Manifesto per un’Europa egualitaria. Come evitare la catastrofe (seconda parte)

Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou

 

L’impatto della crisi economica mondiale
e il passaggio alla politica di austerità

Nel corso del 2007, la grande recessione portò a una fine improvvisa del boom. Malgrado la percezione generale, questa evoluzione verso la crisi non fu causata esclusivamente dal crollo del settore immobiliare americano, ma ebbe anche origini interne. Dopo trent’anni di stagnazione e calo di massa delle retribuzioni, lo stock di capitale europeo mostrò significative eccedenze. Per questo tutte le economie nazionali europee furono inizialmente colpite, indipendentemente dal fatto se avessero intrapreso un modello di sviluppo basato sul debito o sul modello tedesco del dumping del prezzo delle esportazioni. Tuttavia, le prime a vacillare furono le nazioni periferiche: come negli Stati Uniti, crollarono i mercati immobiliari nell’Europa centrale dell’est e nei paesi periferici dell’eurozona: Irlanda, Portogallo e Spagna, seguiti dal collasso delle banche e dal ritiro degli investitori stranieri. A causa di questi sviluppi e della rapida contrazione del commercio mondiale, anche gli altri paesi europei subirono gli effetti della crisi. Il prodotto interno lordo degli Stati membri si contrasse di percentuali oscillanti tra il 5 e il 15%. Alcune economie nazionali si ripresero nella seconda metà del 2009 ed entrarono in un periodo di stagnazione; diversi Stati periferici, tuttavia, caddero in una pesante depressione che ancora oggi perdura. Nella seconda metà del 2012 è seguita una nuova recessione che ha coinvolto anche la Gran Bretagna e la maggior parte dei paesi centrali dell’eurozona.
È a cavallo tra il 2007 e il 2008 che i primi governi hanno cominciato a prendere contromisure. Fu data priorità al salvataggio delle banche – che malgrado il disastro finanziario continuavano a concedere prestiti e garanzie –, accordando crediti pubblici per la loro ricapitalizzazione, e operando alla creazione di «Bad Bank» che si facessero carico dei crediti non più esigibili. Queste attività per la stabilizzazione dell’architettura finanziaria vennero parzialmente associate a programmi congiunturali anticiclici. Le azioni di supporto per la stabilizzazione delle prestazioni sociali per i disoccupati, dei minimi salariali, dei debiti ipotecari e delle pensioni sociali vennero combinate con investimenti per l’innovazione dell’infrastruttura economica complessiva. Poiché il governo tedesco rifiutava azioni sovranazionali sul piano dell’Unione europea, la Commissione europea, nel novembre del 2008, legò l’insieme di queste iniziative a un pacchetto di stimoli del valore di 200 miliardi di euro, al quale aggiunse essa stessa 30 miliardi di euro. Anche la Banca centrale europea comprò sporadicamente i bond di alcuni degli Stati membri in maggiore difficoltà da mercati finanziari secondari; la Banca europea per gli investimenti concesse prestiti considerevoli all’Europa centrale e dell’est, per evitare crolli finanziari annunciati in quei paesi. A livello internazionale, tuttavia, i programmi anticrisi europei ebbero effetti considerevolmente modesti. La potenza egemone tedesca bloccò qualunque tentativo che consentisse di lanciare un piano di stimoli europeo, emulando Stati Uniti e Giappone .
Questa riluttanza non consentì di sperare che accadesse nulla di buono. Sebbene la situazione nell’est e negli Stati periferici continuasse a peggiorare, le istituzioni europee e la Bce sospesero le misure anticicliche, spostandosi su una posizione di politiche di austerità. L’inizio di tale tendenza si era già palesato nel novembre del 2008, quando la Banca, in accordo con il Fondo monetario internazionale, concesse prestiti di supporto agli Stati a rischio di bancarotta – Lettonia e Ungheria – unicamente a condizione di severi tagli di bilancio. Nel corso del 2009, i governi di diversi paesi periferici dell’eurozona vennero invitati in modo perentorio a interrompere una politica economica orientata verso la domanda e a tornare alla riduzione del debito statale. Nell’autunno del 2009, la Banca centrale europea bloccò inoltre un’operazione segreta per la stabilizzazione del debito pubblico greco. La maggior parte dei governi accelerarono questo processo. Nel gennaio del 2010 il governo socialdemocratico spagnolo attuò una svolta radicale proclamando un duro programma di austerità. La Grecia seguì l’esempio due mesi dopo; anche la nuova amministrazione laburista britannica cominciò a praticare una rigida austerity. Dalla primavera del 2010, all’interno dell’Unione europea non esisteva più alcun governo che potesse permettersi di prendere contromisure ricorrendo all’idea di un incremento anticiclico della domanda. Tutti i governi che nella fase del boom si erano sottratti al diktat neomercantilistico dell’orientamento deflazionistico all’esportazione, ricorrendo all’indebitamento, venivano adesso messi alla gogna. Le classi meno agiate e il ceto medio di queste nazioni ora dovevano espiare: erano costretti a sottomettersi a brevissimo termine alle misure di impoverimento dei lavoratori e degli anziani, di degradazione sociale e di riduzione della domanda.
La premessa decisiva per questa redistribuzione dei costi della crisi fu rappresentata dal blocco dell’accesso delle economie nazionali indebitate al libero mercato di obbligazioni e di capitali, per via del ritiro degli investitori e dei creditori internazionali. Così come era successo a Lettonia e Ungheria, anche i governi degli Stati periferici dovettero recarsi a Canossa e chiedere alla Commissione europea e alla Bce fondi per la stabilizzazione del settore bancario e a sostegno della popolazione. Come già era accaduto per Lettonia e Ungheria, le istituzioni chiamarono in causa il Fondo monetario internazionale e concessero prestiti a condizione che i paesi acconsentissero ad accettare un vasto programma di aggiustamenti strutturali. Nel maggio del 2010, il governo greco si sottopose alle prime misure di austerità, alle quali ne seguirono molte altre. Nel novembre dello stesso anno toccò all’Irlanda; nel maggio 2011 al Portogallo. Nel complesso, l’importo del prestito monetario concesso agli Stati dalla troika (Commissione europea, Bce, Fondo monetario internazionale) è stato fino a oggi di 240 miliardi di euro per la Grecia, 63,5 miliardi di euro per l’Irlanda e 78 miliardi di euro per il Portogallo.
Inoltre, nel giugno del 2012 la troika pretese dal governo spagnolo un ulteriore inasprimento della politica di austerità – in cambio, avrebbe concesso un prestito per un massimo di 100 miliardi di euro per il salvataggio e la ristrutturazione del settore bancario. Nel marzo del 2013 seguì l’approvazione di un prestito a Cipro della portata di 10 miliardi di euro. Questi esempi furono sufficienti perché i restanti governi dei paesi periferici insolventi avviassero autonomamente programmi di risanamento della loro economia interna. A questo occorre ricondurre le successive crisi di governo e le nuove elezioni, mentre in Grecia e in Italia a novembre del 2011 salivano al potere tecnocrati della finanza – privi di qualunque legittimazione politica – insediando governi di transizione.
In questo modo, tutte le nazioni indebitate dell’Unione europea, in particolare quelle dell’eurozona, si sottomisero al diktat della politica di austerità. Per coordinare le attività, nel maggio del 2010, le autorità europee misero a disposizione un fondo di stabilizzazione temporaneo per la concessione di aiuti economici per un ammontare complessivo di 750 miliardi di euro: 60 miliardi provenivano dal bilancio della Commissione europea, 440 miliardi provenivano dal contributo di un ente di scopo, fuori dagli statuti dell’Unione, mentre il Fondo monetario internazionale mise a disposizione 250 miliardi. Nel 2013 questi fondi vennero sostituiti da un Fondo salva-Stati (o Meccanismo europeo di stabilità) permanente che disponeva di mezzi finanziari ugualmente ampi. I compratori di bond e gli investitori internazionali furono inizialmente poco convinti dell’efficacia di tali provvedimenti, poiché il Fondo salva-Stati non sembrava in grado di compensare la mancanza di buoni del Tesoro emessi a livello europeo e l’atteggiamento passivo della Banca centrale europea. Soltanto quando il presidente della Bce Mario Draghi spiegò, nell’agosto del 2012, che la Banca centrale avrebbe sostenuto gli Stati membri in difficoltà con l’acquisto illimitato dei loro bond, l’eurocrisi cessò di essere il principale titolo dei giornali.

Il diktat della zona centrale neomercantilista
e il programma di austerità per la periferia

I programmi di austerità nati all’inizio del 2010, nella prospettiva dell’Unione europea, hanno avuto effetti devastanti. Hanno distrutto le reti di sicurezza sociale e il sistema dei servizi degli Stati membri, senza i quali nessuna società complessa e sviluppata può esistere. A questo proposito, i governi sono stati sottomessi alla pressione diretta o indiretta della troika (Commissione europea, Bce, Fondo monetario internazionale), sempre a partire dallo stesso schema. I programmi di risanamento hanno infuriato per diversi anni nei parlamenti, ai quali era stato affidato il compito di effettuare tagli sulla spesa pubblica e aumentare le entrate. In un primo momento sono stati ridotti i salari dei lavoratori del pubblico impiego, parallelamente a tagli salariali di massa in tutti i settori del pubblico: istruzione, salute, trasporti, servizi sociali, ecc. Da qui ha avuto inizio una prima fase di aumento della tassazione, che si è concentrata soprattutto sulle tasse indirette sul consumo (imposta sul valore aggiunto). A questo è seguita, tra i sei e i nove mesi più tardi, una seconda serie di «tagli», attraverso i quali le misure messe in campo sono state ulteriormente inasprite ed estese a coloro che beneficiavano di servizi sociali pubblici, quali disoccupati, ammalati cronici e pensionati. Un anno più tardi si è arrivati a un ulteriore peggioramento. È stato colpito il diritto del lavoro – in particolare la protezione contro il licenziamento e la contrattazione collettiva –, sono stati decurtati i salari minimi, le retribuzioni del settore privato sono state adeguate ai tagli salariali dei servizi pubblici e i diritti di accesso alle prestazioni sociali ridotti all’osso con misure ad hoc. Sebbene la disoccupazione sia schizzata di nuovo in alto, il consumo di massa si sia ridotto di circa un terzo e la crisi in diversi Stati membri si sia trasformata in depressione, i programmi di austerità hanno continuato imperturbabilmente a essere applicati, fino a oggi. Dovunque volgiamo lo sguardo, o quasi, la situazione è la medesima: in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, in Italia, Francia, nel blocco dell’Europa dell’est e del sud-est, così come nei paesi periferici dell’eurozona. Solo in Germania la situazione è relativamente tranquilla. La ragione è semplice da comprendere: in Germania i programmi di austerità sono stati anticipati già nei primi anni del nuovo millennio, nel contesto dell’«Agenda 2010» e dei «Piani Hartz». Per questo, dopo la crisi, il governo tedesco ha avuto poco da fare: ha ampliato il numero degli impieghi a breve termine, permettendo così ai vertici delle imprese di mantenere un nucleo centrale di maestranze stabilmente occupate. Il governo si è incaricato, inoltre, di imporre una fedele riproduzione dell’«Agenda 2010» a livello europeo: si pensi soltanto ai progetti relativi alla povertà degli anziani o all’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni.
Attraverso la svolta politica dell’austerità, i poteri decisionali europei perseguivano due scopi. Anzitutto volevano impedire che i costi sostenuti dallo Stato per il salvataggio dell’architettura finanziaria venissero ripartiti ricorrendo a riduzioni dei debiti o ad altre soluzioni di compromesso tra debitori e creditori. Si tratta di un fenomeno inedito della storia finanziaria del capitalismo: fin dal XIV secolo, nelle operazioni di sdebitamento statale sono sempre stati invitati alla cassa anche i sottoscrittori di titoli pubblici, spesso persino prima degli altri. Ma oggi a essere spremuti sono esclusivamente i contribuenti e chi usufruisce dei servizi sociali. Al contrario, i creditori degli Stati insolventi possono contare sull’illimitata soddisfazione dei loro diritti sugli interessi e al rimborso del debito, sebbene siano stati proprio loro a creare lo squilibrio dei bilanci pubblici. Un simile favoritismo a senso unico è in realtà singolare. Dimostra l’emergere di una classe globale di possidenti e capitalisti che, ormai diventata élite dominante, ha assoggettato le istituzioni mondiali, i blocchi economici e le economie nazionali. A causa di questo spostamento degli assetti economici di potere del sistema mondiale, si è arrivati al punto che le classi subalterne di interi paesi, oltre allo sfruttamento individuale all’interno del processo di produzione, vengono sfruttate anche collettivamente sul piano delle loro condizioni sociali di riproduzione. A esse vengono imposti inoltre contributi economici supplementari dai programmi di austerità, che producono il drenaggio di ricchezza dal patrimonio pubblico alle tasche dei creditori. Questi eventi drammatici vengono giustificati dall’assurda considerazione che il debito pubblico sia l’origine della crisi e che il suo risanamento coincida con una mossa decisiva per il superamento della crisi. Questo goffo rovesciamento di cause ed effetti sembra essere sufficiente, come riportano i media, a rafforzare il rigoroso meccanismo di drenaggio dei programmi di austerità.
Il secondo intento di tali programmi verte sul rapporto tra retribuzione e prestazione lavorativa (i cosiddetti costi per unità lavorativa). In particolare, le misure introdotte a cavallo tra 2011 e 2012 hanno perseguito il fine di ridurre i costi del lavoro dei paesi periferici, al punto da raggiungere le peggiori retribuzioni delle nazioni della zona centrale, in particolare quelle della Germania. Per garantire questo risultato, inoltre, il settore pubblico è stato privatizzato e razionalizzato, come non era mai successo dall’inizio della crisi. Dunque è chiaro: i programmi di austerità hanno il compito aggiuntivo di insediare a breve termine in tutta Europa il modello economico della potenza tedesca, sfruttando l’attuale situazione di crisi. È infatti evidente il crollo del costo del lavoro negli Stati dell’«espansione a est» e nelle nazioni periferiche dell’eurozona dal 2011-2012. Prima dell’inizio della crisi lo scarto tra questi paesi e la zona centrale era riconducibile a una forbice tra il 30 e il 35%; successivamente è sceso al 20-25%, mentre alcuni paesi dell’Unione europea sono riusciti ad aumentare le loro esportazioni, soprattutto verso i paesi terzi. Tuttavia, questo non ha migliorato in nessun modo la loro situazione economica complessiva. Osserviamo piuttosto il contrario. Quando in Grecia, in Portogallo o in Spagna i costi del lavoro crollano, subentra in primo luogo un ulteriore declino della prestazione economica complessiva e aumenta il numero di disoccupati. Per questo, l’aumento delle esportazioni all’interno dell’Unione europea si rivela un boomerang. In confronto alle nazioni della zona centrale, la produzione industriale dei paesi periferici è esigua: è costantemente diminuita a causa dello sviluppo diseguale degli ultimi trent’anni. La conseguenza è che queste nazioni devono necessariamente aumentare in proporzione le importazioni di beni e servizi, se vogliono rafforzarsi sul fronte delle esportazioni. Ma per farlo a livello europeo mancano fattori determinanti. Con le attuali premesse strutturali, ogni tentativo di avvicinarsi al modello economico tedesco somiglia alla ben nota gara tra la lepre e la tartaruga. Persino Italia e Francia, entrambe cofondatrici del processo di integrazione europeo, sono rimaste molto indietro: il tentativo di recuperare lo svantaggio nei confronti dello stock di capitale tedesco, continuamente rinnovato e all’avanguardia, attraverso programmi di esportazioni mirati o l’internazionalizzazione di piccole imprese dei nuovi distretti industriali, non è riuscito a ridurre significativamente la distanza tra questi paesi e la Germania.
La situazione è in realtà quella descritta da un alto funzionario tedesco dell’Unione europea in occasione di una conferenza interna: l’Europa è come un campionato di calcio, in cui la capoclassifica che non può mai essere raggiunta determina le regole del gioco e decide la posizione delle altre squadre. Idee alternative non sono ammesse. Il neomercantilismo è una struttura di potere politico-economica che esclude qualsiasi cooperazione internazionale: crea squilibri e fa di tutto per renderli sempre più profondi.

L’Europa come epicentro della stagnazione globale

Nel frattempo l’Europa è diventata l’epicentro della stagnazione globale: l’Unione europea è il blocco economico del sistema mondiale che dal 2012 si trova di nuovo in recessione. Su questo fatto tutti gli osservatori sono della stessa opinione: i programmi di austerità inaspriscono la crisi, mettono in discussione la sopravvivenza dell’Unione – in particolare dell’eurozona – e rallentano il processo di ripresa globale. Certamente le ultime statistiche parlano chiaro. La produzione industriale europea dall’inizio della crisi si è ridotta del 10% e il calo dei salari, la disoccupazione di massa e i tagli alla spesa pubblica hanno portato a un lungo declino della domanda. Di conseguenza, le importazioni da oltreoceano sono diminuite. Di questo hanno sofferto soprattutto le economie nazionali dei paesi in via di sviluppo, ma anche gli altri partner della Triade: gli Stati Uniti e il Giappone. Il commercio mondiale è fermo nella stagnazione, dopo essersi ripreso abbastanza bene a cavallo del 2010-2011. La crescita economica cinese, attualmente del 7,4% annuo, ha toccato il livello più basso dalla primavera del 2009. Il Giappone comincia gradualmente a uscire dalla recessione nella quale era nuovamente precipitato dopo la catastrofe di Fukushima. Nel frattempo, l’economia americana si trova in un momento di chiara ripresa. Eppure, le capacità industriali sono ben lungi dall’essere sfruttate completamente. I più alti profitti ricavati dalle imprese americane sono dovuti soprattutto alla persistenza di bassi salari, che non tengono il passo con il rapido aumento della produttività lavorativa.
Con le loro politiche di austerità a senso unico, i centri decisionali europei si ritrovano soli. È vero che, per poter evitare il collasso dell’eurozona che sembrava imminente nell’estate del 2012, la Banca centrale europea ha in qualche modo eluso il dogma tedesco del rifiuto di concedere prestiti agli Stati e di una politica dei bassi tassi di interesse. Tuttavia, i fondamenti dell’austerità prociclica non sono cambiati affatto: anche il Fondo salva-Stati ha l’unica funzione di stabilizzare i processi di ridistribuzione dal basso verso l’alto dettati dalla necessità di risparmiare. La transizione verso un lungo periodo di depressione è di conseguenza tuttora probabile. Una via d’uscita sarebbe pensabile, nelle condizioni attuali, solo se venissero introdotte rivoluzionarie innovazioni tecnologiche strutturali, capaci di dare un forte impulso alla crescita, o se l’economia mondiale si risollevasse tanto in fretta da aprire nuove prospettive di esportazione sostenibili. Ma tali aspettative sono mere speculazioni e poco realistiche. Eppure le autorità europee sembrano basarsi proprio su queste illusioni, come dimostrano le loro attività più recenti per intensificare gli investimenti tecnologici.
Anche negli Stati Uniti, in Giappone e nei principali paesi emergenti la politica di innovazione tecnologica viene messa in primo piano. Ma si tratta di iniziative che si inseriscono in contesti macroeconomici profondamente diversi. Le autorità di regolazione politico-economica della Repubblica popolare cinese, per esempio, sono riuscite a compensare il declino del surplus di bilancio attraverso la stimolazione della domanda interna e l’incremento degli investimenti per le infrastrutture pubbliche. La maggior parte dei governi del sud del mondo seguono questa linea di condotta. L’amministrazione Obama lavora invece con la Federal Reserve per un totale superamento della crisi finanziato illimitatamente dai debiti, continuando a stimolare i mercati finanziari e mantenendo il tasso di interesse vicino allo zero; predisponendo, inoltre, programmi specifici per rilanciare l’economia. Tutto ciò può essere fatto senza problemi, perché il dollaro americano è ancora la valuta di riserva mondiale dominante e la sua continua svalutazione facilita il rifinanziamento dell’ancora enorme deficit interno degli Stati Uniti. Anche i protagonisti della politica economica giapponese seguono lo stesso esempio. La Banca del Giappone acquista un gran numero di bond statali e di titoli di credito, per migliorare le possibilità di esportazione tramite una sistematica svalutazione dello yen. Contemporaneamente, vengono sviluppati programmi ad hoc per rilanciare l’economia.
Si tratta di tentativi interni al sistema di superare la stagnazione e rimettere in moto un nuovo periodo di crescita economica. Essi rivelano un’enorme instabilità degli atteggiamenti, a fronte di un equilibrio tra i singoli interessi delle economie nazionali e i blocchi economici con la loro reciproca cooperatività ancora tutto da valutare. Non sta a questo libro dare giudizi sull’uno o l’altro criterio, poiché non siamo interessati a una possibile riproposizione della dinamica globale, bensì ricerchiamo il suo rovesciamento. Rimane comunque un dato di fatto che le modalità europee nell’ambito della gestione della crisi politico-economica rappresentano la variante meno cooperativa di operare. Tale modalità è strettamente collegata, senza compromessi, al riversamento dei costi della crisi sulle classi subalterne.