Piante degli elfi, piante delle fate

Non sempre e non necessariamente, infatti, piante fiori e frutta
sono di per sé positivi, benefici per l’umanità.
E non penso solo, dicendolo, all’uso improprio, all’abuso che si può fare di
certe piante. Non penso solo ad Orfeo, cantore tracio sbranato
dalle Baccanti ebbre di dolce vino, al suo corpo lacerato buttato
nell’acqua corrente perché se ne perdessero le tracce.
Non penso solo a Dioniso, vittima sacrificale anche lui, né al grano
che necessariamente muore per risorgere. La natura, per il
viandante ignaro, può essere ingannevole. Può presentarsi
sotto vesti accattivanti, con dolci profumi, zeffiri delicati, fiori
multicolori, e celare insidie oscure.
Può essere bella come la foresta dei Volsci vista dal Gregorovius:

Mai prima ho visto una tale solitudine piena di poesia.
È questo il paese degli elfi e delle fate e nel più profondo della boscaglia, in
una caverna grigia, dorme il vecchio Saturno con la sua lunga
barba argentea. Ammiravo i meravigliosi alberi: il faggio, che con
la sua cima si eleva verso l’etere, assomiglia nel colore al pietrame
roccioso sul cui morbido grigio si attacca il muschio. Sembra talvolta
che quest’albero gigantesco sia il proseguimento organico
della stessa roccia sulla quale si erge.

La natura può apparire piena di incanti, come sembra al Gregorovius
quella di Ninfa, feudo già dei Caetani:

Ecco Ninfa, ecco le favolose rovine di una città che con le sue mura,
torri, chiese, conventi e abitanti giace mezzo sommersa nella palude, sepolta sotto l’edera foltissima…
Sopra Ninfa… si agita un olezzante mare di fiori, ogni parete, ogni muro,
ogni chiesa ed ogni casa sono avvolti in un velo di edera e su tutte le rovine
sventolano le bandiere purpuree del dio trionfante della primavera.
Fa un’impressione indescrivibile entrare in questa città verdeggiante,
passeggiare nelle sue strade ricoperte di erbe e di fiori o tra le sue mura
ove il vento gioca tra le foglie, dove non si sente echeggiare voce alcuna,
tranne il grido del corvo sulla torre, il brusio dello spumeggiante
fiume Ninfeo, il mormorio delle alte canne vicino allo stagno ed il canto
ed il fruscio melodico sugli steli. I fiori brulicano in tutte le strade,
si dirigono in processione verso la chiesa in rovina, scalano le torri,
giacciono ridenti e scherzosi sui deserti telai delle finestre, invadono le soglie,
perché ovunque dimorano le Silfidi, le Fate, le Najadi e mille spiriti
graziosi del mondo della favola. Camomille gialle, malve, narcisi odorosi
e cardi dalla barba grigia che un tempo hanno vissuto qui come monaci,
gigli che nella vita sono stati pie suore, rose selvatiche, cespugli di alloro,
lentischio, alte felci, convolvoli, clematidi, cespugli di more, garofani rossi
che hanno l’aspetto di Saraceni incantati, il fantastico fiore del cappero
che cresce nelle fessure dei muri, l’odorosa violaciocca, il mirto, la menta aromatica,
la rigida ginestra dorata e poi la scura edera che avvolge le rovine e che si sparge
sopra i muri in cascate verdi, tutto è un incanto! Sì, ci si getta in questo mare di fiori,
ubriachi ed inebriati dal profumo e la più squisita delle favole tiene prigioniera l’anima.

Qui la natura seppellisce santi e monaci sotto i propri tralci,
penitenti e monaci sotto i petali dei fiori:
non saprei dire quando Ninfa fu abbandonata; se lo storiografo che
vorrebbe sapere tutto può accorarsi di questo, il poeta ricopre volentieri
il mistero con dei ramoscelli di edera; il viandante che passeggia
in questa regione fa appello agli spiriti e si crede circondatoda ondine e da fate.