Basic Income

Il documento che vi proponiamo sul tema del “reddito di cittadinanza” è il primo in assoluto pubblicato in Italia nella lontana primavera del 1995, 23 anni fa,
sul n. 7 della rivista “DeriveApprodi”. A firmarlo una serie di realtà collettive che, tranne DeriveApprodi, andarono tutte estinguendosi nel corso del tempo.
Il testo maturò all’interno del circuito redazionale della rivista «Luogo comune», dopo la pubblicazione del suo quarto e ultimo numero, e questa è la ragione per la quale fu pubblicato da «DeriveApprodi» che da «Luogo comune» ebbe origine e proseguì per 26 numeri fino al 2005.

Suscita un curioso effetto straniante questa lettura. Ma è utile non solo a comprendere il contesto storico nel quale venne promossa quella proposta – allora considerata del tutto utopica – ma anche quanto la sua realizzazione odierna ha di spurio rispetto alle motivazioni originarie di fondo.

 

 

 

Basic Income

Centro sociale Cayennougestita (Feltre)

Centro sociale Livello 57 (Bologna)

DeriveApprodi (Roma)

ECN (Milano)

Laboratorio di comunicazione autonoma (Padova)

Luogo Comune (Roma)

Luther Blissett

 

  1. Anche all’interno dell’opposizione sociale – Cobas, il manifesto, Rifondazione, rete dei centri sociali – è diffusa la convinzione che esista una contraddizione politica insuperabile tra due prospettive: l’una incentrata sulla garanzia di un reddito di base indipendente da un impiego lavorativo, l’altra sull’espansione del tempo libero senza perdita di reddito per i lavoratori. Chi lotta per la prima nuocerebbe a chi lotta per la seconda.

In verità dei due partiti solo il secondo sembra essere sufficientemente strutturato: per questo esso rivolge ai timidi e potenziali fautori del reddito di cittadinanza accuse velenose che sono ai limiti dell’ostracismo e della scomunica, imputando loro tutto e il contrario di tutto. Per alcuni esponenti de il Manifesto, ad esempio, la proposta del reddito di cittadinanza è, al tempo stesso, utopistica e riformistica: per un verso, infatti, le economie delle società capitalistiche avanzate non offrirebbero sufficienti risorse e, per l’altro, lo stesso reddito di cittadinanza rappresenterebbe solo una misura di carità sociale inidonea a mettere in questione ruolo e «poteri» della nuova impresa capitalistica.

Ora, un calcolo sui costi oggettivamente necessari per garantire un reddito «di base» deve, però, partire dal riconoscimento che questa misura – rivolta a tutti e non solo a chi lavora – è in gran parte sostitutiva e non già aggiuntiva rispetto agli interventi di sostegno ai disoccupati. Già oggi forme di effettivo reddito di cittadinanza sono mascherate come ammortizzatori sociali per i licenziati: prepensionamenti, cassa integrazioni lunghe, anni di contribuzione, pensioni e liquidazioni elevatissime non calcolate rispetto alla durata effettiva dei rapporti di lavoro (Italsider, Sulcis ecc.) ma frutto di artificio legale. Viene il sospetto che queste soluzioni, nonostante i gravosi impegni finanziari che comportano, siano state adottate in quanto non compromettono il principio cardine dello stato sociale: quello, cioè, che assicura protezione solo a chi ha lavorato, a chi conserva almeno lo status (formale) di dipendente. Accade così che un governo che si proclama liberista e che confligge con i sindacati sui modi di riduzione del deficit dello Stato, non esiti, poi, a trovare con essi un accordo introducendo nuovamente forme di cassa integrazione «lunga» e nonostante che sulla cassa integrazione «breve» penda la spada di Damocle del referendum abrogativo di Pannella.

Il reddito di cittadinanza, quindi, oltre ad essere una necessaria misura egualitaria perché non discrimina tra chi ha avuto la «fortuna» di lavorare per pochi anni in un’azienda in crisi e chi invece è rimasto disoccupato, comporta anche notevoli risparmi: esso consente, infatti, di eliminare gran parte dell’enorme quanto inutile apparato pubblico di controllo e regolazione del mercato del lavoro. Se ormai il criterio «contributivo» inadeguato anche nei periodi di piena occupazione è del tutto superato, perché mai lo Stato dovrebbe coprire il «rischio» della disoccupazione in modo ineguale? Chi difende lo Stato sociale deve fare i conti con lo slittamento di senso che l’architettonica protezionistica del welfare subisce allorché il lavoro diventa scarso e intermittente; deve, cioè, considerare che quel sistema, elaborato sullo sfondo delle teorie keynesiane del pieno impiego, presuppone una situazione «ordinaria» di lavoro full-time, a tempo indeterminato e svolto con continuità per decenni, situazione nella quale disoccupazione o lavoro saltuario e irregolare sono eventi eccezionali e transitori.

La sfera della «compensazione» e della solidarietà, cui invece ora sono in pochi ad accedere, genera ulteriori momenti di esclusione e raddoppia a livello legale le discriminazioni già prodotte dal mercato. Anche il terreno del welfare rischia, in assenza di contromisure, di diventare il teatro di una nuova competitività, di una generalizzata volontà di «beggar my neighbour»: da ciò la proposta di un reddito di cittadinanza che rappresenterebbe «il primo significativo passo di uno sganciamento delle prestazioni garantite dallo stato sociale dalle prestazioni lavorative di mercato» (C. Carboni). Dire che si tratta di una proposta in astratto realizzabile non vuol dire, però, che i governi occidentali si muovano già spontaneamente in questa direzione. Un reddito di cittadinanza sufficiente per vivere, e concesso indipendentemente da uno Stato di disoccupazione involontaria, non è previsto in nessun paese occidentale perché in contrasto con il già discusso principio «lavoristico» che informa i sistemi di legislazione sociale. Al sistema della «solidarietà istituzionalizzata» è necessario imporre un mutamento radicale che, sconnettendo il sistema delle garanzie sociali di base dal sistema occupazionale, riaprirebbe in modo diverso la questione del ruolo e delle regole di una sfera pubblica. Salva l’opinione di C. Offe secondo cui assicurare un reddito sufficiente a tutti non vuol dire indurre alla passività assistita ma viceversa proteggere attività e forme cooperative socialmente utili che il mercato tende a far scomparire o, progressivamente, a emarginare, va comunque sottolineato che il «basic income» in quanto diritto di libertà, è essenzialmente un presupposto, una premonizione per ulteriori conflitti, un mezzo per la trasformazione. Simile in questo agli altri diritti sociali, esso lega la sua validità e la sua efficacia a una particolare fase storica, quella della cosiddetta «crisi» della società del lavoro, al superamento del modello fordista-taylorista e alla conseguente sterilizzazione dei diritti sociali, individuali e collettivi, elaborati e introdotti nella fase precedente.

  1. Sarà il caso tuttavia di esaminare con pacatezza le due obiezioni più argomentate e razionali, entrambe avanzate dal sociologo A. Gorz, all’istituto del «basic income».

In realtà, in alcuni scritti, Gorz non sembra voler rifiutare in toto questo istituto, quanto piuttosto evidenziare la necessità di un insieme di interventi convergenti contro la disoccupazione: dalla garanzia di un reddito di base, alla promozione di lavori socialmente utili, alla riduzione dell’orario ecc.

Comunque, la prima questione posta da Gorz è la seguente: non rischia un reddito di cittadinanza di ratificare una struttura permanentemente dualistica del mercato del lavoro che legittima la divisione tra una fascia di dipendenti protetti e tutelati e un’altra di lavoro saltuario, interinale, servile? Non rischia, inoltre, di indurre i lavoratori del secondo gruppo ad accettare anche pessime condizioni di occupazione potendo contare comunque su un minimo di vita a carico dello Stato? Se, aggiunge Gorz, la quantità di lavoro disponibile diminuisce in modo irreversibile neanche le fasi di crescita portano incrementi occupazionali, il problema decisivo diventa quello di una ripartizione egualitaria dell’occupazione attraverso la riduzione generalizzata e programmata dell’orario di lavoro. Viceversa, una misura come il «basic income» non aggredendo l’attuale struttura occupazionale, manterrebbe inalterato il paradosso secondo cui i più garantiti lavorano sempre di più e i meno avvantaggiati vivono in condizioni sempre più difficili.

Già il presupposto da cui parte Gorz appare discutibile: le trasformazioni intervenute nel modo di produzione e, più in generale, nella legislazione sociale sembrano, in realtà, interessare ogni strato e categoria. Sicuramente rendono più agevole che in passato la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Basta pensare alle attività di consulenza e progettazione, spesso svolte sotto il regime di lavoro autonomo e quindi senza garanzia di durata o, su altro fronte, al pubblico impiego che, da roccaforte della stabilità, viene progressivamente assimilato al regime «flessibile» del privato. In sostanza se permane, e forse addirittura si approfondisce, una differenza tra fasce privilegiate e fasce deboli del mercato del lavoro, tendenze come quella alla flessibilizzazione del rapporto e alla sua servilizzazione «travail interinaire» che colpisce anche i dipendenti più qualificati sembrano essere comuni ad entrambe.

L’urgenza e la necessità dell’introduzione del «basic income» si coglie soprattutto sullo sfondo di tali trasformazioni produttive. Si può dire che la legislazione garantista degli anni ‘60-70 non abbia fatto altro che usare contro il datore di lavoro il carattere rigido e fisso delle relazioni di lavoro. Il legislatore dello statuto sembra essere stato un buon lettore di Foucault. Il panoptismo della fabbrica taylorista è limitato dalla legge che cerca di oscurare gli schermi della torre centrale: al controllo dei corpi attraverso l’amministrazione scientifica dei ritmi e dei movimenti delle tante mansioni parcellizzate e riconducibili a unità solo da un organo di direzione centrale fanno riscontro, poi, divieti di controllo a distanza, di schedature e di ispezioni, verifiche della nocività ambientale e quanto altro. Un vero e proprio habeas corpus per chi vive all’interno della fabbrica.

D’altra parte il collegamento forzoso e strettissimo tra lavoratori all’interno di macrostrutture che comportano investimenti non rivedibili nel breve periodo, è dalla legge imposto anche agli imprenditori e può, quindi, funzionare come momento di organizzazione e comunicazione dei conflitti.

La «comunità» di fabbrica per legge diventa non arbitrariamente spezzabile e può tendere a trasformarsi in comunità di opposizione. La tipica garanzia di un latente contropotere operaio è allora il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro (il diritto tipico dello statuto) con l’annullamento dei licenziamenti illegittimi ma anche il diritto a non essere arbitrariamente trasferiti, dequalificati o altro. Tuttavia questo doppio complesso di garanzie presuppone un legame fisso ed esclusivo con l’azienda, «luogo» in cui radicare diritti e responsabilità: la tutela e la protezione legale connettono in quest’ottica mondo della vita e mondo lavorativo, riconoscendo una «sfera della libertà» solo come rovescio del potere d’impresa, come suo contrappeso.

Questa rete di garanzie è stata progressivamente sterilizzata. Alcuni autori hanno sottolineato come i tre criteri di organizzazione prevalenti nel modello taylorista-fordista appaiano superati: «l’interdipendenza spazio-temporale dei lavoratori, la sincronizzazione dell’attività, la standardizzazione e la rigidità degli orari» (G. Paolucci); altri hanno sostenuto che il comando sulla forza lavoro viene a perdere una precisa connotazione fisica per divenire controllo sul risultato della prestazione: ciò consente al datore di lavoro di scegliere tra il reclutamento di lavoratori «dipendenti» pleno iure e quello di lavoratori «autonomi». Si è poi insistito sul fatto che le nuove tecnologie permettono di decentrare l’attività di lavoro fino ad arrivare al «telelavoro» e si è affermato che l’emergente forma di impresa «a rete» i cui segmenti sarebbero facilmente ridefinibili, ha come conseguenza la facile eludibilità dei limiti legali al licenziamento.

Comunque si voglia leggere la situazione attuale, ciò che emerge con forza è un problema di «spazializzazione» dei diritti dei lavoratori: manca un luogo certo e, nel medio periodo, inaggirabile entro il quale una legislazione garantista possa rendere effettive garanzie individuali e collettive.

A mero titolo di esempio, si prenda l’analisi condotta da R. Reich, ministro del lavoro di Clinton, nel libro L’economia delle nazioni. Reich distingue all’interno della forza-lavoro post-fordista tre grandi categorie: i lavoratori che svolgono servizi ripetitivi legati alla produzione (in prevalenza quelle attività di controllo ancora necessarie nelle aziende di produzione di massa), quelli addetti ai servizi interpersonali (per esempio la vasta fenomenologia delle nuove professioni «servili» dai pizzaioli a domicilio ai guardaspalle) e infine coloro che si occupano di servizi di tipo simbolico-analitico (individuazione e soluzione di problemi). Di questi tre gruppi solo il primo, forse, mantiene un riferimento non problematico a un’impresa determinata, a uno specifico luogo fisico entro il quale solo e in un ambito temporale anche esso determinabile la prestazione lavorativa viene valorizzata. Per gli altri due gruppi il comando sul lavoro sembra poter ricorrere a modi, tempi e spazi molto più elastici. Appare significativo che, per Reich, la capacità contrattuale dei lavoratori non passi più attraverso gli strumenti tradizionali della contrattazione sindacale o dell’intervento diretto della legge (minimi salariali, divieto di licenziamento arbitrario, ecc.) ma attraverso un rilancio del welfare capace di aumentare il bagaglio di conoscenze e di capacità dei singoli lavoratori prima ancora del loro reclutamento. Seppure in una prospettiva diversa rispetto a quella dei teorici del welfare, anche per Reich fondamentale diventa, ai fini della tutela del lavoro post-fordista, il momento in cui si cerca l’impiego: è qui che l’individuo deve essere dotato di un sostegno, di una «forza» contrattuale che possa seguirlo in ogni spostamento successivo.

Il reddito di cittadinanza mira proprio a fornire un sostegno minimo, altrimenti non ottenibile, per l’universo dei lavori eterodiretti. Esso costituisce l’equivalente dei diritti tipici del lavoratore fordista in una situazione mutata dal punto di vista sia oggettivo, per le trasformazioni del sistema produttivo, sia soggettivo, per le aspirazioni individuali sulle quali qui non insistiamo. Le grandi vertenze sul salario e sull’orario degli anni ‘70, contavano sull’impossibilità legale di una ritorsione padronale, sul divieto di licenziamento: viceversa, perdurando l’attuale flessibilizzazione dispotica e selvaggia dei rapporti di lavoro, con conseguente spoliazione dei diritti di base, è difficile aspettarsi, oggi, una mobilitazione sull’orario.

Dalle condizioni di lavoro l’attenzione va quindi spostata al momento preliminare: chi decide, cioè, come si entra e per quale periodo nell’area dell’impiego. Se in sostanza la questione irrisolta è quella del nesso «luogo di lavoro/diritti di base», il reddito di cittadinanza, proteggendo il singolo indipendentemente dal luogo determinato di occupazione, assicura quel minimo di sostegno, quella protezione di base che è presupposto necessario per lo sviluppo successivo di un ciclo di lotte che abbia come oggetto la riduzione dell’orario di lavoro. Le due strade, in altri termini, non sono in contraddizione ma l’una è la premessa dell’altra.

Vi è poi un’altra considerazione da fare: come si riduce l’orario di lavoro, via legislazione o via conflitto nei luoghi di lavoro? Certamente a livello legislativo occorrono provvedimenti a carattere generale e astratto che incentivino e favoriscano una riduzione dell’orario: attualmente, ad esempio, il ricorso agli straordinari, per i quali si pagano meno contributi, è addirittura più favorevole del reclutamento di nuovo personale.

È arduo, tuttavia, pensare di poter stabilire in via legale – o anche attraverso la contrattazione collettiva centralizzata e standardizzata – un’equa ripartizione dei carichi di lavoro riducendo l’orario di chi è già dipendente, di chi è disoccupato, di chi lavora saltuariamente, dei lavoratori «atipici» o di quelli formalmente autonomi. Questa prospettiva implicherebbe una capacità di direzione e controllo dei processi produttivi di cui oggi, con certezza, la sinistra non dispone neanche nel senso di un progetto politico-sociale sufficientemente coerente e rigoroso.

Un «nuovo dirigismo» capace di dare a ognuno la sua quota di «giusto lavoro» è oggi al di fuori come riconosce lo stesso Gorz della portata pratica e teorica di quelle forze che pure vogliono mettere in discussione l’inevitabilità della disoccupazione permanente di massa.

Una contesa sul tempo di lavoro sociale non può che contare, nella fase attuale, sulla sperimentazione politica, sui conflitti di base nei luoghi di lavoro, su una preliminare visibilità delle plurime istanze del mondo del lavoro. Una concertazione centrale tra confederazioni, governo o padronato ma anche un insieme di provvedimenti legislativi, arresterebbero il processo di autodeterminazione dei tempi e avrebbero come esito la semplice riduzione di qualche ora nei settori centrali dell’industria, come è avvenuto in Germania. A ciò si potrebbero aggiungere le considerazioni di C. Offe sulla poca fungibilità, come bene, del tempo di lavoro. Perché una riduzione dell’orario sia effettivamente interessante per chi l’ottiene, essa deve riguardare certe fasce orarie, certi periodi e, inoltre, presupporre che i tempi urbani si adeguino a essa. In altri termini il tempo è un bene meno fungibile del denaro che è più facilmente controvertibile. Una ragione in più per evitare le strade «centralistiche» nella gestione e definizione dei tempi di lavoro. Epperò la via «conflittualista» implicante il rifiuto di soluzioni date una volta per tutte, presuppone diritti e garanzie di base. Si ritorna, così, al punto di partenza: è possibile una stagione di lotte per la riduzione dell’orario senza la previa introduzione di un reddito di cittadinanza?

  1. La seconda questione posta da Gorz è la seguente: non si rischia di ricadere, con l’introduzione del reddito di cittadinanza, nella peggiore logica «assistenzialista» del welfare, assistendo, appunto, individui isolati e privi di spazi di comunicazione per i quali il momento della «solidarietà« vorrebbe dire soltanto ricevere un sussidio? E ancora, non si ricadrebbe in un meccanismo di reificazione in quanto le situazioni individuali sarebbero omologate per legge a tutte le altre da una previsione generale e astratta? Per Gorz la soluzione del «basic income» sarebbe, quindi, desocializzante e impedirebbe effettivi legami solidaristici e progetti comuni che, invece, la gestione collettiva del tempo di lavoro sociale manterrebbe e valorizzerebbe.

Per rispondere a Gorz va osservato che il reddito di cittadinanza, anche se realizzato come puro sussidio monetario, non implicherebbe affatto un incremento della burocrazia bensì una semplificazione dello Stato: si potrebbe, infatti, ridurre drasticamente l’apparato, oggi del tutto ineffettuale, predisposto alla regolazione del mercato del lavoro e alle varie forme di sostegno ai disoccupati. Verrebbe, inoltre, consentito un certo margine di autovalorizzazione individuale (vedi la tesi di Offe) rispetto a tutti i casi in cui l’intervento pubblico è offerto direttamente dalle agenzie statali. Se insomma la sinistra si trova

oggi di fronte al problema «di domare socialmente lo Stato sociale» (J. Habermas), di evitare, cioè, quella crudele forma di eterogenesi dei fini per cui il rimedio alle patologie del mercato, il pubblico, si attua in forme burocratiche e reificanti, allora una misura come quella del «basic income» realizza sicuramente una discontinuità rispetto al welfare. In ogni caso nulla impedisce di studiare modi di erogazione e anche di definizione collettiva di un reddito di cittadinanza. La tesi di Gorz sembra derivare dalla rigida dicotomia da lui posta tra «formale» e «informale» tra il regno della macrocomunità (la società «pubblica» del lavoro e della cittadinanza) retta da regole necessariamente astratte) e il regno delle varie microcomunità (le comunità degli amici, delle associazioni, dei vicini o dei parenti ecc.) all’interno delle quali i rapporti sono informali e spontanei). In questa visione il diritto non può che essere misurato sul canone della cittadinanza o, al più, del «lavoratore in generale»: esso è, come nella tradizione liberale, generale ed astratto. Ostaggio di un positivismo statalista, Gorz trascura quei tentativi preziosi, perseguiti in una certa fase del welfare, di produzione di norme giuridiche ritagliate sulle esigenze dirette di soggettività collettive concrete, di un diritto legato a sfere di democrazia non rappresentativa e, quindi, per sua essenza mutevole e trasformabile; produzione realizzata sulla base di una regolamentazione legislativa di tipo esclusivamente procedurale. Basterà pensare alla produzione di diritto che, per circa un quindicennio, ha avuto come origine la rete dei Consigli di fabbrica o, ancora, a tante esperienze di autogestione dei servizi pubblici. Gorz vorrebbe in effetti mantenere alla legislazione sociale un carattere illuministico-universalista, con l’inevitabile conseguenza di vedere nei Parlamenti la fonte esclusiva dei cambiamenti e nelle burocrazie il loro mezzo.

In realtà i movimenti sociali, non solo i cosiddetti nuovi movimenti ma ancor prima quelli di stampo tradizionale, vanno da tempo sperimentando la strada del pluralismo giuridico, della limitazione al minimo della legislazione dello Stato, della autoregolazione. Due vie possono essere perseguite per una attribuzione non individualistica del reddito di cittadinanza. Si può pensare a una fornitura di servizi dall’iscrizione all’università ai buoni pasto, dalle tessere del cinema al reperimento di una casa sulla cui erogazione e sulla cui qualità potrebbero esercitarsi una richiesta e un controllo collettivi. Ma si può anche guardare alla gestione sociale da parte di gruppi e associazioni di beni pubblici: questa sembra essere, in effetti, la direzione cui spontaneamente tende l’esperienza dei centri sociali. Si mostra già operante una connessione tra l’occupazione di aree di cui si rivendica un’utilizzazione pubblica, lo svolgimento di attività socialmente utili alcune delle quali capaci anche di procurare reddito e la richiesta di un’autonomia di gestione, contro la spinta, da parte della sinistra tradizionale, a vedere nei centri sociali solo un supporto dell’assistenza pubblica. Su questo si può e si deve lavorare. Non è affatto impensabile l’attribuzione di beni pubblici a gruppi e associazioni nell’ambito di un piano per il reddito di cittadinanza né la possibilità di sfuggire all’alternativa tra l’esercizio di puri, quanto precari, atti di forza e l’integrazione nell’amministrazione: ciò è possibile realizzando, per un verso, il riconoscimento di queste esperienze e, per altro verso, mantenendo libertà di statuto e di autoregolazione interna. La rinascita di una sfera pubblica non statale può, forse, partire da qui.