Manifesto per un’Europa egualitaria. Come evitare la catastrofe (terzo parte)

Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou

 

Come è potuto accadere?

Come è potuto accadere?Abbiamo finora esaminato gli antecedenti e l’attuale sviluppo della crisi in Europa da una prospettiva economico-politica. Abbiamo visto come dal sistema complessivo dell’economia europea occidentale sia nata un’entità ibrida, che ha escluso ambiti socio-economici essenziali dal processo di integrazione transnazionale e ha reso di conseguenza impossibile una legittimazione politica democratica dell’Europa. L’alleanza strategica delle élite dominanti francesi e tedesche ha rappresentato il fondamento decisivo di tale processo. Ma, nel corso del rilancio dell’economia tedesca occidentale, questo fondamento si è fatto sempre più squilibrato, determinando rapporti di potere asimmetrici: uno sviluppo dovuto alla logica del neomercantilismo tedesco. La sovraccumulazione della base produttiva del paese poteva essere garantita a lungo termine solo se avesse potuto ricorrere ai sempre crescenti mercati di esportazione di merci e capitale, nei quali reinvestire il plusvalore prodotto in Germania. Per tale scopo le élite economiche tedesche hanno sfruttato il mercato interno europeo come rampa di lancio, per estendere a livello mondiale i profitti lì ricavati. La funzione propulsiva del continente è stata assicurata attraverso bassi costi salariali e bassi prezzi corrispondenti. I partner europei del processo di integrazione, di dover conseguenza, si sono trovati di fronte all’alternativa di emulare il modello economico tedesco o di compensarne il vantaggio competitivo monetario e politico. Si è così giunti a una polarizzazione macroeconomica del processo di integrazione. I paesi del Benelux, quelli scandinavi e più tardi l’Austria – così come indirettamente anche la Svizzera – si sono ricavati una posizione di nicchia a fianco del neomercantilismo tedesco. Gli si contrapponeva il blocco dei paesi in deficit e in piena svalutazione: l’Italia è stata uno di questi fin dagli anni Ottanta e più tardi è stata raggiunta dalle nazioni periferiche dell’eurozona. Francia e Gran Bretagna hanno oscillato tra entrambi i poli, cercando di compensare gli squilibri sempre più profondi. La loro opzione è infine fallita nel corso degli anni Novanta, quando la Germania Ovest, dopo l’annessione della Ddr, divenne la potenza egemone incontrastata dell’Europa. Le premesse di questo fenomeno, tuttavia, erano già presenti negli anni Settanta. I pionieri della politica economica, finanziaria e monetaria tedesca hanno sfruttato le turbolenze globali della valuta e dei prezzi per implementare un solido regime dei tassi di cambio, associato dal 1992 a una politica fiscale restrittiva. All’inizio del nuovo millennio si è infine arrivati all’introduzione di una moneta unica, costruita come un Gold-standard piombato sull’intero territorio europeo. Ma soltanto nel corso della crisi economica mondiale attuale si è riusciti a trasferire queste condizioni restrittive, fondate su una strategia di costante sottoccupazione, alle economie nazionali delle nazioni in deficit. I programmi di austerità in vigore dalla primavera del 2010 segnalano un inasprimento dell’asimmetria e l’esclusiva predominanza del modello economico tedesco all’interno dell’Unione europea.

L’Europa: una superpotenza imperialista
sotto l’egemonia tedesca

Questa supremazia del blocco neomercantilista guidato dalla Germania poté imporsi, solo perché utile anche per gli interessi strategici delle nazioni in deficit. Ciò è accaduto in particolare dalla fine degli anni Sessanta, quando la Francia gaullista si rivoltò contro la posizione privilegiata della valuta di riserva mondiale e pretese l’obbligo di convertibilità aurea del dollaro americano. Per tale scopo la Bundersbank era pronta a mettere in gioco un concetto strategico, implementato dall’inizio degli anni Settanta, che in una certa misura tenne l’Europa, che allora si stava formando, lontana dalla «grande inflazione» mondiale. Un simile processo si è poi ripetuto all’inizio degli anni Novanta: l’Europa rischiava di rimanere in svantaggio nella competizione guidata dagli Stati Uniti per il controllo del potenziale economico e dei futuri mercati del «realismo socialista» andato in pezzi. Di certo tali eventi furono messi in ombra dal «caso specifico» della Germania Ovest con l’annessione della Ddr; tuttavia, anche in questo caso, i documenti, diventati ormai accessibili, mostrano che l’alleanza di convenienza franco-tedesca si consolidò in fretta e indebolì l’influenza degli Stati Uniti sull’Europa dell’est e del sud. Questi esempi dimostrano come l’economia del processo di integrazione europeo sia strettamente collegata ai fattori «esogeni» del potere politico. Quando si parla di neomercantilismo, non si può non parlare del suo progetto costitutivo classista e imperialista. La coscienza di questo legame è indispensabile per l’analisi critica del processo di integrazione europeo. Essa può essere spiegata ulteriormente da tre esempi preminenti: la strategia dell’Unione europea dell’espansione verso est, la guerra contro la Jugoslavia e il Trattato di Schengen per consolidare i confini europei.

L’espansione verso est

Quando all’inizio dell’estate del 1989 il governo ungherese aprì i confini con l’Austria per conto della Germania Ovest, non fu segnato soltanto il destino della Ddr ma anche quello di tutta la sfera d’influenza sovietica. Nei mesi seguenti si verificò una fase di declino che occorre far strettamente risalire allo sviluppo della crisi degli anni Settanta. Tra il 1975 e 1976, il governo sovietico aveva adeguato il prezzo di trasferimento in rubli della sua fornitura di petrolio e gas ai prezzi di mercato stabiliti in dollari e molto cresciuti, ed era inoltre riuscito a compensare il proprio deficit di bilancio e a tenere sotto controllo problemi strutturali dell’economia interna. In questo modo, però, aveva portato a una situazione di emergenza le economie nazionali dei paesi europei centro-orientali, che scambiavano macchinari e prodotti industriali, nell’ambito dell’organismo di aiuto economico reciproco, con materie prime di provenienza siberiana per l’industria e l’energia. Le strategie di questi paesi, fondate sullo sviluppo dell’industria pesante e perciò completamente scoordinate, furono messe in discussione. Tuttavia, un rapido cambiamento di rotta politico ed economico era escluso: i prezzi di mercato mondiali per i prodotti grezzi e finiti crollarono e resero impossibili esportazioni alternative. L’adozione delle nascenti innovazioni tecnologiche dell’era informatica era fuori discussione in virtù dell’isolamento del complesso militare-industriale e dell’embargo imposto dall’Ovest.
In aggiunta, le burocrazie dei paesi centro-orientali avevano finanziato lo sviluppo industriale, in maniera più o meno estensiva, con crediti occidentali più o meno a buon mercato, i cui interessi – tramite il monitoraggio del Fondo monetario internazionale – aumentarono velocemente a seguito della «grande inflazione». Per potersi occupare dei debiti crescenti, vennero avviati programmi di austerità le cui conseguenze sociali vennero ammortizzate attraverso una crescente tolleranza nei confronti di settori economici privati e informali. Di conseguenza si erano sviluppate strutture economiche miste, che progressivamente svuotavano gli strumenti di governo dell’economia pianificata.
Nel corso degli anni Ottanta, infine, la situazione apparve senza via d’uscita. La politica dei ceti dirigenziali delle «democrazie popolari», le loro strutture di potere autoritarie e gerarchiche legittimate dal crescente benessere, erano fallite. Questo aveva finalmente indotto le autorità alla tolleranza sempre più ampia di approcci alternativi, che promettevano un incremento dell’efficienza a lungo termine. Nelle istituzioni economiche centrali e nelle accademie del sapere si erano sviluppate linee di pensiero ispirate al radicalismo di mercato, che tuttavia, al contrario di quanto accadeva in Occidene, avrebbero dovuto aspettare il loro momento. Contemporaneamente, anche i movimenti all’opposizione avevano ampiamente sviluppato la loro dottrina di salvezza: l’apertura illimitata ai mercati mondiali, la privatizzazione delle proprietà statali e lo sviluppo di mercati del capitale e del lavoro liberalizzati erano parte integrante dei programmi di democratizzazione.
Di conseguenza, i sostenitori del radicalismo di mercato occidentale non si trovarono di fronte a un terreno nuovo, quando gli eventi aprirono la strada verso l’est. Già durante le settimane degli sconvolgimenti politici presero contatto con la generazione più giovane di economisti est e centro-europei che ricoprivano proprio le posizioni chiave dell’economia e della politica. In questo, la corsa fu vinta soprattutto da alcuni consulenti americani, che già negli anni Ottanta avevano rappresentato gli interessi dei concessori di credito di tutto il mondo per conto del Fondo monetario internazionale. Sotto il loro considerevole influsso, dall’inizio degli anni Novanta, entrarono in vigore programmi di austerità che si tradussero in una politica di tabula rasa e che spinsero nel precipizio le società est e centro-europee. Così Polonia e Ungheria, le nazioni più gravate dai debiti, fecero da metronomo alla «terapia shock»; i restanti paesi in via di trasformazione seguirono il loro esempio. In un batter d’occhio i risparmi della popolazione vennero annichiliti dall’inflazione, un terzo della forza lavoro finì per strada, i salari degli altri lavoratori furono ridotti del 30%, la produzione industriale arretrò temporaneamente al 60% e un quarto dello stock di capitale fu smantellato. Metà della popolazione si ritrovò ridotta alla povertà di massa, in quanto popolazione in surplus eccedente e svalutata. Fu il prezzo sociale per l’improvvisa eliminazione delle sovvenzioni alla sussistenza e del sistema di assistenza sociale, l’abolizione del monopolio sul commercio con l’estero e la rapida apertura dell’economia nazionale al mercato mondiale. Decine di migliaia di imprese statali furono liquidate e le parti migliori e a maggiore redditività vennero destinate alla privatizzazione. I nuovi mercati del lavoro vennero schiacciati. Imposero al neonato esercito di lavoratori poveri l’accettazione di rapporti di lavoro precari e miserabili, che non costituivano più la garanzia di un’esistenza sicura.
A cavallo tra il 1992 e il 1993, le terapie d’urto si avviarono alla fine: la ricostruzione poteva cominciare. Poiché i ceti dirigenziali delle economie nazionali dell’est – a differenza delle élite politiche sovietiche – erano riusciti solo limitatamente a inserirsi nella corsa alla privatizzazione, le porte per gli investitori esteri era dunque spalancate. Sulle grandi imprese si mercanteggiava spesso per anni; alla fine i principali leader industriali europei acquistarono la maggior parte delle quote e le resero disponibili per il mercato mondiale. Sorsero nuovi cluster industriali, quasi ovunque nella Slovacchia occidentale, dove le case automobilistiche europee e dell’estremo Oriente sperimentavano nuove forme di lavoro. Anche il settore della finanza cadde quasi completamente sotto il controllo dell’estero. Le grandi banche austriache, tedesche, belghe, olandesi, italiane e svedesi si impadronirono di quasi il 90% del settore.
L’espansione verso est fu caratterizzata inoltre da una notevole divisione del lavoro. Gli Usa e le istituzioni mondiali da loro controllate aprirono la strada a sconvolgimenti rapidi e irreversibili delle condizioni macroeconomiche e si assicurarono il terreno conquistato anche dal punto di vista geostrategico e militare. Il controllo sulla ricostruzione economica rimase tuttavia ampiamente nelle mani delle multinazionali stanziate nei principali paesi europei. Per stabilizzare questo processo e adattare lo sviluppo alle disposizioni strategiche dell’Unione europea, le economie nazionali dell’est dovevano imboccare la «via per l’Europa» anche da un punto di vista istituzionale. All’inizio questa via dimostrò di possedere le caratteristiche tipiche di un capitalismo periferico. Il commercio con l’estero si concentrò sempre di più sul mercato interno europeo e riprodusse su un terreno europeo il rapporto centro-periferia delle catene di produzione del valore globali. L’est conservò a lungo il ruolo di banca del lavoro dell’Unione europea, eppure a lungo termine non era del tutto escluso un rovesciamento dello statuto periferico. La prospettiva di evitare la totale indigenza divenne l’esca decisiva che rese desiderabile l’integrazione nell’Unione europea. Già nel 1993, il Consiglio d’Europa stabilì le condizioni di ammissione che uno Stato membro avrebbe dovuto soddisfare. Quattro anni più tardi, la Commissione europea avviò programmi di formazione in grande stile, per rendere irreversibile il processo di integrazione, attraverso l’istruzione di centinaia di migliaia di leali funzionari dell’est. Al volgere del secolo, sono poi seguiti gli screening di rito per l’ammissione dei candidati suddivisi in due gruppi («gruppo del Lussemburgo», «gruppo di Copenhagen»), che nel 2004 sono stati inclusi nell’Unione europea insieme alla Slovenia e agli aspiranti mediterranei Malta e Cipro. Qualche anno più tardi, inoltre, estonia, Slovacchia e Slovenia riuscite ad accedere ad accedere anche all’eurozona.
Gli effetti del processo di integrazione furono enormi. Centinaia di migliaia di imprenditori e famiglie cercarono di accorciare in qualunque modo il lungo transito della «grande fame». Il passaggio decisivo fu fornito dalle banche. Visto che i tassi di interesse dei paesi ammessi, a causa del deficit cronico e dell’inflazione crescente, erano molto alti, le imprese e le famiglie sottoscrissero prestiti soprattutto in valuta straniera – in particolare in franchi svizzeri – che garantiva interessi più bassi. Con la grande recessione del 2007-2008 cominciò un brutto risveglio. Il boom dei prestiti ipotecari e dei crediti dell’est europeo crollò, facendo leva su debolezze economiche strutturali dei paesi periferici dell’eurozona. I centri del sistema finanziario, le principali grandi banche europee, furono messi in grave pericolo. Perciò, le autorità europee di sorveglianza, dopo aver evitato il default di Lettonia e Ungheria, iniziarono vaste operazioni di sostegno per stabilizzare il loro nuovo hinterland. Tuttavia, i ministri delle Finanze della zona principale non vollero mostrare la stessa magnanimità agli Stati periferici. Solo dopo dure controversie, i protagonisti del «gruppo del sud», rappresentato da Francia e Italia, sono riuscite a ottenere – ricordando il generoso «aiuto all’est» – la creazione del Fondo salva-Stati e la ripresa delle attività della Bce a sostegno degli Stati periferici del sud.

La guerra contro la Jugoslavia

Alla strategia dell’espansione verso est, che ebbe inizio nel 1989-90 e aprì la strada al potere imperialista dell’Unione europea, è riconducibile anche la questione jugoslava. Ancor prima di Polonia e Ungheria, la federazione socialista multietnica era caduta nella spirale dell’indebitamento internazionale. Il suo programma di sviluppo si differenziava da quelli delle economie nazionali dell’est per un alto tasso di controllo operaio e per le autonomie regionali; inoltre teneva conto delle particolarità di una struttura economica in parte socializzata e in parte ancora orientata alla sussistenza. Tuttavia, ciò non protesse minimamente la Jugoslavia dalle conseguenze delle turbolenze dell’economia internazionale degli anni Settanta. Il peso del suo debito era in proporzione maggiore a quello dell’Europa dell’est e, insieme alle scadenze di pagamento, i crescenti interessi cominciarono a divorare gli introiti della federazione. Solo tra il 1981 e il 1987, dovettero essere mobilizzati 30 miliardi di dollari. L’accesso ai mercati mondiali più remunerativi era tuttavia sbarrato dalla concorrenza del dumping dei principali Stati europei e del sud-est asiatico. Di conseguenza, dietro la spinta dei supervisori del Fondo monetario, i villaggi basati su un’economia di sussistenza e le imprese auto-amministrate andavano spremuti fino all’ultimo dollaro. Alla fine degli anni Ottanta, i redditi reali crollarono del 40%. Dopo decenni di crescita stabile ed equilibrata, la federazione andò incontro a un drammatico processo di impoverimento, che si configurò in maniera molto diversa nei sei Stati della nazione. Lo squilibrio tra le repubbliche più sviluppate del nord-ovest e dell’Adriatico (Slovenia e Croazia) e gli altri Stati del Paese (Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia) divenne sempre più profondo.
All’inizio le classi dirigenti della federazione cercarono di rispondere alle conseguenze della crisi con un’ulteriore decentralizzazione delle strutture di potere politiche, economiche e militari. Questo processo, compiutosi nel 1974, portò tuttavia a risultati di­sastrosi. Quanto più si inasprivano gli squilibri socio-economici, tanto più diventavano importanti i fondi centrali federali nel bilancio finanziario. Questo tuttavia ebbe un effetto negativo anche sugli specifici interessi propri delle repubbliche creditrici. Dall’inizio degli anni Ottanta, Slovenia e Croazia cominciarono a negare sempre più spesso il consenso alla federazione e iniziarono a sostenere lo sciopero dei pagamenti con motivazioni etno-politiche. Il gruppo opposto, guidato dalla Serbia, reagì con le contromisure che aveva a disposizione, in particolare con divieti all’importazione. Si scatenò dunque una vera e propria guerra economica che indebolì soprattutto il gruppo più disagiato e a cui le classi subalterne impoverite risposero con scioperi di massa e con la rivolta sociale. Infine, anche l’amministrazione serba, per mantenere il potere, giocò la carta etno-politica. Tra il 1985 e il 1989, la guerra economica interna della Jugoslavia si trasformò in un confronto sovranazionale, che mise in serio pericolo l’esistenza stessa della federazione.
In questa drammatica situazione, il governo federale avviò – sotto la supervisione dell’Fmi – un programma di austerità e privatizzazione radicale, che anticipò le «terapie d’urto» dell’Europa dell’est e infine anche della Russia. Fu benzina gettata sul fuoco. Slovenia e Croazia rifiutarono il programma; nel corso degli Novanta anche il governo serbo di Miloˇsevic´ cominciò a boicottare il programma. Nel frattempo, le conseguenze sociali della crisi erano state ovunque ritradotte su un piano etnico. Infine, Slovenia e Croazia fecero la mossa successiva e nel giugno del 1991 annunciarono il loro ritiro dalla federazione. Meno di un anno più tardi furono seguite anche dalla multietnica Bosnia-Erzegovina. Anche nella provincia serba del Kosovo, popolata da una maggioranza albanese, nacquero movimenti secessionisti, ma furono repressi nel sangue.
Così si apriva la strada alla guerra civile, che cominciò nell’estate del 1991 quando l’esercito della federazione tentò invano di recuperare le postazioni militari di confine slovene. A questa schermaglia seguì una più cruenta guerra civile in Croazia, che finì con l’espulsione della minoranza serba dalla Krajina. Gli orrori perpetrati vennero oscurati soltanto dagli eccessi di odio e dalla «pulizia etnica» che afflissero la Bosnia-Erzegovina nel periodo tra il 1992 e il 1995. Il Kosovo fu infine il quarto punto chiave della guerra civile: il territorio, dopo il ritiro temporaneo dell’esercito federale e della polizia speciale serba nel 1998, venne devastato nuovamente da combattimenti che portarono a una nuova occupazione serba e, a marzo del 1999, al bombardamento della Nato contro la Jugoslavia.
Molti osservatori interni ed esterni al paese avevano previsto questi sviluppi e, nel tentativo di contenere la catastrofe imminente, avevano proposto le soluzioni più diverse. Alla ricerca di una via d’uscita, tuttavia, non contribuirono le classi dominanti della zona centrale dell’Unione europea, in particolare quelle tedesche e austriache. Fin dagli anni Settanta, infatti, esse avevano velatamente incoraggiato le tendenze secessioniste economiche ed etno-politiche che stavano nascendo in Slovenia e in Croazia. Quando entrambe le repubbliche settentrionali annunciarono la loro indipendenza nel 1991, vennero immediatamente riconosciute da Germania e Austria e riuscirono a farsi sostenere dalle autorità europee. Anziché attenuare il rigido programma di austerità del Fondo monetario internazionale e implementare programmi di sostegno, queste ultime incoraggiarono il processo di disintegrazione che avrebbe condotto alla guerra civile. Quando poi nel 1992 si verificarono massacri anche in Bosnia-Erzegovina, il governo tedesco e quello austriaco dovettero fare un passo indietro. L’apparentemente irreversibile caduta della Jugoslavia si dimostrò un vantaggio anche per gli interessi geostrategici degli Usa. In Bosnia-Erzegovina, infatti, gli Stati Uniti si schierarono militarmente e diplomaticamente al fianco degli avversari della federazione, costrinsero i croati e i secessionisti musulmani a un’alleanza e, dopo l’espulsione delle forze jugoslave e serbe, imposero un cessate il fuoco. La Bosnia-Erzegovina fu trasformata in un protettorato, che da quel momento sarebbe stato gestito sul piano militare e diplomatico dagli Stati Uniti e su quello economico dal Fondo monetario internazionale. Anche per quanto riguarda la decisione della Nato di bombardare la Jugoslavia gli Stati Uniti furono in prima linea. Dopo la capitolazione del paese nel giugno del 1999, anche il Kosovo venne trasformato in un protettorato. Persino in occasione della secessione monetaria e politica del Montenegro, che con l’introduzione del marco tedesco nell’estate del 1999 aprì la strada al definitivo crollo della Federazione jugoslava, in un primo momento furono esperti e diplomatici americani a prendere il controllo della situazione. In questo modo gli Stati Uniti riuscirono a garantirsi i loro interessi geostrategici anche nei Balcani. Da quel momento dispongono di grandi basi militari in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo, che oltre alla logistica di routine servono anche a tenere d’occhio l’est e l’Asia centrale. Inoltre, gli Stati Uniti hanno fatto in modo che l’espansione verso il sud-est e il centro dell’Impero dell’Unione europea avvenisse sotto il riconoscimento della loro posizione egemonica sul piano militare e strategico. Per questo gli sforzi imperialistici dell’Unione europea sono soggetti a limiti precisi: le élite dominanti americane li sostengono finché non mettono in discussione le posizioni di potere geostrategiche statunitensi.
In questo modo, la distruzione della federazione socialista slava meridionale, supportata attivamente, ha spalancato la strada all’ascesa dell’Unione europea a superpotenza imperialista. Il modo in cui i centri decisionali di quest’ultima hanno sfruttato il crollo degli avversari del sud-est europeo per ottenere vantaggi politici ed economici ha avuto, a causa delle implicazioni belliche, un significato paradigmatico ancora maggiore dell’espansione verso est. Dopo la fine della guerra e il conseguente radicale cambiamento di mercato di Serbia, Macedonia e Montenegro, migliaia di consulenti economici, diplomatici e funzionari del sistema europeo hanno fatto in modo che la ricostruzione avvenisse secondo le normative e le direttive di Bruxelles. Oggi, oltre dieci anni dopo, possiamo esaminare il risultato di questa operazione. I Balcani si sono frammentati in un conglomerato di piccoli Stati, le cui classi dominanti sono impegnate nella ricerca di una nuova identità culturale che le differenzi sul piano etnico-politico dai propri vicini e nell’allargamento del proprio territorio («grande Albania», «grande Macedonia», «grande Serbia», ecc.). Economicamente, i nuovi Stati non sono in grado di agire e di conseguenza sono legati alla mano ordinatrice dell’Unione europea. Il risultato è che tutti gli Stati devono sottostare alla politica uniforme del radicalismo di mercato che consegna le loro misere burocrazie regolatrici agli interessi del capitale multinazionale. Non vengono tollerate unità politiche o economiche che possano mettere in discussione tale ordinamento. A ogni modo, al contrario di quanto accaduto con l’Europa dell’est, il processo di annessione all’Unione europea dei piccoli Stati balcanici frammentati etno-politicamente è ancora all’inizio.

I limiti stabiliti dal Trattato di Schengen

Chi intenda ampliare e strutturare un impero deve soprattutto tener d’occhio i confini del suo dominio. A questo scopo gli imperi classici hanno creato regimi di frontiera caratterizzati da barriere naturali o artificiali, oppure da confini militari «nomadi» popolati da contadini armati o popoli vassalli pronti a combattere. Oggi, nell’epoca della mobilità transnazionale liberalizzata di merci, servizi e capitali, questo regime deve concepire i propri confini in forma diversa. Questi ultimi, infatti, hanno in primo luogo il compito di tenere lontane le persone indesiderate, quali profughi, migranti sans papiers, avversari del sistema, attentatori religiosi fondamentalisti e criminali. L’implementazione di questa politica dell’esclusione selettiva è oggi facilitata dalla disponibilità di sistemi informatici e di comunicazione altamente complessi.
Per i tecnocrati dell’Unione europea questa costellazione di problemi aveva originariamente un significato secondario: la difesa da immigrati provenienti da paesi terzi o da «estremisti» che si muovono all’interno dell’Europa è successivamente passata in primo piano. Era dunque la normale attività di polizia a richiedere sistemi informatici e di comunicazione transnazionali. Non appena queste strutture di sorveglianza cominciarono a funzionare, i paesi centrali della Comunità europea poterono smantellare il controllo generale dei confini interni. Questo accordo fu sottoscritto nel 1985 da Germania, Lussemburgo e Francia.
Cinque anni più tardi, tuttavia, la prima idilliaca stesura del Trattato di Schengen fu cancellata in conseguenza del crollo della cortina di ferro. Per le popolazioni dell’est arrivò la tanto agognata era della libertà di movimento, ma non tutti erano benvenuti ai confini. Solo i tedeschi dell’est, che, per poter annettere la Ddr, dovevano essere conquistati, ricevettero una formale «sovvenzione di benvenuto». Gli altri – polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, rumeni, bulgari, jugoslavi, albanesi… – furono al contrario tenuti lontani. Le migrazioni dall’est all’ovest di persone in cerca di lavoro, dopo la fine della cortina di ferro, erano indesiderate.
Per questo, a giugno del 1990, venne siglato il Trattato di Schengen con un accordo aggiuntivo che focalizzava lo sguardo degli attori sul consolidamento delle frontiere esterne e apriva la strada a un sistematico regime di frontiera possibilmente privo di falle. I cinque Stati firmatari, Belgio, Germania, Francia, Lussemburgo e Olanda, si accordarono sulla costituzione di una struttura di sicurezza poliziesca per la sorveglianza degli estremisti, attraverso la costruzione di un nuovo sistema informatico sempre attivo e l’introduzione di una politica generale dei visti. Inoltre, gli Stati firmatari affidarono il controllo dei confini ad apparecchiature militari (dispositivi a infrarossi, rilevatori di calore, droni, elicotteri e motovedette), riorganizzando di conseguenza la polizia speciale di frontiera. In questo modo, la cortina di ferro fu sostituita da un confine «mobile» con l’est, che corrispondeva alle mutate esigenze. Negli anni seguenti vennero intercettate centinaia di migliaia di persone che tentavano di attraversare i confini europei senza documenti: almeno 150 di queste sono morte. La non appartenenza a un paese dell’Unione europea si trasformava in un atto «illegale», quando i migranti e le migranti non rispettavano le condizioni di accesso prefissate. Contemporaneamente, per quelli che riuscivano comunque a entrare, fu allestito un sistema di discriminazione disumano. Migranti, che, stando alla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, dovevano godere dello status di rifugiati politici, venivano invece sottoposti a limitazioni di spostamento, arrestati e allontanati dal mercato del lavoro. I migranti sans papiers, invece, dato il loro statuto privo di diritti, diventavano ricercati oggetti dell’economia sommersa e di quei settori formali dell’economia emersa nei quali vi era una richiesta sovradimensionata di forza lavoro non qualificata. Da questo punto di vista, fin dagli anni Novanta, il regime delle frontiere di Schengen ha sempre avuto due facce: da un lato, doveva arginare movimenti migratori indesiderati; dall’altra, però, doveva implementare un segmento del mercato del lavoro deregolamentato, nel quale la compravendita della forza lavoro potesse avvenire al di fuori di qualunque norma giuridica.
In questa duplice prospettiva, il sistema Schengen ha funzionato così bene che dalla seconda metà degli anni Novanta, con l’eccezione di Gran Bretagna e Irlanda e di alcuni candidati all’ammissione del sud-est, tutti gli Stati membri sono entrati a farne parte. Alla fine vi hanno aderito anche gli Stati non membri dell’Unione europea, Svizzera e Norvegia. Gli accordi di Schengen sono stati formalmente accolti nel codice dell’Unione e oggi rappresentano una parte essenziale della sua legislazione. È in questo contesto che si è arrivati a una regolamentazione aggiuntiva che ha ulteriormente inasprito le norme sui confini: i profughi e i lavoratori migranti senza documenti devono, fino al chiarimento del loro status, essere trattenuti in misere condizioni nel paese che per primo hanno raggiunto. Una regolamentazione che ha portato a uno sgravamento unilaterale del centro imperiale dell’Europa, a scapito delle nazioni periferiche. Gli squilibri sono così diventati ancora più profondi. Allo stesso tempo, la concentrazione di migranti lontano dai paesi centrali ha provocato un enorme aggravamento dei conflitti sociali: essi sono diventati il bersaglio del razzismo popolare, come già era accaduto in epoca fascista.
Gli sviluppi degli ultimi dieci anni dimostrano quanto sia diventato importante il sistema di Schengen per il blocco di potere dell’Unione europea. Le migrazioni indesiderate si sono spostate dai confini dell’est verso le aree centrali del Mediterraneo. Oggi i loro fulcri sono lo stretto di Gibilterra, le isole italiane a sud della Sicilia, così come le aree costiere e i confini tra Turchia e Grecia. I milioni di persone che attraversano i confini sono principalmente giovani sottoproletari: cercano un nuovo inizio e fuggono dalla depressione e dalle guerre in Africa, nel vicino e medio Oriente, o in Asia centrale. Quando il tentativo di varcare la frontiera riesce, vengono trattenuti dai paesi periferici dell’area del Mediterraneo. Ma per molti il tentativo di oltrepassare i confini europei finisce in tragedia: annegano, muoiono di fame o di sete, oppure vengono uccisi: solo tra il 1994 e il 2004 le vittime sono state oltre 5000. Questi uomini e queste donne si sono scontrate con i provvedimenti di una superpotenza che ha sigillato perfettamente i propri confini. Tutto ciò grazie al sistema informatico di Schengen, che sulla base di 42 milioni di dati (fino a gennaio 2012) ha reso possibile una rete vastissima di caccia a cose e persone. Poi, nell’ottobre del 2005 è entrata in azione una nuova polizia di frontiera paramilitare («Frontex»), le cui armi e attrezzature non hanno finora mai smesso di aumentare.

Bilancio di medio termine

Gli esempi presentati dimostrano che gli anni tra il 1990 e il 1991 hanno rappresentato una svolta decisiva per la trasformazione della Comunità europea a superpotenza imperialista. Nel decennio precedente, la Comunità europea era riuscita a superare la «grande inflazione» indotta dai poteri egemonici globali e a sostenere il processo di integrazione regionale attraverso l’introduzione di un unico sistema monetario. Le tappe erano state diverse e furono coronate, all’inizio degli anni Novanta, dalla creazione di una valuta propria. L’euro avrebbe dovuto funzionare come un rinnovato sistema regionale di Gold-Standard, con due compiti precisi: in primo luogo, avrebbe dovuto garantire il consolidamento del modello economico neomercantilista sul piano interno; e, in secondo luogo, rafforzare la conseguente strategia di stabilizzazione dei prezzi sul piano mondiale. Questo, a conti fatti, era lo scopo: far giocare un euro forte contro un dollaro americano «debole», trasformandolo nella seconda valuta di riserva mondiale e relativizzare il potere egemonico globale del dollaro in materia di politica monetaria.
Ma il caso ha voluto che proprio a questo punto della storia mondiale l’impero sovietico implodesse. Le guide intellettuali degli Stati Uniti videro subito la possibilità che si offriva di sottoporre i paesi del blocco sovietico dell’est, ormai in declino, a una «terapia d’urto», avviandoli in brevissimo tempo verso il capitalismo finanziario. I protagonisti delle istituzioni mondiali e il think tank americano riuscirono infatti a portare a termine questo cambiamento di rotta, insieme alle élite economiche di Belgrado, Varsavia, Praga, Budapest e Mosca. In questo modo continuarono a supportare anche gli interessi espansionisti del vicino blocco europeo, quantomeno fino al confine occidentale russo. Inoltre, sfruttando il potere globale geostrategico americano, si riuscì a contenere il nuovo corso imperialista della Comunità europea. Dopo che lo scopo fu raggiunto nel bastione europeo centro e sud-orientale, fu possibile integrare sempre più le nuove economie nazionali fondate sul radicalismo di mercato nella variante europea del capitalismo finanziarizzato. La ragione di questa azione «generosa» da parte di Washington è semplice: gli Stati Uniti avevano appena cominciato a spostare il fulcro di investimento delle loro risorse politiche ed economiche verso l’Asia centrale e la regione del Pacifico. La «grande inflazione», con i debiti che aveva provocato, ora veniva preservata per volere del nuovo asse dell’economia mondiale Washington-Pechino.
L’opinione generale era che l’egemonia mondiale fosse in declino e che l’Europa fosse in ascesa, laddove i rapporti di potere all’inizio del nuovo millennio erano, in realtà, piuttosto diversi. In primo luogo, l’euro non era nella posizione di poter scalzare la valuta di riserva mondiale non ufficiale dalla sua posizione dominante. In secondo luogo, fino a oggi non esiste la benché minima indicazione che l’Europa abbia guadagnato una propria indipendenza rispetto alla posizione egemonica degli Stati Uniti, in ambito geostrategico e militare, qual è fissata dai trattati Nato. Terzo, il centro di forza dell’economia mondiale ha cominciato a spostarsi, sotto la regia degli Usa e del loro nuovo partner e rivale, la Cina, dalla regione della Triade verso l’area del Pacifico. Nel corso della grande recessione e della conseguente grande stagnazione, questa configurazione non è mutata minimamente. L’Unione europea, diventata una superpotenza imperialista, si trova oggi di fronte a sfide ancora più grandi rispetto a quelle affrontate negli anni Settanta e Novanta. Ora l’Europa deve – come si dice a Berlino e a Bruxelles – proteggersi non solo dall’economia del debito americana, ma a maggior ragione deve prendere contromisure nei confronti della simbiosi commerciale tra Stati Uniti e l’emergente Regno di mezzo. Su questi presupposti globali si fondano gli attuali programmi di austerità. La rivalità con la Cina e gli altri paesi emergenti viene presa sul serio dai centri decisionali tedeschi ed europei, a un punto tale da essere pronti a radicalizzare ulteriormente la politica di austerità, no­nostante i rischi a essa connessi.