LOTTA CONTINUA

LOTTA CONTINUA

 

Da: Il sessantotto. La stagione dei movimenti (1960-1979), a cura della redazione di Materiali per una nuova sinistra, adizioni Associate, Roma 1988.

 

Nei primi del maggio ’69, alla Fiat iniziava una lotta operaia di durezza senza precedenti. Essa era animata in buona parte dagli operai psiuppini (Partito socialista di unità proletaria) di diversi reparti, e appoggiata all’esterno da tutti i gruppi dell’estrema sinistra torinese, dal Potere Operaio Torinese al Fronte della Gioventù Lavoratrice, dai trotzkjisti ai gruppi di contatto con la rivista «La Classe», alla Lega studenti-operai di Vittorio Rieser, con la quale lavorava anche Adriano Sofri appositamente trasferitosi da Pisa.

Il 28 maggio i sindacati raggiungevano un accordo con l’azienda, che veniva però rifiutato dai lavoratori, che proseguivano nella lotta. Tale atteggiamento dei lavoratori era anche il prodotto dell’azione dei gruppi che, il giorno stesso dell’accordo, avevano distribuito un volantino intitolato La lotta continua. E tale sigla finì per identificare la composita aggregazione dei gruppi operaisti che proseguivano per tutto luglio il loro intervento. La lotta proseguiva per tutto giugno sfociando in un vero e proprio episodio di guerriglia urbana, il 3 luglio, che coinvolse l’intera città e che verrà ricordata come «la battaglia di corso Traiano».

Dopo quella giornata la lotta degli operai della Fiat diventava il simbolo delle lotte operaie in tutta Italia, proprio alla vigilia dei rinnovi contrattuali. Anche per questa ragione, proprio a Torino, aveva luogo, promosso dall’Assemblea operai-studenti di quella città, il Primo convegno nazionale dei comitati e delle avanguardie operaie (25-26 luglio), nel quale confluiranno tutte le esperienze di lotta autonome dal sindacato verificatesi in quei mesi, oltre che i gruppi dell’estrema sinistra che avevano promosso e sostenuto quelle lotte. In quella sede emerse subito una contrapposizione fra due aree che daranno vita, poco dopo, a Lotta continua e a Potere operaio. Infatti, mentre Piperno, intervenendo a nome di «La Classe» aveva reclamato una svolta che portasse alla costituzione di una organizzazione omogenea e a «ripristinare il primato del leninismo della tattica sulla strategia», Guido Viale, del movimento studentesco torinese, sostenne la particolare importanza della lotta della Fiat, in particolare per quanto riguardava il ruolo attivo del movimento degli studenti nel promuovere e sostenere una lotta operaia. Viale (evidentemente influenzato dalle tesi sofriane sull’organizzazione esposte in occasione del dibattito svoltosi nel Potere operaio pisano un anno prima) ne ricavava indicazioni che andavano in senso diametralmente opposto a quelle di Piperno, insistendo su un modello di organizzazione che coincidesse con il ruolo delle avanguardie interne alle singole lotte.

Su tali premesse, nel mese di novembre, Adriano Sofri lanciava un giornale nazionale «Lotta Continua» (che riprendeva la sigla della composita aggregazione operaista di qualche mese prima). A tale giornale si collegarono subito il Potere operaio pisano, una parte del movimento studentesco torinese (Viale e Bobbio), il Potere proletario di Pavia, il movimento studentesco di Trento (Boato, Rostagno), parte del movimento studentesco veneziano (l’area della Ca’ Foscari influenzata dai fratelli Boato), e gruppi minori di Marghera, Genova, Bologna, Latina e Bagnoli (Cesare Moreno). A Milano veniva avviato un contatto (che risulterà poi in buona parte infruttuoso) con il Cub della Pirelli e in particolare con Raffaello De Mori.

Il giornale conobbe un rapido successo (anche grazie alla campagna contro il commissario Calabresi accusato dell’omicidio di Pino Pinelli) e Lc crebbe rapidamente divenendo ben presto la beneficiaria maggiore delle lotte studentesche (si calcola che oltre la metà dei quadri espressi dal movimento studentesco passarono in quei mesi a Lc); ciononostante, Lc restò per i primi anni un gruppo essenzialmente centro-settentrionale con punti di forza a Torino, Pavia, Trento, Venezia e nel litorale toscano, e con presenze nascenti a Milano, Roma, Firenze, Bologna e Napoli. Debolissime le sedi meridionali (Bari, Palermo, Catania) e scarsissima la presenza nei centri minori.

La prima fase di vita dell’organizzazione (’70-72) fu caratterizzata da un marcato estremismo; rifiuto della militanza sindacale, rifiuto dei Consigli di fabbrica e di ogni forma di delega, teorizzazione della prosecuzione dello scontro di fabbrica anche oltre i contratti, contrapposizione frontale al Pci, analisi improntata alla teoria della fascistizzazione dello Stato, rigido astensionismo in materia elettorale, frequente ricorso all’uso della violenza negli scontri di piazza, pratica dell’antifascismo militante.

In questo quadro vanno inserite alcune delle iniziative politiche più importanti della storia di Lc. Nella primavera del ’71 un’ondata di lotte per la casa attraversava tutto il paese dando luogo a frequenti scontri con la polizia. In particolare a Milano seguiva un incidente di dimensioni nazionali: durante lo sgombero di case occupate in via Tibaldi, un bambino di pochi mesi moriva per il freddo. Ne seguiva una protesta nazionale con una manifestazione a Milano di tutta l’estrema sinistra che metteva in piazza oltre 30.000 persone.

Lc, persuasa del raggiungimento del «tetto» da parte dell’autonomia operaia in quei mesi e tesa alla ricerca di nuovi terreni di scontro che allargassero il fronte di lotta, fu fra i primi gruppi a intervenire nelle lotte per la casa (soprattutto a Firenze, Milano e Roma) riscuotendo molto più successo di qualsiasi altro gruppo concorrente. In questo contesto nacque lo slogan «prendiamoci la città» che sintetizzava la linea del Secondo convegno dell’organizzazione (Bologna, luglio ’71) e che rappresentava il tentativo di passare dalla fabbrica alla metropoli, individuata come punto di concentrazione di tutti i conflitti sociali. E nel contesto del «prendiamoci la città» va inserita anche la posizione di Lc di appoggio alla rivolta di Reggio Calabria (condivisa solo con l’Uci) che portò il gruppo a violente polemiche con il resto dell’estrema sinistra.

Questa stessa tensione verso il «sociale» portava Lc anche ad aprire l’intervento verso i carcerati, con il movimento dei «Dannati della terra», i carcerati, e verso i

giovani di leva, con i «Proletari in divisa». Ma, all’allargamento delle tematiche e degli impegni di lotta non corrispondeva certo l’abbandono del terreno dello scontro di fabbrica: Lc, in vista dei rinnovi dei contratti aziendali e dei successivi rinnovi di contratto nazionale e, nell’intento di impedire ogni tregua, promuoveva, insieme a molti altri gruppi (da Potere operaio ad Avanguardia operaia a vari gruppi minori), la costituzione delle Assemblee autonome come contraltare alla struttura consiliare del sindacato. Si trattò tuttavia di una esperienza effimera, esauritasi pochi mesi dopo il suo inizio.

Questo primo corso «estremista» di Lc culmina nella campagna contro il «Fanfascismo» promossa insieme al Manifesto contro l’elezione di Fanfani alla Presidenza della Repubblica (vista come punto di svolta decisivo nei processi di fascistizzazione dello Stato). Tale campagna, in qualche modo, spinse Lc a porsi per la prima volta problemi di carattere istituzionale, legati alle dinamiche del sistema politico, e a un iniziale atteggiamento da «forza politica». Unico terreno a essere abbandonato in quel momento fu l’università (si parlò infatti di «fuga dall’università») per impegnare i quadri nel «sociale» o nell’intervento di fabbrica. Proseguiva invece l’impegno verso il movimento degli studenti medi che, in quegli anni, conosce uno sviluppo intenso.

L’impegno in movimenti quali quelli dei soldati, dei detenuti, dei senza casa, degli studenti medi, la prosecuzione dell’intervento operaio, la campagna sul «Fanfascismo» impressero, a questa fase di vita dell’organizzazione, un carattere di eccezionale dinamismo che consentì a essa di estendersi sull’intero territorio nazionale. Già verso la fine del ’71 Lc tenta di dotarsi di un suo quotidiano, solo per le regioni meridionali, «Mo’ che il tempo s’avvicina» che ebbe vita breve ma segnò la diffusione di Lc anche nel sud. Già al convegno di Rimini (1-3 aprile ’72) Lc poteva contare su alcune migliaia di aderenti con oltre 152 sedi in tutta Italia. Una settimana dopo usciva il primo numero di «Lotta Continua» quotidiano nazionale. In breve tempo Lc era diventata una delle maggiori organizzazioni nazionali riuscendo lì dove era fallito il progetto di Potere operaio: diffondersi sull’intero territorio nazionale e realizzare un ampio insediamento sociale.

È probabile che sulla rapida ascesa di Lc abbiano agito vari fattori: la freschezza e immediatezza del suo linguaggio, spinto ai limiti del semplicismo ma di indubbia efficacia nel catturare l’attenzione di settori proletari e sottoproletari, la vivacità delle sue forme espressive (si pensi al ruolo del Canzonierie Pisano), l’aggressività delle sue forme di lotta, la grande flessibilità tattica, la prontezza nel captare i segnali di ogni novità sociale. Ma è probabile che alcuni di questi fattori abbiano anche costituito i punti di debolezza dell’intera costruzione organizzativa, destinati a pesare nei momenti più sfavorevoli. Lc, infatti, realizzava il suo successo in gran parte sulla capacità di assimilare movimenti sociali abbastanza eterogenei fra loro (studenti e sottoproletari, carcerati e intellettuali, soldati e senza casa) e di assorbire gruppi locali culturalmente e ideologicamente poco affini (gruppi anarchici, fuorusciti da organizzazioni marxiste-leniniste, ex trotzkjisti, cattolici di sinistra). Questa flessibilità era data dalla scarsa preoccupazione di dotare il gruppo di una strategia coerente e di lungo periodo e dall’assoluto rifiuto di dar vita a un gruppo ideologicamente coeso. In

effetti l’identità culturale di Lc non andò mai oltre la sommatoria fra una parte del vecchio operaismo, passato per l’esperienza del Potere operaio pisano e per le sue suggestioni spontaneiste, e generiche simpatie maoiste, accompagnate, però, da un altrettanto generico antistalinismo. Ovviamente una identità culturale e strategica così fluida si dimostrò ideale nell’acquisizione di movimenti e gruppi politici in una fase di intenso dinamismo di essi, e «funzionò» sin quando a essa corrispondeva una struttura organizzativa altrettanto fluida e poco strutturata.

Il Convegno di Rimini (aprile ’72) potrà quindi constatare con soddisfazione (e anche accenni trionfalistici) il successo dell’ipotesi di partenza, e portò alle estreme conseguenze le ipotesi politiche che la sorreggevano. In particolare si dette per comprovata l’analisi sulla fascistizzazione dello Stato e si accentuò fortemente la caratterizzazione «militarista» del gruppo.

Ma le tesi di Rimini erano destinate a rapida revisione per il mutare della fase politica. L’assassinio del commissario Calabresi (e le polemiche con Potere operaio che ne seguirono), l’insuccesso elettorale del Manifesto (che pure, Lc aveva contribuito a determinare proponendo l’astensione), la formazione del governo centrista di Andreotti e l’esigenza di trovare alleanze sociali di politiche che consentissero di batterlo, contribuirono in vario modo a spingere a una revisione dell’orientamento politico varato a Rimini. Già nell’ottobre del ’72 il Comitato nazionale votava un documento di profonda autocritica verso la caratterizzazione «estremista» della linea precedente. Iniziava così la seconda fase di vita del gruppo, quella detta di «Lc forza politica». Infatti essa si caratterizzò per la revisione dei precedenti atteggiamenti estremisti e militaristi e per una maggiore sensibilità verso i temi istituzionali.

Nacque da questa svolta il diverso atteggiamento verso situazioni quali quella carceraria, la parziale revisione del primitivo anti sindacalismo e soprattutto l’accettazione dei delegati di fabbrica, una maggiore tensione unitaria verso le altre organizzazioni dell’estrema sinistra e una parziale rettifica del giudizio sul Pci. Soprattutto tale svolta ebbe due effetti di rilievo: da un lato Lc si imponeva come una delle tre organizzazioni più importanti dell’estrema sinistra concludendo con le altre due (Manifesto-Pdup e Avanguardia operaia) un informale patto di unità d’azione che «tagliava fuori» tutte le organizzazioni minori costrette ad accodarsi alla «triplice» per esistere, dall’altro avviava una rifondazione della struttura organizzativa del gruppo. Infatti l’originario assemblearismo, la labilità dei confini organizzativi, l’aleatorietà delle strutture dirigenti, ecc. lasciavano il posto a una forza politica con uno statuto, un tesseramento, livelli dirigenti ben definiti, discreti processi di centralizzazione, un quotidiano portavoce ufficiale del gruppo dirigente nazionale, un segretario nazionale (Sofri), ecc. Insomma Lc cercava di trasformarsi in partito. Culmine di tale processo fu il 1° congresso dell’organizzazione (Roma 7-12 gennaio ’75). Esso approvò le «tesi» preparate da Sofri che rappresentavano il massimo sforzo di unificazione politica e ideologica del gruppo (fra le altre compaiono anche un gruppo di tesi dedicate alla «questione del materialismo») e di costruzione di una coerente prospettiva, strategica. Essa, in base all’interpretazione del caso cileno, si sintetizzava nella prospettiva del «Pci al governo». La fine del regime democristiano, avvertita da Lc come prossima dopo il referendum sul divorzio, avrebbe portato al governo il Pci, questo

avrebbe messo in molo dinamiche sociali e politiche incontrollabili da esso (da un lato le resistenze della destra e del padronato, con conseguenti rischi di golpe, dall’altro rincalzare del movimento di massa per un più rapido processo rivoluzionario). In tale situazione determinante sarebbe stato il ruolo della sinistra rivoluzionaria e, in particolare, del «partito» come direzione politica e militare del movimento. Attraverso questo processo rivoluzionario sarebbe stato possibile a Lc e alle altre forze dell’estrema sinistra acquisire un seguito maggioritario fra le masse popolari. In base a queste considerazioni Lc sceglieva di non aderire al cartello elettorale di Democrazia proletaria e di dare indicazione di voto per il Pci alle elezioni amministrative del giugno ’75.

In questo quadro vanno anche inserite scelte quali quella della presentazione alle elezioni scolastiche (duramente contestata dalle altre forze dell’estrema sinistra), e la campagna per il Msi fuorilegge.

Tale svolta, tuttavia, non poteva passare in modo indolore: una parte dell’organizzazione (quella legata ai Dannati della terra) passò alle prime organizzazioni terroristiche – i Nuclei armati proletari – altri settori (in particolare a Milano) ne uscirono per aderire alla costituenda area dell’Autonomia operaia.

Ulteriori segnali di crisi vennero poi dalla questione del femminismo: sino al dicembre del ’75 Lc aveva rigettato ostinatamente ogni forma di separatismo guardando con grande sospetto al movimento femminista che proprio in quei mesi conosceva una impetuosa crescita. Il 6 dicembre, durante una manifestazione di massa del movimento delle donne (alla quale erano ammesse solo donne), un gruppo di militanti di Lc cercava di forzare i cordoni gridando lo slogan «il femminismo non è separatismo ma lotta di classe per il comunismo», ne seguirono incidenti seri durante i quali numerose militanti femministe vennero duramente picchiate dagli attivisti di Lc. La reazione delle donne di Lc (che minacciarono di dimettersi in massa dal partito se i responsabili degli incidenti non fossero stati perseguiti e la segreteria romana non fosse stata sostituita) indusse a una ennesima svolta: Sofri scriveva un articolo di forte autocritica accettando il «nuovo» rappresentato dal femminismo e accettando la presenza delle femministe nel partito come corpo organizzato autonomamente.

Altri segnali vennero in rapida successione: il tentativo di ripetere l’eccezionale ondata operaia del ’72-73 con i rinnovi dei contratti nazionali fallì, non ebbe successo la piattaforma rivendicativa presentata da Lc (50.000 lire di aumento per tutti e riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali), la manifestazione nazionale contro il carovita a Roma (aprile ’75) ebbe un grande successo di partecipazione, ma segnò anche l’isolamento di Lc rispetto agli altri gruppi, i giovani dell’organizzazione – i Collettivi politici studenteschi – iniziavano a dare segni di autonomizzazione in particolare dopo il festival di Licola. Il sopravvenire delle elezioni costrinse il gruppo a una nuova svolta: abbandonata la posizione del voto al Pci (insostenibile dopo il persistere del Pci nella politica del compromesso storico), Lc richiedeva il suo inserimento nelle liste di Democrazia proletaria minacciando, in caso contrario, di presentare sue liste. Dopo un travagliato dibattito, Lc venne accettata ma a condizioni durissime: i suoi candidati sarebbero stati tutti raggruppati in fondo alle liste, nessun membro della segreteria nazionale sarebbe stato presentato, soprattutto la presentazione comune non

sarebbe stata presentata come accordo ma solo come un apparentamento tecnico. Lc accettò tali condizioni presupponendo un esito elettorale sintetizzabile in questi tre punti: la sinistra avrebbe avuto oltre il 51% dei voti, le liste di Democrazia proletaria avrebbero certamente superato il milione di voti (e si sperava nei due milioni), i candidati di Lc, nonostante tutto, avrebbero avuto più preferenze degli altri rappresentando quindi la maggioranza degli eletti. Gli esiti, come è noto, furono assai diversi, la sinistra raggiunse solo il 47% e a ciò fecero seguito i governi di unità nazionale di Andreotti; Democrazia proletaria raccolse solo 555.000 voti e sei deputati; i candidati di Lc totalizzarono complessivamente solo 58.000 preferenze (pari al 28% del totale delle preferenze), nessuno di essi risultava eletto, solo Mimmo Pinto entrava in Parlamento per la rinuncia di Foa, mentre Platania a Torino e Lisa Foa a Roma arrivavano primi dei non eletti. I candidati di Lc risultavano primi in tre sole circoscrizioni (Ancona, Pisa e Trento) dove, però, non scattava il deputato.

A questa sonora smentita di tutta la linea di Lc (dal congresso di Roma in poi) si aggiungeva un conflitto fra vari settori dell’organizzazione. Particolarmente devastante risultava quello che contrapponeva le femministe e buona parte dei giovani da una parte, alla commissione operaia e al servizio d’ordine, dall’altra. Il tentativo di Sofri, nella sua relazione al 2° congresso nazionale dell’organizzazione (Rimini, novembre ’76), di mediare proponendo un ritorno alla precedente struttura organizzativa fluida e alle incertezze di linea che la caratterizzavano («abituarsi a convivere con il terremoto») non riusciva e il conflitto fra operai e donne si dimostrava insanabile. Lc decideva così di sciogliersi nel movimento. Il gruppo dirigente si ritirava convinto di essere stato delegittimato dai molti errori di analisi compiuti, una parte dell’organizzazione tentava di resistere e di rilanciare Lc le donne e i giovani si scioglievano nell’incipiente «movimento del ’77», mentre il giornale, più prossimo alle posizioni di questi ultimi, restava come ultimo punto di riferimento della composita area di Lc.

Il punto di forza di Lc, la sua grande elasticità e spregiudicatezza, diventava ora il suo punto di debolezza: il tentativo di trasformare Lc in partito centralizzato era fallito, rigettato dallo stesso corpo dell’organizzazione e dalle sue irriducibili diversità.