Chiedere l’impossibile

Recensione a «Il desiderio dissidente» di Lea Melandri

di Gioele P. Cima

Alcuni giorni fa è stata resa pubblica un’intervista inedita (1975) in cui Paolo Villaggio afferma che l’ideale di felicità proposto dal consumismo non è altro che una falsa promessa destinata a segregare l’individuo nell’infelicità e nella solitudine (e la cui epitome è esplicitata dalla saga di Fantozzi). Il successo dell’intervista è consistito nella sua evidente attualità: in via del tutto ipotetica, se essa fosse stata rilasciata oggi, anziché allora, la sua eloquenza sarebbe probabilmente rimasta invariata.

Eppure, la sensazione di verità trasmessa dalle parole di Villaggio, se vuole veramente essere critica, e non solamente estetica, deve tenere a mente il proprio rovescio: la tendenza ad elogiare l’attualità di profezie passate, ad esaltare la loro capacità di prevedere (solitamente in modo pessimistico, se non completamente catastrofico) un futuro chiuso, segnato da un’amara inesorabilità e che preclude qualsiasi sbocco ulteriore. La società consumistica e il genocidio antropologico che Pasolini ha visto crollargli addosso insieme con le macerie della sua Trilogia della vita, la celebre aggiunta della Prefazione Politica (1966) di Marcuse al suo Eros e civiltà che infossava le precedenti speranze emancipatorie nell’incubo post-industriale di un edonismo dissipativo, sono tutti esempi che ci danno l’idea di un tempo a trazione anteriore, inchiodato alle vicissitudini del passato e incapace di uscire dalla trappola del suo stesso destino. In un certo senso, questo è proprio ciò che Freud, uno dei maggiori anti-utopisti del ‘900 secondo Robinson, si prometteva di scongiurare quando, nella Lezione 35 dell’Introduzione alla psicoanalisi, bandiva la sua creatura dall’ambito delle Weltanschauungen (visioni del mondo), quelle costruzioni intellettuali in cui “nessun problema rimane aperto” ed ogni cosa trova “la sua precisa collocazione”. La psicoanalisi, per Freud, non si presta ad una visione del mondo (ma anzi si propone di sabotarne le iniziative) perché essa non è un tappabuchi che pretende di rispondere ad ogni possibile quesito. Parafrasando lacanianamente questa digressione, si potrebbe dire che le visioni del mondo e le profezie corrispondono al dominio del senso, mentre tutto ciò che si prefigge di dis-otturare la pervasività esplicativa di quest’ultime (senza per questo fornire a sua volta un surrogato interpretativo) cade dal lato della verità.

Allora è necessario che, per approcciare criticamente l’attualità di profezie passate, non ci lasciamo andare ad una passiva e totale adesione alla loro visione del mondo, ma cerchiamo di trovare in esse lo spiraglio, la fessura che, non intasata dal senso, ci permette di spostare in avanti la trazione del tempo o, come direbbe Freud, di rielaborare e non di ripetere.

Questo discorso, oggi, ritengo vada applicato in primis a qualsiasi lettura voglia rimanere fedele all’opera e al lavoro di Elvio Fachinelli, che nella sua celebre distinzione tra una psicoanalisi delle domande ed una delle risposte – distinguo che si sovrappone perfettamente con la sua etica psicoanalitica -, scongiurava esplicitamente le soluzioni che si prefiggono di rinchiudere lo spazio aperto dell’avvenire in un sapere pregresso. La sua psicoanalisi non promuove la chiusura in una soggettività anticipante, angusta, che il buon senso ipocrita spaccia per profetica (psicoanalisi delle risposte), ma lascia sempre uno spazio aperto alla svolta, ad un adempimento irrisolto, differito (psicoanalisi delle domande, ma anche: ripresa e non replica). Ritengo che il maggior vantaggio di Fachinelli sui suoi contemporanei sia consistito proprio in questo: sebbene anche lui abbia fornito delle chiavi di lettura dell’avvenire particolarmente seducenti, la sua opera contiene anche le istruzioni per sottrarsi alle lusinghe di un senso precostituito e alla sua magnetica adozione.

A riguardo, la ristampa de Il desiderio dissidente. Antologia della rivista <<L’erba voglio>> (DeriveApprodi, 2018, 249 pp.) a cura di Lea Melandri, invitandoci a ripercorrere la breve ma significativa esperienza che dal ’71 al ’77 ha costituito quella che è probabilmente la più ricca e originale proposta editoriale emersa dalle sorti del ’68, rappresenta l’esempio più efficace di questa repulsione alla chiusura, questa quasi-utopistica sottrazione alle sorti del senso.

Già dalla prima delle cinque sezioni di cui si compone l’antologia (Contrappunto), il cui titolo è mutuato dal linguaggio musicale, si evince come “la non subordinazione dei diversi linguaggi (…) incontrati nella realtà a un momento centrale, predominante” costituisca l’antecedente chiave per la ricezione di ciò che ancora non è e che, tuttavia, ha la possibilità di divenire. Nel trittico de Il desiderio e le fortezze (poi rinominato Il paradosso della ripetizione), Fachinelli declina questa opportunità tramite “l’immensa esperienza negativa” aperta dalla ripresa: il modo in cui la differenza, assente nel piatto vitalismo post-freudiano, si inscrive nella realtà senza chiudere il futuro nel vicolo cieco di una profezia arcaica (la ripetizione), ma aprendo l’avvenire alle sorti imprevedibili (ma comunque storicizzabili) del futuro anteriore.

Nella seconda parte (Chi siamo) la rivista rivendica la propria appartenenza alla categoria dei periodici, ma sempre ribadendone l’estimità, l’inclusione disgiuntiva che la preserva dall’istituirsi come (rivista di) partito, “via percorsa da decine di <<avanguardie>> che si sono puntualmente ritrovate, alla fine, a dividersi lo spazio del ghetto – il ghetto della sinistra infelice, battuto dal vento della rivoluzione lontana, e gelato nella propria impotenza.” Non a caso, è proprio questo che nel febbraio-marzo 1977, tra motivazioni economiche (la difficile divulgazione), politiche (l’ingresso del PCI nell’area del potere) ed etiche (non ridurre la voce della rivista ad eco, ritualismo, parola d’ordine) conduce la redazione a pronunciare una sorta di atto di dissoluzione (“dobbiamo dire che questo tipo di lavoro ci sembra oggi concluso”).

La terza parte (La vispa e il focoso) porta il femminismo dentro il dibattito antiautoritario per scuotere la realtà sociale di quegli anni “dalla paralisi che le istituzioni avevano prodotto [sui corpi e sulla] immaginazione”. Ed è proprio nello scambio con le Lilith (Madre mortifera) che Fachinelli rinnova l’esigenza di sottrarre le iniziative che si vogliano veramente trasformative dalle insidie dell’accomunamento/agglutinamento: per lo psicoanalista trentino le Lilith, con la loro “operazione fallocentrica così scoperta e limitante”, non comprendono che i fantasmi preverbali e del linguaggio del corpo, lungi dal ridursi a “semplici premesse” o ad addossarsi sulla china di una presunta potenza fallica, sono il terreno entro cui non solo questo fantasma di madre divorante si situa, ma presso il quale la stessa immagine del potere fallico viene articolata. Fachinelli mette in risalto come gli strumenti eversivi della critica femminista continuino ad essere formulati attraverso i mezzi e le logiche della dialettica fallica e che, così facendo, rimangano imprigionati nella fortezza settaria e reazionaria che si prefiggono di demolire.

La parte quarta (L’occhio storto), professando la necessità di conservare uno stabile strabismo, ovvero mantenere “un occhio anche di fuori” per “non alienar[si] nella rivista”, ribadisce gli intenti non settari dell’iniziativa, ma stavolta in maniera rovesciata: non più facendo uscire articoli dalla redazione, ma accogliendo contributi ad essa totalmente (ed apparentemente) estranei, non immediatamente – seppur questo nesso sia solo superficiale – affini.
La quinta e ultima parte (Il detto e il non detto), che reca l’eloquente esergo “Ciò di cui non si parla abitualmente – la vecchiaia, la follia, la morte – e ciò di cui, per varie ragioni, non si può parlare e che parla allora in altri modi” è (tutt’oggi) importante per due principali ragioni.
Prima di tutto, perché concentrandosi su temi non ancora strumentalizzati e politicizzati (vecchiaia, follia, morte) offre una prima e non banale riflessione su quella che diventerà successivamente l’annosa e tutt’ora problematica questione della biopolitica. Significativo è il contributo di Lea Melandri, L’infamia originaria, che delinea l’inganno dell’ideologia capitalistica nel finto schermo della naturalità dell’economia e della politica, rinvenendo nelle crepe dell’organico e nelle resistenze della corporeità l’abolizione di quella “falsa solidità” che il sociale cerca di propugnarci come realtà oggettiva. Ciò che l’ideologia capitalista rimuove sin dall’origine è l’unione indistinta di sopravvivenza economica e sopravvivenza affettiva, la cui separazione “è il segno di un’alienazione profonda”, infame.
In secondo luogo, perché rivela “l’impossibilità ormai storica del marxismo insediato [oggi estendibile a buona parte dell’ideologia politica tout court] di rappresentare nei suoi termini ciò che Marx giovane chiamava la passione dell’uomo”. Due sono per Fachinelli le principali smagliature del marxismo “insediato”: 1) l’incapacità di accogliere (e quindi di tenere a bada) gli antagonismi concreti che brulicano sotto il quadro ideologico del partito 2) la radicale eterogeneità del desiderio a qualsiasi logica interpretativa, che persiste sotto forma di “resti notturni” e riemerge puntualmente a decretare l’inadeguatezza schiacciante del programma (strumentale) marxista.

Ciò che emerge da questo discorso non è solo il fatto che una teoria “che proiett[a] immagini e figure sopra l’esperienza particolare” è per definizione antirivoluzionaria, come nota Muraro (Mutilati volontari) quando descrive il modo in cui l’ipertrofia ideologica del linguaggio teorico ricopre fino a sopprimere un’esperienza specifica. Ciò che più è importante notare è come il “per tutti” professato da certe dottrine pseudo-rivoluzionarie (“tutti siamo uguali, quindi tutto ci è permesso”) e ampiamente sbandierato da presunti programmi anti-consumistici, non è che l’altra faccia di un individualismo radicalizzato che agisce, prima di tutto, producendo una “schizofrenia” soggettiva, una separazione netta e profonda tra la capacità di pensare il possibile e quella di formulare l’impossibile. Mi spiego meglio: ciò che la giustificazione ideologica dell’atomismo sociale – nel suo schiacciamento sulla logica del bisogno – riesce ad avanzare con successo è proprio l’idea di una apparente libertà manifesta, di un permessivismo simil-edonistico che, professando la libertà per tutti (perché tutto è possibile), recide proprio la prefigurazione di ciò che è impossibile, irrealizzabile, ovvero del sogno come soddisfazione allucinata di un desiderio. Come riporta un seducente passaggio di una nota redazionale dell’edizione della rivista del luglio 1971, per evitare di cadere preda delle sorti (ideologiche) di una visione del mondo, è necessario “un agire che spezzi la separazione tra sogno (impossibile) e realtà (più che possibile)”. Ovvero, bisogna che alla lucida consapevolezza del nostro tempo, quello dell’edonismo radicalizzato in cui tutto è possibile (e in cui pertanto è la stessa dimensione dell’impossibile ad essere preclusa), si affianchi la formulazione di un qualcosa di irrealizzabile. Bisogna che insomma la nostra fiducia nella predittività di certe visioni del mondo, in uno slancio rischioso, quasi maniacale, per un attimo venga meno: è quello che altrove ho definito un utopismo non-utopistico.