Manifesto per un’Europa egualitaria. Come evitare la catastrofe (prima parte)

Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou

Prefazione

È tempo di agire: cinque anni di crisi sono abbastanza. Le classi lavoratrici e le fasce più deboli della popolazione sono i gruppi maggiormente colpiti. Non è più possibile aspettare: è tempo di dare risposte. Il peso della situazione economica viene scaricato unicamente sui più deboli, che cominciano a ribellarsi a tale imposizione, alla ricerca di nuove alternative. Vi sono dunque tutte le premesse per un’estesa resistenza sociale. Tanto più che tra le classi dirigenti europee non corre buon sangue: una parte si prefigge programmi di austerità che aggraveranno la crisi, a fronte di un’altra che si propone di ostacolare il processo di integrazione europea.

Il nostro lavoro si colloca in questo contesto. Nella prima parte, ci occuperemo di indagare su cosa sia accaduto e su come sia stato possibile arrivare a una situazione del genere. Poi, l’analisi si concentrerà sulle possibilità di azione alternative, sviluppando al contempo un programma concreto che connetta la resistenza sociale locale a un’Europa federale ed egualitaria.

Abbiamo cercato di rappresentare il contesto economico in una forma che sia comprensibile per i non addetti ai lavori. Potrebbero essere comunque rimasti dei concetti forse poco familiari per alcune lettrici e alcuni lettori. C’è chi, inoltre, potrebbe essere interessato alle fonti e alla letteratura che abbiamo utilizzato. Per questo motivo, abbiamo aggiunto al presente lavoro una bibliografia, consultabile sul sito www.egalitarian-europe.com.

Brema-Salonicco, maggio 2013

La situazione attuale

L’Europa si sta impoverendo. I poteri forti stanno trascinando le classi lavoratrici verso la rovina. Sono gli agenti di un sistema definito dai principi del massimo profitto e della concorrenza. Un sistema instabile che può sopravvivere soltanto finché continuerà a espandersi in maniera spasmodica: in pochi continueranno ad arricchirsi ricorrendo alla progressiva espropriazione, allo sfruttamento e all’immiserimento della maggioranza. Questa dinamica rischia di subire una battuta d’arresto a causa del crollo dei profitti, per questo le classi dominanti corrono ai ripari per mantenere ben salde le disuguaglianze e accelerare lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. Le loro strategie più rilevanti al riguardo sono l’accrescimento e la stabilizzazione delle riserve economiche, il consolidamento dei processi di produzione, la riduzione dei salari e la privatizzazione dei beni pubblici e dei servizi sociali, così come l’introduzione di un sistema creditizio più restrittivo. Il risultato saranno fenomeni complessi di precarizzazione e di impoverimento di massa. Le classi subalterne si vedranno deprivate dei loro fondamentali diritti all’esistenza e saranno costrette a sopportare la pressione di una disoccupazione sempre crescente, di insicurezza sociale e rapporti di lavoro sempre più malpagati e limitati nel tempo. Contemporaneamente, perderanno il controllo sulle condizioni della propria riproduzione: i loro risparmi e i loro debiti consegnati all’arbitrio delle banche, delle grandi compagnie di assicurazioni e delle autorità di regolamentazione.

Da quando è iniziata la grande recessione, tra il 2007 e il 2009, il processo di impoverimento europeo ha compiuto un salto di qualità. Il numero dei disoccupati è cresciuto costantemente: si parla oggi di 26,2 milioni di persone (10,8%) in tutta l’Unione europea e di 19 milioni di persone (12,0%) nell’eurozona. Di questi disoccupati, rispettivamente il 23,6% e il 24,2% sono giovani tra i 15 e i 24 anni. La ripartizione geografica della disoccupazione varia notevolmente. In alcuni paesi periferici la soglia di disoccupazione è ben sopra la media, come in Grecia (27%), Spagna (26,2%), Portogallo (17,6%) e Irlanda (14,7%). Diversa è la situazione dei paesi più interni, quali Germania, Paesi Bassi e Austria, dove la disoccupazione, pressoché stabile da trent’anni, è variata ben poco. Ancora più drammatiche sono le differenze tra i giovani disoccupati. Nei paesi periferici si registrano quote dal 58% della Grecia, il 55,5% della Spagna, il 38,7% dell’Italia, il 38,6% del Portogallo, il 30,9% dell’Irlanda, fino al 28,1% della Polonia; all’opposto delle cifre nettamente più basse di nazioni quali Olanda, Austria e Germania, dove si parla rispettivamente del 10,3%, del 9,9% e del 7,9%.

Dietro questi dati si nascondono situazioni individuali e familiari catastrofiche. Il lavoro definisce, infatti, anche la partecipazione alla vita sociale, per quanto instabile e malpagato possa essere. Perciò, la perdurante assenza di un lavoro innesca una reazione a catena, che il limitato sostegno economico per i disoccupati non fa che ritardare. Dopo la cessazione del periodo di erogazione dei sussidi, infatti, si spalanca l’abisso sociale, poiché ne deriva l’esclusione da ulteriori reti di sicurezza sociale: l’assicurazione sanitaria scade e la pensione diventa soltanto un lontano miraggio. Poiché salari e servizi sociali hanno cominciato a disintegrarsi ben prima dell’inizio della crisi, molte famiglie hanno cercato una stabilità finanziaria ricorrendo all’acquisto, con mutui, di proprietà e abitazioni, per tutelarsi di fronte a eventuali imprevisti. Quando poi la crisi ha svalutato gli immobili ancora da pagare, l’illusione di costruirsi un reddito in questo modo è crollata. Nell’Europa centro-orientale, in Gran Bretagna e nei paesi periferici dell’eurozona, a oggi, si contano oltre un milione di procedure di pignoramento immobiliare in corso: più della metà delle quali sono state eseguite. Solo in Spagna, 400.000 famiglie disoccupate si ritrovano con un pugno di mosche; in Ungheria sono 120.000 e in Irlanda 85.000. Devono trasferirsi nei quartieri poveri, nei sobborghi e nei ghetti, dove le infrastrutture sono a dir poco carenti.

La perdita delle case e delle abitazioni, tuttavia, è soltanto una delle conseguenze più eclatanti della disoccupazione di massa. Chi si allontana dalla famiglia d’origine spesso non riesce più a sostenere i costi di riscaldamento, di affitto, elettricità e telefono. Anche i membri più anziani della famiglia non sono in grado di offrire aiuto, poiché nel frattempo la loro pensione è stata decurtata. Le malattie diventano un rischio di cui si deve cominciare e tenere conto, e costringono a dar fondo agli ultimi risparmi. I senzatetto sono centinaia di migliaia, affidati alle cure di strutture d’accoglienza, centri sanitari senza scopo di lucro e mense dei poveri.

Particolarmente drammatica è la situazione dei giovani disoccupati. Già negli anni precedenti, dopo la deregolamentazione dei rapporti di lavoro, essi si erano visti negare l’accesso a un posto fisso in qualche modo equamente retribuito. Ora i giovani perdono anche le occupazioni a breve termine e malpagate: soltanto in Spagna, dall’inizio della crisi, due milioni di giovani precari sono finiti in mezzo a una strada. Per loro e per tutti gli altri disoccupati europei questo destino è più di un episodio biografico: caratterizzerà la loro vita per decenni. In tutta Europa, sta emergendo l’idea di una generazione perduta, deprivata delle premesse elementari per l’inizio di una vita autonoma. In Grecia, al momento, l’80% dei giovani è tornato a casa dei genitori. Centinaia di migliaia di neolaureati e neodiplomati dell’est e del sud Europa emigrano nei paesi dell’interno, ma anche in Nord America, negli Stati arabi del Golfo e negli ex territori coloniali africani. In aggiunta, si assiste a un incremento delle migrazioni interne, dai quartieri poveri degli agglomerati urbani verso le aree rurali.

Questi sono solo alcuni degli aspetti più salienti del profondo impoverimento e della destabilizzazione sociale, che coinvolge non soltanto le classi più svantaggiate ma sempre di più anche i settori indeboliti del ceto medio. Chi oggi visita l’Europa, non può fare a meno di notare i segnali della povertà e della disperazione. Questo è vero soprattutto nei paesi periferici, rispetto a quelli più interni. La nuova povertà di massa colpisce un terzo della società delle nazioni dell’est e del sud Europa e ha il risultato di accorciare le aspettative di vita. Ma la situazione non è positiva nemmeno nel resto degli Stati membri. Anche nell’Europa continentale, la soglia di povertà si aggira intorno al 20% del totale della popolazione. In Germania questa cifra raggiunge i 16,1 milioni di persone (il 19,9% del totale): la più alta in assoluto.

La depressione sociale è una diretta conseguenza di questo modello di distribuzione della ricchezza: negli Stati periferici il numero di suicidi è drammaticamente aumentato – nei quartieri più poveri si diffondono prostituzione, microcriminalità, violenza domestica e tossicodipendenza. In tutta Europa, le associazioni neofasciste approfittano dell’autodistruzione sociale ed economica della democrazia rappresentativa per guadagnare consensi con discorsi demagogici e azioni di violenza contro i rifugiati e le minoranze. Fanno il vecchio gioco del fascismo: si appropriano della questione sociale e la canalizzano in una etno-politica ipernazionalista.

Come siamo arrivati a questo punto?

Queste considerazioni sono devastanti per un continente che ufficialmente viene ancora ritenuto ricco, nonché uno dei più sviluppati dell’intero sistema mondiale. Cosa ha dato origine a questo cambiamento? Quali fattori e avvenimenti hanno aperto la strada a questo nuovo impoverimento di massa? Le ragioni di tale fenomeno sono molteplici: in parte sono da ricondurre all’esito di eventi globali, ma in parte anche a fenomeni specificatamente europei, le cui radici risalgono agli anni Settanta.

Gli sconvolgimenti globali degli anni Settanta

All’inizio degli anni Settanta si sono verificate profonde mutazioni dal punto di vista economico, finanziario e politico, provocate soprattutto dall’egemonia statunitense, con conseguenze a livello mondiale. Tra il 1971 e il 1973, l’amministrazione Nixon, sotto la spinta dell’inflazione interna e delle spese militari sostenute per la guerra in Vietnam, ha sospeso la convertibilità del dollaro in oro. La valuta ufficiale di riserva mondiale del sistema Bretton-Woods è diventata una divisa-guida ufficiosa e non coperta, mentre i tassi di cambio fissati dal Fondo monetario internazionale sono stati essenzialmente liberalizzati. Da quel momento in poi, i protagonisti del mercato dei cambi hanno cominciato a determinare il mutevole andamento della valuta. Ovunque nel mondo sono sorti nuovi mercati offshore del dollaro americano: da allora si è giunti a un processo di liberalizzazioni che ha finito con l’includere l’intero mercato delle azioni, dei bond, delle materie prime, degli immobili e degli investimenti diretti industriali. Con l’onda d’urto del crollo del sistema Bretton-Woods, nell’autunno del 1973, e la caduta dei prezzi del petrolio durante la guerra dello Yom Kippur, si è arrivati a una crisi dell’economia mondiale che due anni più tardi sarebbe sfociata in una stagnazione globale. Un periodo caratterizzato da bassi tassi di crescita, improvvisi aumenti dei prezzi e alta disoccupazione; soltanto nel 1983, l’economia attraversò una fase di relativo sollievo e stabilità.

È in questo quadro economico e politico che è cominciata una nuova era: un mercato di capitali liberalizzato, un ciclo di diversi anni di lotte operaie che avevano portato a significativi aumenti dei salari reali e, infine, la pressione crescente di tassi di profitto in costante caduta costrinsero le direzioni delle multinazionali a un riorientamento strategico che in sostanza fu facilitato dagli attori di mercati di capitali alla ricerca di investimenti. Allo stesso modo, è risultato dirimente l’impiego di nuovi strumenti tecnologici, quali il microchip e la nascente informatizzazione, che la dirigenza delle imprese ebbe a disposizione dagli inizi degli anni Settanta. Nel contesto caratterizzato da un mercato favorevole e dall’innovazione tecnologica, le aziende non tralasciarono inoltre di decentralizzare i complessi di produzione dei rami strategici più importanti, fino a quel momento altamente accentrati. Frazionarono la forza lavoro concentrata in un solo punto e la sottoposero alle rinnovate tecnologie di produzione, indebolendo in questo modo il potere di contrattazione collettiva degli operai.

Tuttavia, questo era solo di uno degli aspetti di un processo che dagli anni Settanta avrebbe consumato il passaggio dalle enormi fabbriche fordiste alle reti di aziende post-fordiste. Le grandi imprese, sempre più decentralizzate, della triade Usa, Giappone, Europa continuarono allo stesso tempo a estendere i confini dei loro centri gravitazionali economici e costruirono nuovi stabilimenti nei paesi in via di sviluppo. Anche qui si poterono appoggiare a mercati di capitali sempre più rapidamente liberalizzati, che inondarono i paesi in via di sviluppo con prestiti a buon mercato, facilitando la costruzione di infrastrutture e lo sviluppo di nuovi centri di crescita: le cosiddette Zone economiche speciali. Su queste basi, le multinazionali affondarono ulteriormente le radici nel mercato internazionale del lavoro. Si preoccuparono inoltre di trasferire i segmenti della manifattura e dei servizi ad alta intensità di lavoro nel sud del mondo. Il risultato furono catene di creazione del valore transnazionali e organizzate, che permisero di convogliare l’esercito industriale di riserva dei continenti meno sviluppati nei processi di produzione del plusvalore. I canali dei rapporti commerciali internazionali, già in uso da secoli sulla base della comparazione dei costi, vennero così trasferiti sul ciclo produttivo, consentendo un enorme abbassamento dei costi. Al contempo vennero introdotti diversi gradi di sviluppo della tecnologia produttiva, a seconda dello standard di qualifica e del regime salariale delle rispettive reti locali. La conseguenza di questa frammentazione transcontinentale del lavoro complessivo in differenti componenti produttive provocò un sensibile aumento del grado di sfruttamento dei lavoratori. In questo contesto giocarono un ruolo importante anche le rivoluzioni tecnologiche nel settore dei trasporti: la larga implementazione del sistema dei container rese possibile completare la catena di trasporto intercontinentale e abbassare i costi di spedizione, a tal punto che il dislocamento degli investimenti e degli impianti all’altro capo del mondo divenne remunerativo.

Tuttavia, questa rivoluzione non avvenne all’improvviso. Furono necessari anni prima che gli attori dei movimenti di capitali internazionali «finanziarizzati» si accordassero con gli strateghi della ristrutturazione postfordista della produzione industriale. Anche le borghesie parassitarie del sud del mondo dovettero adattarsi in primo luogo alle mutate condizioni di un rapido sviluppo. Si incaricarono di aprire i mercati, di mobilitare l’esercito industriale di riserva, di concentrare lo sviluppo delle infrastrutture alle zone concesse alle imprese multinazionali e di ampliare i propri settori finanziari così da agevolare i crescenti flussi di capitale, gravando i bilanci pubblici con tassi di indebitamento senza precedenti. Ma anche nei centri metropolitani le difficoltà si accumulavano. In molti paesi della triade Europa, Stati Uniti e Giappone, le lavoratrici e i lavoratori, con o senza il sostegno dei sindacati, si opponevano alla destrutturazione e al dislocamento delle imprese. In ultima analisi, la loro opposizione fu contenuta unicamente da un duro intervento delle classi politiche del sistema regolativo, in particolare in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Italia. Solo dopo una fase di stagnazione durata diversi anni, passata alla storia come «era della stagflazione», la battaglia per il recupero dei margini di profitto poté considerarsi vinta.

Il biennio 1982-83 diede comunque inizio a una serie ciclica di alti e bassi. Nei paesi in via di sviluppo dell’America latina e del sud-est asiatico il debito pubblico sfociò in un’enorme crisi. Il nuovo modello di sviluppo minacciava di mandare in fallimento più di una nazione emergente, affossando il potere d’acquisto. Di conseguenza, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale lanciarono drastici programmi di aggiustamento strutturale, attraverso i quali l’erogazione di risorse venne subordinata alla disponibilità a sanare il debito pubblico. In questo modo hanno preso due piccioni con una fava: da un lato proteggevano gli investitori internazionali dall’abbassamento dei prezzi, dall’altro costringevano le autorità dei governi indebitati a rinunciare a progetti economici indipendenti. Questi paesi dovettero dunque abbandonare i piani di sviluppo basati sulla sostituzione delle importazioni e sulla costruzione di settori economici pubblici più forti, per sottostare al diktat delle multinazionali e delle istituzioni finanziarie.

Nei centri del sistema mondiale, dopo la sconfitta delle lotte dei lavoratori degli anni Settanta, cominciò tuttavia un conflitto prolungato e sotterraneo. Le classi e i ceti operai non erano ancora pronti, in quel periodo, ad accettare passivamente la silenziosa ma costante de-industrializzazione e la continua disoccupazione a essa correlata. Molti lavoratori delle industrie si allontanarono dal regime delle fabbriche ridotte all’osso e si trasformarono in piccoli imprenditori autonomi, oppure si rifugiarono nei recessi della formazione professionale continua. Altri provarono a sovvertire i nuovi principi del lavoro di gruppo e dei processi just in time attraverso una resistenza passiva, visto che, quanto più la produttività aumentava, tanto più i salari restavano inadeguati. Questi conflitti, silenziosi e poco presenti nei dibattiti pubblici, ebbero il risultato di contenere il crescente profitto portato dalla destrutturazione. I possessori di capitali e i manager della strategia della diversificazione economica cominciarono allora a cercare ulteriori possibilità di guadagno. Contemporaneamente, rivolsero l’attenzione a una nuova scuola economica radicale di mercato – quella dei teorici dell’offerta, monetaristi e propagandisti della Public Choice – che si andava sviluppando, messa alla prova per la prima volta nella controrivoluzione cilena, e alla quale guardavano anche alcuni esponenti della classe politica occidentale, in particolare Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Per prima cosa, infatti, questi ultimi eliminarono le regolamentazioni comparse negli anni Cinquanta e Sessanta, che stabilizzavano le condizioni di lavoro, i mercati e i sistemi contrattuali, al fine di adattare i rapporti lavorativi a un sistema di produzione più flessibile e decentralizzato, abbassando allo stesso tempo il costo della manodopera. In secondo luogo, cominciarono, a partire dalla Gran Bretagna, un’estesa campagna di privatizzazione del settore pubblico e sottoposero l’erogazione di energia, elettricità, acqua, le poste, le telecomunicazioni e i servizi di trasporto ai principi della massimizzazione del profitto. Un terzo punto chiave degli investimenti era costituito dalla ristrutturazione e dalla privatizzazione dei sistemi di previdenza sociale pubblici, che dalla fine della Seconda guerra mondiale mettevano al riparo la stragrande maggioranza delle famiglie degli operai nei paesi centrali dai principali rischi esistenziali: disoccupazione, malattia, invalidità, vecchiaia. Questi provvedimenti di deregolamentazione spianarono la strada, del tutto o in parte, agli investitori delle strutture ospedaliere private, dei fondi pensionistici e delle compagnie di assicurazione. Malgrado i contributi sociali restassero costanti o persino aumentassero, i servizi pubblici subirono tagli così estesi che gli assicurati furono sempre più spesso costretti a trasferire i propri risparmi nelle istituzioni finanziate dal capitale. Il quarto punto chiave dell’assalto alle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne fu organizzato dalle élite politiche dell’economia nazionale in totale autonomia. Si mossero infatti sul proprio terreno, quello della politica fiscale, cuore degli introiti del settore pubblico. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, per i benestanti e i ricchi le tasse erano aumentate in modo considerevole, raggiungendo talvolta picchi dell’80%. Una situazione che fu allora drasticamente rovesciata: la tassazione patrimoniale scomparve quasi del tutto, quella sul capitale scese sotto la soglia del 30% e le tasse sul reddito si attestarono su un massimo del 35-42%. Ovviamente, tali perdite dovettero essere compensate, a spese dei lavoratori dipendenti e della parte più debole del ceto medio. Si giunse a concepire un sistema di tassazione opposto: le imposte sul valore aggiunto vennero raddoppiate e la tassazione dei salari aumentò insieme alle contribuzioni indirette, diventando il nuovo pilastro dei bilanci pubblici.

A questo attacco congiunto dei capitalisti, delle imprese e del ceto politico, le classi meno agiate hanno opposto una strenua resistenza. Ci sono voluti poco più di vent’anni perché i nuovi rapporti lavorativi e sociali si consolidassero in maniera più o meno estesa nella maggior parte dei paesi della Triade. In ultima analisi, l’impulso a cui avevano dato vita Stati Uniti e Gran Bretagna poté imporsi grazie allo shock della caduta dell’Unione Sovietica e alla politica di una strategia di concertazione del movimento operaio tradizionale. Nasceva un nuovo capitalismo, un capitalismo finanziarizzato, che avrebbe trasformato la classe operaia integrata attraverso il Welfare dei centri più sviluppati in un nuovo proletariato. La sua arma principale fu un esercito di lavoratori poveri strutturalmente consolidato. Comparve dunque un’ampia gamma di rapporti di lavoro poco remunerati, non tutelati e instabili, tra i quali dominavano situazioni contrattuali limitate nel tempo e un’autonomia del lavoro solo apparente. Da questa posizione è escluso oggi soltanto il personale altamente qualificato e strettamente necessario delle imprese esportatrici. Ma anche questi lavoratori, proprio come i nuovi precari, sono autonomi solo in apparenza, dovendo sottostare alla pressione di possibili tagli dei bilanci aziendali, e la loro situazione è costantemente in bilico: anch’essi sono esposti al rischio di indebitarsi. Questo è stato dunque il rovescio della medaglia del nuovo modello regolatore del profitto, che dalla metà degli anni Novanta è stato alla base di guadagni sempre più alti e dal 2002, dopo una breve crisi del settore di internet, ha di nuovo integrato una fase di boom di diversi anni.

Ma anche la periferia del sistema mondiale è stata teatro di drastici sconvolgimenti nei rapporti tra lavoro e capitale. Allo shock dei programmi di aggiustamento strutturale sono seguiti, all’inizio degli anni Novanta, l’implosione del blocco del Comecon (Consiglio di mutua assistenza economica) e cinque anni più tardi una serie di nuove crisi valutarie e finanziarie. Malgrado ciò, non si verificò il pur prevedibile declino delle nazioni emergenti. Le classi dirigenti della periferia avevano tratto le loro conclusioni dal rapido susseguirsi delle catastrofi. Anzitutto poterono appoggiarsi alle opzioni strategiche che l’élite politica ed economica della Repubblica popolare cinese aveva elaborato, per evitare le trappole di uno sviluppo ritardatario e irregolare. La Cina aveva infatti collegato la propria valuta, il Renminbi, al dollaro americano ed era riuscita ad assicurarsi, attraverso l’acquisto di titoli di Stato americani e la sottoscrizione di scambi commerciali, una crescente esportazione verso gli Stati Uniti. L’economia nazionale cinese è diventata il maggior creditore americano, accaparrandosi enormi riserve di valuta straniera. È rimasta dunque immune alle turbolenze dei mercati globali ed è riuscita a migliorare le proprie strutture tecnologiche, estendere le esperienze dei progetti joint-venture delle Zone economiche speciali, ristrutturare il settore statale ed espandere le infrastrutture socioeconomiche. Il tutto è in gran parte avvenuto alle spalle dei lavoratori migranti ipersfruttati, pagati malissimo e privati di diritti, così come a spese dell’arretrato settore agricolo e di intere famiglie condannate alla miseria: una deprimente replica del declino delle classi operaie. In questo modo, anche la Cina e i paesi emergenti che nel corso degli anni Novanta ne hanno seguito l’esempio hanno gettato le basi per profitti sempre crescenti e un boom economico a lungo termine. Al contrario delle nazioni della Triade (Stati Uniti, Europa, Giappone), i profitti sono stati generati prevalentemente a partire dalla base industriale e il rinnovamento delle infrastrutture è sfociato in alti tassi di crescita.

 

Dalla Comunità economica europea

all’Unione (monetaria) europea

 

Le nazioni dell’Europa occidentale e centrale hanno avuto un ruolo considerevole in questi eventi globali. Sei di loro – Francia, Benelux, Italia e Repubblica federale tedesca – si erano unite fin dal 1958 nella Comunità economica europea (Cee), nella prospettiva di ristabilire la pace in Europa. Momento in cui l’era del Piano Marshall e della sua controparte finanziaria, l’Unione europea dei pagamenti, si avviava verso la fine. Il precursore più importante della Cee fu la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, fondata sei anni prima: un accordo ad ampio raggio dell’industria mineraria delle nazioni europee occidentali. Quella struttura venne estesa all’economia nel suo insieme. Alle compagnie degli Stati membri fu applicata la sospensione delle tariffe doganali, l’abolizione del controllo sugli spostamenti dei capitali e un’omologazione delle politiche commerciali che garantivano alle aziende nuove possibilità di espansione e di integrazione. I suoi fondamenti politici hanno fatto da base a un’alleanza strategica tra classi dominanti francesi e della Germania Ovest: la Cee doveva garantire il duraturo riemergere del potenziale economico tedesco (occidentale), così come, tuttavia, ostacolarne il posizionamento in un ruolo di comando. A ogni modo, il modello economico della Germania Ovest mise in discussione fin dall’inizio l’equilibrio di potere costruito sull’asse Parigi-Bonn. Lo stock di capitale accumulato in virtù del boom degli armamenti di epoca nazionalsocialista era troppo grande per l’economia interna tedesca occidentale. La riproduzione allargata dei settori chiave della grande industria – acciaio, costruzione di macchinari e impiantistica, industria chimica e automobilistica – sembrava garantita soltanto se i prodotti venivano esportati su larga scala. Questo presupponeva la continua riduzione del costo del lavoro e della domanda economica interna, per conquistare e assicurare attraverso l’esportazione di capitale mercati esteri sempre più estesi che crescevano sulla base di costi di manodopera e prezzi sempre più bassi. All’interno della Cee, questa strategia neomercantilista condusse a medio termine a ulteriori squilibri. Il costante avanzo commerciale nel bilancio della Germania Ovest provocò, infatti, un deficit cronico tra quei pochi Stati membri in grado di competere con il paese. Inizialmente, fino al 1959, il meccanismo di compensazione dell’Unione economica europea attenuò questa tendenza, ma, già nel corso degli anni Sessanta, essa si affermò stabilmente. Tuttavia, per la Bundersbank, a causa della posizione egemonica della Banca centrale statunitense, non fu ancora possibile assicurare il dumping delle esportazioni della grande industria ricorrendo ad alti tassi di interesse e alla limitazione della massa di denaro attraverso misure di politica monetaria. Malgrado ciò, la moneta tedesca, il marco, procedette fino alla fine degli anni Sessanta come il «carro armato» della comunità economica europea.

Nel contesto del crollo del sistema Bretton-Woods e delle turbolenze internazionali delle valute, dal 1971 al 1973, in Europa si manifestarono per la prima volta drastici squilibri. La Bundersbank approfittò dell’ormai conquistata libertà d’azione: lasciò fluttuare liberamente il marco contro il dollaro americano e si concentrò su una politica di alti tassi di interesse, così come sulla limitazione del denaro in circolazione. Il deficit di bilancio di Francia e Italia raggiunse di conseguenza tassi di crescita che costrinsero a prendere contromisure e – soprattutto in seguito alla svalutazione della lira italiana – minacciavano di far saltare la Cee. Dopo pesanti controversie, gli esponenti dell’asse franco-tedesco si accordarono per una politica monetaria di compromesso. Nel 1972, dentro la Cee fu stabilito un «serpente monetario» che manteneva le oscillazioni dei tassi di cambio entro un range del 2,5% verso l’alto e verso il basso, mentre le valute comunitarie potevano muoversi liberamente nei confronti del dollaro americano. Tuttavia, il sopracitato «serpente monetario» assorbì il colpo della «grande inflazione» proveniente dagli Usa in maniera limitata e non indebolì a sufficienza il dumping sulle esportazioni della Germania Ovest.

La soluzione elaborata dalla dirigenza di numerosi Stati confinanti venne valutata in modo positivo. Sembrava che si fosse riusciti a contenere le conseguenze distruttive della politica monetaria espansionista della potenza egemonica del dollaro americano, senza dover rinunciare all’imminente liberalizzazione mondiale, nella fattispecie quella del mercato euro-americano. Nel 1973, Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca entrarono nella Cee. L’ingresso della Gran Bretagna fu di particolare importanza, poiché in questo modo una concorrente della Cee, l’Efta (European Free Trade Association), fondata per iniziativa di Londra, ne risultò indebolita in modo decisivo. Negli anni successivi, ci furono ulteriori ondate di adesioni alla Cee che trasformarono la Comunità o Unione europea da grande spazio economico a grande potenza in espansione. Ciò è sorprendente, poiché a tutt’oggi si tratta di un’entità ibrida e instabile, che non dispone di alcuna base di legittimazione democratica ed esclude dal processo sovranazionale di integrazione ambiti essenziali di regolazione: soprattutto le politiche lavorative, salariali, sociali e fiscali. Nel 1981 la Grecia entrò nella Comunità europea, nel 1986 seguirono Portogallo e Spagna. Nove anni più tardi, si unirono anche i precedenti Stati membri dell’Efta: Austria, Svezia e Finlandia. Di particolare importanza fu, nel 2004, la realizzazione dell’espansione «verso est», che in un colpo solo portò a far parte dell’Unione europea sette paesi in transizione dell’est mitteleuropeo, in precedenza membri del Comecon: estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Inoltre, nel 1991 si era aggiunta la Slovenia, ex membro della Federazione jugoslava, così come la Repubblica di Malta e la parte greca di Cipro. Infine, seguirono nel 2007 le nazioni del sud-est europeo, la Bulgaria e la Romania. Nel 2013 anche la Croazia, il secondo Stato dell’ex Jugoslavia a entrare a far parte dell’Unione europea. Gli attuali candidati all’ingresso nell’Unione sono Islanda (dal 2009), Macedonia (dal 2005), Montenegro (dal 2010), Serbia (dal 2012) e Turchia (dal 1999). Tuttavia, i referendum svolti in Norvegia e Svizzera hanno finora bloccato ulteriori negoziati per l’ingresso di altri Stati nell’Unione europea.

Verso la fine degli anni Settanta, il processo di integrazione europea fu messo alla prova per la seconda volta a seguito dei moniti della comunità economica internazionale. Il «serpente monetario» europeo minacciava di crollare a causa di nuove fluttuazioni delle valute; inoltre, la seconda crisi petrolifera del 1979 ebbe come conseguenza la trasformazione della stagnazione economica in una recessione che coinvolse l’Europa intera. I maggiori attori politici dell’asse franco-tedesco si riattivarono. Si accordarono per introdurre una «valuta virtuale» comune, l’Ecu (European Currency Unit), formata attraverso un paniere valutario, proporzionato ai rispettivi potenziali economici, di tutte le valute della Comunità. In virtù di questa unità di conto, le valute degli Stati membri avrebbero dovuto continuare a oscillare tra un massimo e un minimo del 2,25%. La proposta venne accettata nel dicembre del 1978 dal Consiglio europeo. L’unità di conto europea (Ecu) entrò in vigore nel 1979. Poiché nel frattempo l’economia nazionale e la valuta della Germania Ovest erano diventate dominanti nella Comunità europea, il marco tedesco divenne di fatto la valuta di riserva, o di riferimento. Ciò che già era implicito con l’introduzione del «serpente monetario» all’inizio degli anni Settanta, si impose infine come tendenza strutturale: la Bundersbank controllava il processo attraverso una politica di alti tassi di interesse e una politica monetaria restrittiva e impose la propria linea di condotta alle banche centrali degli altri paesi partner. Nello stesso tempo, gli altri Stati membri avevano ben poche possibilità di contrastare il dumping delle esportazioni tedesche ricorrendo a una svalutazione della loro moneta. Il manifesto peggioramento della competitività sul mercato delle altre nazioni poteva essere compensato solo attraverso un maggiore dinamismo dell’economia interna. A questi fenomeni di «svalutazione interna» furono riconducibili soprattutto i drastici abbassamenti dei salari, la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, la riduzione dei servizi sociali e l’aumento forzato della tassazione dei redditi per stabilizzare il bilancio pubblico. I governi degli Stati membri della Comunità europea applicarono tali misure in maniera diversa. Una prima ondata di politiche di austerità si era già affermata nella Cee negli anni Ottanta. Essa consolidò la disoccupazione strutturale sorta durante la fase di stagflazione e diede inizio anche in Europa alla nuova era del lavoro e della qualità della vita precari, come accadeva nello stesso periodo nelle restanti aree della triade, Stati Uniti, Europa e Giappone. Tuttavia, non tutti gli Stati membri seguirono queste linee guida. Alcuni rimasero lontani dal sistema monetario europeo e forzarono la costruzione di un Welfare State, come ad esempio la Grecia. Ma si trattava di eccezioni: a dominare era la «svalutazione interna». Essa rappresentava una particolare variante europea dell’attacco globale alle condizioni di vita e lavorative delle classi più deboli. Tale misura doveva servire a compensare gli squilibri che si erano prodotti, in primo luogo perché la potenza guida neomercantilista sfruttava unilateralmente a proprio vantaggio il sistema monetario europeo, fondato sull’introduzione di tassi di cambio fissi e solo limitatamente capaci di adattamento.

Nel frattempo, all’inizio degli anni Novanta, con il succedersi di avvenimenti particolarmente drammatici fu evidente il predominio della Repubblica federale tedesca nel processo di integrazione europea. Il Muro di Berlino era caduto nel novembre del 1989. Prima di questo evento, nella Repubblica democratica tedesca (Ddr), era iniziato un vasto processo di democratizzazione, attraverso il quale la questione di una federazione tedesca, da attuare in più tappe, era ormai passata all’ordine del giorno. Tuttavia, queste tendenze verso un rinnovamento autodeterminato su un piano di parità tra le due Germanie contrastavano con le intenzioni delle classi dominati della Germania Ovest: desideravano infatti sfruttare il varco che si era aperto con l’implosione del blocco sovietico per liquidare la Ddr il più presto possibile e assimilarne in questo modo il potenziale economico. Ciò divenne possibile soltanto quando le quattro potenze alleate dell’occupazione della Seconda guerra mondiale si accordarono e la Ddr smise di esistere a seguito dell’attuazione di un trattato di pace de facto (Accordo 2+4). Allo stesso tempo, un’ampia maggioranza della popolazione della Germania est doveva essere conquistata al modello economico tedesco occidentale. Il passaggio fu relativamente semplice, in quanto le premesse materiali per un processo di democratizzazione e riunificazione indipendente vennero distrutte e contemporaneamente compensate da un considerevole aumento del potere d’acquisto di massa. La leva più importante di tale processo fu la politica monetaria: la valuta della Ddr si trovò a essere così rafforzata che l’economia della Germania est perse immediatamente i propri mercati di esportazione nell’Europa orientale; a causa dell’innalzamento tangibile dei salari, inoltre, divenne meno competitiva nei confronti della concorrenza della Germania Ovest. La popolazione della Ddr, infine, ottenne un maggiore potere d’acquisto con la conversione della propria valuta nel marco tedesco. L’operazione ebbe successo. Nel giro di pochi mesi l’economia della Germania dell’est andò in bancarotta. Le sue imprese statali vennero affidate a un ente centrale per la privatizzazione (Treuhandanstalt) e, con l’eccezione di qualche azienda ancora competitiva, vennero chiuse. Mentre la Germania dell’est, così riorganizzata, veniva incorporata alla Repubblica federale tedesca.

Le procedure di annessione della Ddr resero temporaneamente necessario un radicale cambiamento delle politiche economiche. La distruzione del tessuto economico e la contemporanea conquista della popolazione del territorio annesso furono possibili soltanto sulla base di un massiccio investimento di fondi nel settore pubblico, un enorme aumento del denaro in circolazione e un improvviso incremento della domanda. Le conseguenze di questo ricorso geopolitico agli strumenti del deficit spending di natura keynesiana non si fecero attendere. Nella Germania della riunificazione si giunse a un prominente boom economico, mentre il debito pubblico saliva inesorabilmente.

Questi sviluppi erano parte integrante di un contesto europeo caratterizzato da una forte tendenza alla stagnazione. Tuttavia, le élite dominanti tedesche non considerarono minimamente di convogliare in Europa l’impulso alla crescita dovuto all’annessione della Ddr, né di ammorbidire la loro linea di condotta fino a quel momento restrittiva. Non appena l’annessione della Germania est fu irreversibile, la Bundersbank alzò il proprio tasso di riferimento portandolo al 9%, soffocando nuovamente la peculiare congiuntura economica dei rapporti intratedeschi. Anche a livello europeo questo processo ebbe profonde conseguenze. Tra il 1992 e il 1993, il mercato monetario fu pesantemente scosso. I governi di Italia e Gran Bretagna decisero di ritirarsi dalla Comunità: la seconda per sempre. Per mantenere almeno formalmente la costruzione, fu necessario aumentare del 15% i margini di fluttuazione dei tassi di cambio. Allo stesso tempo, l’economia nazionale tedesca entrò in una fase di stagnazione, che proseguì fino all’inizio del nuovo millennio. Per questo molti osservatori giunsero alla conclusione che la posizione egemonica della Germania, malgrado il suo enorme potenziale di crescita, fosse indebolita.

Anche i dirigenti dell’alleato e partner francese erano dello stesso parere: la Francia tentò infatti di contenere la supremazia tedesca. Le premesse non sembravano negative: le élite francesi avevano subordinato l’approvazione dell’accordo 2+4 a un’ulteriore espansione del processo di integrazione europea. La politica monetaria avrebbe fornito gli strumenti fondamentali per attuare tale programma.

Per tutelare l’ulteriore espansione della Comunità europea dalla supremazia del marco tedesco, il sistema delle valute vigente doveva essere sostituito dall’introduzione di una moneta unica e una banca centrale europea avrebbe dovuto accelerare il processo di integrazione politico ed economico. Il governo federale tedesco aveva accolto queste istanze per non compromettere l’annessione della Ddr e per liberarsi, con tale decisione, dei dubbi della Bundersbank e delle istituzioni economiche e politiche.

Tanto è vero che, nel corso degli anni Novanta, l’era della supremazia del marco si stava avviando verso la fine. Ma non furono gli Stati europei a bloccare la strategia neomercantilista delle élite dominanti tedesche e a contrastare gli squilibri interni del continente. Il modello a tre stadi sviluppato dai consiglieri del presidente francese François Mitterrand venne sistematicamente riorganizzato dai negoziatori tedeschi, come strategia per tutelare i propri interessi. Il loro obiettivo era infatti impedire a ogni costo che gli avanzi commerciali tedeschi fossero compensati da obblighi di trasferimenti a paesi in deficit. In questo ebbero un successo strepitoso: alla fine tutte e tre le tappe di integrazione cementarono ulteriormente l’aspirazione alla guida tedesca. Anzitutto, nel 1992, il trattato di Maastricht diede forma legale alla fondazione dell’Unione economica e monetaria europea. Il documento vincolava tutti gli Stati membri a una politica di circolazione della moneta molto restrittiva, per armonizzare i tassi di cambio e i tassi di interesse medi, così come a una politica di bilancio molto severa. Al secondo stadio, che entrò in vigore all’inizio del 1994, l’obbligo venne esplicitamente sostituito da reciproche misure di stabilizzazione finanziaria e venne inoltre stabilito che le banche centrali nazionali non avrebbero più potuto condonare alcun credito ai rispettivi governi. A questo seguì nel 1998-99 la fondazione della Banca centrale europea (Bce) e l’introduzione dell’euro – il terzo stadio – che fu inizialmente una moneta scritturale ed entrò in circolazione solo nel 2002. La Bce rappresentava una copia perfetta della Bundesbank: indipendente dalla Commissione europea e dalle altre istituzioni dell’Unione, vincolata a una politica restrittiva nei confronti della moneta circolante – con un’inflazione massima inferiore al 2% – e non autorizzata a concedere crediti ai governi degli Stati membri. Questo spiega perché le preferenze tedesche si fossero attestate su una politica economica e monetaria deflazionista e basata sullle esportazioni. In questo modo sono state garantite all’Europa una crescente disoccupazione strutturale, la crescita di settori a bassi salari e la stagnazione dell’economia interna.

Subito dopo l’introduzione della moneta unica europea, le élite dominanti tedesche si dedicarono a espandere e a sfruttare la loro posizione di vantaggio. Mentre i protagonisti dei settori chiave dell’industria aumentavano la produttività lavorativa attraverso importanti innovazioni tecnologiche, il governo federale socialdemocratico-verde dava inizio a un programma senza precedenti per rafforzare la posizione competitiva della Germania nel mercato interno europeo. Fu avviato un programma sociale restrittivo («Agenda 2010») basato sull’accelerazione della deregulation del mercato del lavoro, sull’introduzione di un settore a bassa retribuzione e sullo smantellamento dei servizi sociali, in particolare in ambito sanitario e della cura degli anziani. Anche la rete di sicurezza sociale per rispondere all’impoverimento assoluto e alla crescita della popolazione dei senzatetto fu ricondotta a procedure di costrizione al lavoro («Piano Hartz IV»). Da ultimo, parallelamente a queste misure, venne avviato il tentativo di superare la disoccupazione strutturale, con tutti i suoi costi sociali, con un regime di politica sociale e del lavoro in cui tutti quelli in grado di lavorare potessero essere sfruttati in condizioni di impiego e retributive estremamente negative. L’idea socialdemocratica-keynesiana della piena occupazione venne sostituita da un modello di piena sotto-occupazione. In questo modo i tecnocrati del neomercantilismo riuscirono a contenere la disoccupazione e in parte a eliminarla, ricorrendo a forme inedite di sotto-occupazione malpagata, che, seppur ai minimi termini, rimase integrata nel sistema sociale. Per questa ragione, il vantaggio di competitività della Germania divenne, in ambito europeo, praticamente irraggiungibile. Mentre la produttività lavorativa si muoveva a livelli superiori del 35% rispetto alla media europea, i salari restavano inferiori del 50%. Il costo del lavoro diminuì dunque a tal punto che persino i cofondatori del processo di integrazione europea, in primo luogo Italia e Francia, rimasero molto indietro rispetto al «campione del mondo delle esportazioni», la Germania.

Ciononostante, l’introduzione dell’euro ebbe anche effetti collaterali che sul momento stabilizzarono l’Unione europea e garantirono persino un boom economico di diversi anni. Questi fenomeni vanno ricondotti soprattutto alla prolungata espansione territoriale. Un ruolo fondamentale è stato infatti giocato dall’espansione verso est, dal successivo accoglimento di 17 dei 27 Stati membri complessivi nell’eurozona e dall’adozione dell’euro come valuta d’ancoraggio da parte degli Stati rimanenti. Si verificò un massiccio spostamento di capitali nella periferia centroeuropea dell’Unione e negli Stati periferici dell’eurozona. In tutti questi paesi, all’improvviso imprese, famiglie e governi potevano avvalersi di una moneta forte o legarsi all’euro come solida valuta di ancoraggio. Contemporaneamente, si è assistito a un enorme processo di intreccio di capitali tra le grandi imprese dell’Europa centrale e gli investitori di tutto il mondo. L’effetto è stato l’aumento sostanziale dei prezzi e delle retribuzioni, in opposizione al restrittivo impianto iniziale della Banca centrale europea. Ebbe inizio un boom economico che, originandosi soprattutto dai nuovi paesi dell’est e dagli Stati periferici dell’eurozona, sembrò neutralizzare gli squilibri interni malgrado i rigidi meccanismi di tassazione. Tuttavia, ben presto si è capito che si trattava di una prospettiva infondata. Il boom fu soprattutto il risultato del massiccio indebitamento di imprese, famiglie e bilanci pubblici. Milioni di famiglie di lavoratori credettero di poter compensare il calo dei redditi e i crescenti rischi esistenziali – a cui erano sempre più esposte a causa della privatizzazione dei beni pubblici e dei servizi sociali – ricorrendo a mutui e a richieste di credito al consumo. Ma avevano sbagliato i calcoli.