Esilio

 

Di S. B.

Il festival 4 di DeriveApprodi sarà inaugurato da una presentazione del libro «Potere operaio. La storia la teoria. Vol. I». Un frammento importante, anzi decisivo, delle vicende rivoluzionarie degli anni ’70. Credo infatti che una sua adeguata epigrafe si possa ricavare da un passo di Warren McCulloch: «Il fallimento di un’ipotesi è il culmine della conoscenza». Speriamo di darne conto in occasione della presentazione.

Giorni fa, rovistando nei cassetti in cui conservo alcune cianfrusaglie di quegli anni ho trovato un filmato che avevo realizzato nel 1990 sul tema dell’«esilio», una delle varie conseguenze scontate da chi si era impegnato nel cosiddetto «lavoro illegale», pratica non unicamente riferibile al gruppo di Potere operaio ma anche a molti altri della galassia extraparlamentare di allora.
Protagonista del filmato è uno dei tanti «esiliati» degli anni 80’ ripreso nell’ambiente in un cui ha scelto di vivere in solitudine, una zona boschiva della provincia francese. Non viene presentato né «introdotto». Risponde solo ad alcune domande relative ai suoi sentimenti per quel che gli è accaduto e lo ha obbligato a quella difficile condizione esistenziale. La sua battuta finale riassume con semplice spontaneo candore il senso profondo di quell’esperienza.
Ho accennato alla medesima figura in una narrazione inedita che non so se vedrà mai la luce. Credo sia utile a meglio individuarne la personalità e quindi a comprendere quel che esprime nel filmato che lo riguarda. La narrazione è ambientata nella prima metà degli anni ’80.

« (…) Decido di andare a Aix-en-Provence vicino a Marsiglia e affitto uno squallido bilocale del centro città simile a centinaia di altri affittati agli studenti dell’università. Scelgo quella cittadina perché c’ero passato durante una viaggio fatto in Provenza anni prima. Aix mi aveva colpito per la bellezza del suo viale principale con alti platani centenari e ai lati un susseguirsi di bar con centinaia di tavolini sui larghi marciapiedi dove si alternavano giorno e notte frotte di giovani dall’aria sfaccendata.

Sapevo però che lì vicino si era impiantato Gar dopo aver passato un periodo a Rio in Brasile e un altro a Parigi. L’orso non reggeva più la metropoli e si era rifugiato nella profonda provincia della Vaucluse in uno sperduto villaggio a pochi chilometri da Carpentras che gli ricordava il suo sul lago di Varese.

Gar non lo vedevo da anni. Aveva mollato alla fine del ’78. Il suo non era stato un impegno di poco conto. Aveva militato nel Gruppo Gramsci e si era occupato con altri del suo servizio d’ordine. Il che voleva dire tenere a bada i fascisti che in provincia erano tanti e pericolosi. Era un operaio esperto in idraulica. Da giovanissimo aveva partecipato ai lavori di costruzione dell’Osservatorio astronomico del Campo dei Fiori sulla vetta che domina la città di Varese e i laghi del circondario. Girava per i sentieri della montagna con un falchetto sulla spalla. Sciolto il Gruppo Gramsci aveva avuto un ruolo di primo piano nella costruzione dell’Autonomia operaia occupandosi soprattutto delle sue faccende illegali. Era un tecnico che amava tutto della tecnica. Ne derivava la sua naturale inclinazione per tutto ciò che comportava cose di tipo logistico. A conoscerlo superficialmente sarebbe stato facile credere a una sua inevitabile adesione a una qualche formazione armata distinta dalle pratiche dei movimenti. Invece non era quello che lui pensava. Alla fine dell’80 la magistratura aveva ordinato il suo arresto ma era riuscito a darsi. Le accuse erano pesanti. Oltre a quelle di associazione sovversiva e banda armata gli avevano tirato detenzione di armi e esplosivi attentati dinamitardi a caserme dei carabinieri e carceri in costruzione o in ristrutturazione rapine in armerie e banche.

Quando l’ho conosciuto mi aveva colpito per il suo portamento forte e piantato. Aveva in antipatia gli studenti e i fricchettoni ma anche chi si atteggiava a intellettuale e parlava troppo. Infatti lui era taciturno sospettoso prudente. Aveva un’espressione seria che incuteva timore rispetto soggezione. Dal suo sguardo traspariva un’intelligenza non ben identificabile perché mai esibita. Durante quel primo incontro in occasione di una riunione piuttosto riservata mi gettava di tanto in tanto degli sguardi di traverso come a studiarmi. Stava prendendo le misure. Rigirava tra le mani la serratura di una porta di sicurezza. Quando poi dopo l’ho conosciuto bene l’ho sempre visto trafficare con strani aggeggi che inventava e costruiva. Diceva che qualsiasi cosa si poteva aprire se prima si era capaci di smontarla. Infatti smontava le portiere delle automobili per capire come aprirle. Smontava lavatrici e scaldabagni per costruirci comparti segreti. Una volta ha smontato il telefono di una cabina pubblica e ha trovato il modo di svuotarlo dei gettoni con un attrezzo di sua invenzione. Insomma era una via di mezzo tra un artigiano e un Archimede Pitagorico (…)».

 

Qui il video: