Perché non è che uno ce l’ha scritto in fronte che il suo libro avrà successo, e magari accade che il primo non ti viene proprio bene e il secondo va così così e con il terzo invece fai boom, però non ci fossero stati il primo e il secondo e chi credeva in te non ci sarebbe stato il terzo. Oh, certo, ora c’è l’auto-editoria e uno se li può stampare in proprio, i libri e diffonderli attraverso le reti sociali – un po’ come accade con i video di dj o di cantanti casalinghi che si autoproducono e raggiungono cifre di visualizzazione che fanno spavento. Poi magari succede che trovi un editore o un’etichetta che ti produce e fai flop, che tutta la creatività ti s’è esaurita nell’autoproduzione. E quindi sempre lì torniamo, che ci sono tanti libri che circolano.

Pure troppi, si dice. Come se ci fosse una misura per dire quale sarebbe la quantità giusta. Come ci fosse un galleggiante che può regolarne l’afflusso, e fermarlo quando raggiunge il limite. Che ci sia tanta gente che scrive cose non dovrebbe essere considerato un guaio; una volta era un guaio che non si sapesse neppure leggere e scrivere e mettere la firma. È un’idea un po’ sciocca, come si dovesse varare un regolamento nazionale per dire quanti acquerelli si possono disegnare – ce ne sono quantità infinite, di acquerelli. Oppure, quanti centrini per la tavola si possono ricamare – ce ne sono quantità infinite, di centro-tavola. Ora, non è che tutti nascono imparati o hanno fatto le scuole alte e sanno stendere i colori come si deve sulle tele né, per quello, sanno fare i pizzi e i merletti come opere d’arte. Ci si diletta, ecco. Scrivere è anche un diletto. Un po’ come stampare le cose. Non è che per forza ci debba essere un guadagno, a stampare libri. O a dipingere acquerelli.

Per leggere ci devi essere portato. Nel senso letterale. Se, metti, uno chiunque va al Motor Show dove mostrano gli ultimi modelli di motociclette e gli ingranaggi dei motori e le diavolerie dell’elettronica su freni e cambi e le scocche di materiali che usano per le navicelle degli astronauti, uno si annoia, se non c’è portato. E lo stesso succede se si va alla Fiera delle barche da diporto o a una qualunque altra manifestazione di settore. Se uno non legge e va a un Salone del Libro, per dire, si spaventa subito, non capisce l’emozione per l’ultima opera di uno scrittore famoso o per l’autobiografia di una qualche autrice in voga. Proprio come una persona qualunque non capisce l’emozione per i materiali di una manopola del manubrio di una motocicletta o i gridolini per gli ultimi aggiornamenti del sistema Android per i cellulari. Forse, c’è stato un tempo in cui il libro era l’ultimo ritrovato tecnologico e, oltre che per i contenuti, eccitava l’idea di essere “moderni”, di avere per le mani l’ultimo ritrovato della capacità dell’uomo di adattare sapere e tecniche. Ma ormai il libro è un oggetto obsoleto, e non è che se lo facciamo digitale le cose cambiano.

Perciò, uno ci deve essere portato per i libri. Come un hobby. Come collezionare tappi di birra o cartoline postali. Ci sono così tanti modi di diventare sapiente e intelligente, oggi, che non è obbligatorio – se non come fossi un fenomeno da baraccone, che sa a memoria tutta la Divina Commedia – passare per i libri. Non molto tempo fa, i libri te li portavano a casa. L’Italia si affacciava alla modernità, e così insieme all’utilitaria, ai tavoli di formica per la cucina e agli scaffali tipo svedese per il soggiorno, si compravano i libri. A rate. Enciclopedie, soprattutto. Perché se uno è analfabeta e vuole sapere, comincia da principio, in ordine alfabetico.

Un po’, salvare i libri dal macero è come vendere i libri a rate negli anni Sessanta. Ogni libro come fosse una voce di un’enciclopedia. Migliaia di voci, migliaia di titoli. Non è importante che siano esaustivi, forse sono già obsoleti quando arrivano da te, le cose sono cambiate o possono essere lette sotto un’altra luce. Però, li puoi collezionare, quasi fossero figurine di un album, di una infinita babele di biblioteche. Li puoi scambiare, pure, con un altro lettore, magari. Ecco, a questo servono le iniziative del MaceroNO. Non è un’attività eroica di chi salva la civiltà del libro: quella è già morta e sepolta, tanto tempo fa. Ma i libri sopravvivono ancora. Come i lettori, d’altronde. E gli autori. E gli editori.

L’anno scorso, con le iniziative del MaceroNo abbiamo salvato circa diecimila libri. È una cosa bella, come avere messo a dimora diecimila piantine di menta o di cannabis o avere riciclato diecimila bottiglie di plastica o redistribuito diecimila paia di scarpe che stavano per essere distrutte a diecimila bambini che vanno in giro a piedi nudi. È una cosa di cui si può andare fieri. Non abbiamo salvato il mondo, certo, ma se è per quello neppure con quelle diecimila paia di scarpe riciclate lo avremmo salvato. Però, abbiamo dato una mano. Che poi, i libri che salviamo dovrebbero andare proprio là, nei mercatini della frutta e della verdura, o dei mobili usati, tra una lattuga e un comodino anni Sessanta.

Ci si accapiglia, in Italia, per le fiere del libro, e offrono ponti d’oro agli editori importanti, per andare in una location nuova o per restare in una location vecchia. Come se farla a Milano o a Torino cambiasse qualcosa, per i libri. Sempre di MotorShow si tratta. Con tutte quelle cose scintillanti e le hostess e le star, ah che happening, ragazzi. A noi interessa invece pensare alla fine dei libri, e non al loro cominciamento, quando sono belli pimpanti e vanitosi e si mostrano in giro e fanno l’occhiolino ai lettori, un po’ civette. A noi interessano i libri quando cominciano a sentire i dolori nelle ossa, quando le giunture scricchiolano, quando ci si sveglia e si è un po’ straniti, quando si perdono per strada che non si ricordano più dov’è casa. E guardate che l’invecchiamento dei libri è rapido: i libri sono l’oggetto più rapido nell’obsolescenza – ci mettono circa sessanta giorni per venire tolti dagli scaffali, quelli che poi ci erano arrivati, sugli scaffali. Non c’è bisogno di alcuna planned obsolescence per questa “tecnologia”. Ecco, a noi interessa partire dal loro logoramento. Prendiamo i libri quando sono logori e li riabilitiamo.

MaceroNO è questa opera di riabilitazione dei libri, e noi siamo i loro fisioterapisti. Li portiamo in giro a passeggiare, a prendere aria, a stare in compagnia, a vedere luce e sole che fa sempre bene. A farli comprare, che poi loro, i libri, sono contenti se qualcuno li compra e li legge, e li presta, e pure se li ruba, perché sono stati fatti per questo, per arrivare nelle mani di un lettore e per passare di mano in mano. Allora, quando sono sgualciti e segnati e con le orecchie, allora sì, che sono felici d’essere logori.