«Manifesto per un’Europa egualitaria. Come evitare la catastrofe» (quinta parte)

La resistenza sociale:
definizione di un’alternativa

Di fronte a questi sviluppi, non sorprende che la richiesta di configurazioni sociali alternative sia ancora molto forte. Sempre più persone si rendono conto del nesso tra venir meno dei diritti politici e progressivo peggioramento delle condizioni di esistenza. Sono obbligati a un difficile processo di adattamento e di comprensione. Per anni hanno creduto di poter proteggere la famiglia dalla miseria lavorando sempre più duramente e sempre più a lungo, tornando all’orizzonte della sopravvivenza. Hanno seguito le tentazioni dei media, le false promesse di politici populisti, di banche e compagnie di assicurazione, propagatesi come un cancro, che le hanno convinte di poter compensare la perdita della sicurezza di un lavoro e di garanzie sociali con una capacità di risparmio sempre maggiore e forme di credito a buon mercato. Illusioni che si sono disintegrate come una bolla di sapone.
Ma come andare oltre queste illusioni? Chi sono i nuovi soggetti sociali che abbandonano il capitalismo ultraliberista e si associano per autogestirsi la vita? E cosa occorre fare per sradicare anzitutto il lavoro subordinato, riappropriarsi dei beni comuni privatizzati e salvaguardare la democrazia rappresentativa dalla totale distruzione e, infine, per passare a una democrazia diretta che utilizzi strumenti credibili? Nelle pagine seguenti proveremo a formulare alcune proposte. Ma prima occorre rispondere alla domanda su quali siano i soggetti storici in grado di promuovere questi cambiamenti radicali.

Il nuovo multiverso delle classi subalterne

Questo è chiaro: il classico soggetto storico della sinistra tradizionale, la classe operaia industriale, non è più la protagonista principale e predominante. A ben guardare, peraltro, la classe operaia ha ricoperto questo ruolo soltanto nei centri sviluppati del sistema mondiale e soltanto per qualche decennio. Ma dagli anni Settanta anche nei centri all’apice dello sviluppo – così come in Europa – la classe lavoratrice si è frantumata. Con la decentralizzazione del sistema industriale e l’esplosione del settore dei servizi, ha perso il proprio potere di opposizione, il controllo su rapporti di lavoro patriarcali e la conseguente forza di rappresentazione politica. I complessi di fabbrica, altamente automatizzati, e i poli della logistica sono in parte privi di presenza umana e sono affidati a un nucleo di manodopera selezionata. Vengono gestiti da enormi reti di fornitori, dove i rapporti di lavoro «atipici» di un tempo – contratti a tempo determinato, collaborazioni occasionali, mini-job, lavoro autonomo – sono diventati la norma. Inoltre, a questa sfera altamente frammentata della produzione e della distribuzione di merci si sovrappongono le nuove professioni del sapere, della rete, dei servizi, che a seguito della privatizzazione dell’infrastruttura pubblica sono cresciute enormemente. Soppiantando i classici capisaldi del lavoro produttore di valore. E poiché anche in questo campo dominano rapporti di lavoro privi di tutele sociali, a tempo determinato e a bassa retribuzione, la classica «giornata lavorativa» è finita nel dimenticatoio. La tradizionale classe di lavoratori salariati si è dissolta in un nuovo e sfaccettato conglomerato di lavori dipendenti, in cui si mischiano regimi orari, tecniche di sfruttamento e forme retributive tra le più diverse.
Allo stesso tempo, questo nuovo multiverso di classi e fasce di lavoratori continua a espandersi e coinvolge sempre più strati sociali. Scendendo verso il basso, incontriamo la nuova povertà di massa, che include chi ha perso il lavoro, chi vive da tempo nella disoccupazione, chi è dotato di qualifiche ormai prive di valore, chi riceve una pensione sociale e i migranti sans papiers. Salendo invece nella scala, troviamo i lavoratori del sapere precari, nel sempre più ampio segmento del ceto medio: insegnanti, giornalisti, avvocati, medici, scienziati, informatici, ingegneri, architetti e artisti. Tra questi due poli sta l’ampio spettro dei precari in senso stretto, che si estende dai lavoratori più poveri e poco qualificati fino agli apparentemente liberi professionisti impiegati a contratto. Un ruolo particolare è quello del personale delle ditte multinazionali. Questi lavoratori sono concentrati soprattutto nei settori dell’esportazione e rappresentano gli ultimi relitti dell’epoca fordista. Poiché tuttavia operano nel settore più importante del modello economico neomercantilista, spesso, in sinergia con i sindacati – ma di certo non sempre –, sono riusciti a ostacolare la precarizzazione delle loro condizioni di lavoro e di vita. A ogni modo, la prospettiva del declino sociale non è mai esclusa: la reazione sono meccanismi di paura, adattamento, marginalizzazione. Questo li rende, insieme ai rappresentanti degli interessi corporativi della loro azienda, un fattore di ritardo delle lotte operaie odierne.

La resistenza sociale dall’inizio della crisi

Dall’inizio della grande recessione, anche in Europa è riemersa una nuova resistenza sociale. Vi hanno contribuito quasi tutte le fasce del multiverso. In Francia, in Italia e in Gran Bretagna sono stati soprattutto i lavoratori del sapere e dell’istruzione a mobilitarsi e ad avviare campagne di massa contro il peggioramento delle loro condizioni professionali e formative. A queste iniziative sono seguite in tutta Europa azioni degli addetti del settore dei trasporti, della salute, della cura agli anziani. Infine, si sono fatti sentire anche i lavoratori del settore industriale. In Francia e in numerosi paesi europei periferici, vi sono stati scioperi e occupazioni, spesso proseguiti per mesi.
Nel corso della primavera del 2010, la lotta sociale di massa ha acquisito una nuova specificità. L’obiettivo è diventato ostacolare i programmi di austerità. I luoghi centrali della decisione in materia di politica economica sono dunque diventati fondamentali per la protesta. In Grecia, in Portogallo e in Spagna si sono verificate manifestazioni di massa e scioperi generali, come non era più accaduto dalla fine delle dittature. Inizialmente vi hanno preso parte diverse fasce del multiverso: giovani precari, migranti, disoccupati, impiegati del pubblico impiego, lavoratori e famiglie del ceto medio minacciati di sfratto, addetti del settore dei trasporti e delle imprese industriali e dei servizi. Contemporaneamente, si sono verificate enormi occupazioni nelle fabbriche, si sono costruite barricate nei pressi degli uffici pubblici e sono stati temporaneamente paralizzati i ministeri più importanti. Qualche osservatore ha ritenuto che fosse in corso una sorta di riproduzione delle rivolte sociali che nell’estate del 1936 avevano portato all’insediamento dei governi del fronte popolare.
Ma l’apparenza inganna. La composizione delle proteste di massa è stata troppo disomogenea e le forze politiche che le sostenevano non erano nella posizione di fornire al fronte della rivolta un obiettivo comune, che potesse essere condiviso da tutti i partecipanti. L’assenza di dialogo tra i gruppi sociali che hanno sostenuto la protesta si esprime chiaramente nell’assenza di coesione delle forme di lotta. La militanza dei giovani precari, dura, spesso non comprensibile e fomentata da provocatori della polizia, viene rifiutata dai manifestanti del settore pubblico come dai lavoratori del sapere altamente qualificati. Di contro, molti, che ritengono necessario un blocco effettivo del Parlamento e dei ministeri per rispondere agli effetti catastrofici dei programmi di austerità, criticano il carattere puramente simbolico delle forme di protesta: i luoghi più significativi non vengono occupati realmente e gli scioperi generali finiscono al massimo dopo un paio di giorni. Chiaramente, ciò è dovuto alla mano ordinatrice di quel che resta della sinistra tradizionale e ai sindacati, che in tutti i paesi coinvolti sono strettamente legati al sistema politico. E, alla fine, i diversi gruppi che hanno dato vita alle proteste si separano dopo una serie di scioperi generali e di manifestazioni di massa. Smettono di progettare insieme le loro iniziative e cercano altre strade che sembrino indicare percorsi d’azione più adeguati. Un esempio tipico sono state le campagne degli Indignados, sostenute soprattutto da giovani precari altamente qualificati, che in Spagna, in Grecia e negli Stati Uniti si sono sommate alle iniziative contro gli sfratti di lavoratori e famiglie del ceto medio. Hanno dato vita a forme di protesta non violenta a partire da una larga base democratica di consensi e hanno rifiutato con decisione la politica delle alleanze, argomentando, con grande verità, che fino a quel momento i sindacati si erano occupati in misura scarsissima delle difficoltà e della mancanza di prospettive della generazione più giovani.
Questa divisione all’interno delle proteste di massa del sud dell’Europa ha ripercussioni anche sul piano europeo. Solo in Francia e in Italia vi sono state azioni di solidarietà degne di nota a sostegno delle proteste di massa negli Stati periferici. Nei paesi del nucleo centrale europeo, la situazione è rimasta invece tranquilla. Certo anche in questo caso ci sono stati eventi isolati e almeno un’iniziativa di solidarietà, sostenuta dalla sinistra e dai sindacati, che ha portato un pugno di attivisti in Grecia, ma nulla di più. Quando, nel novembre del 2012, i sindacati dei paesi periferici hanno, per la prima volta, finalmente invocato uno sciopero di massa coordinato su scala europea contro i diktat della troika, i sindacati dell’Europa centrale si sono limitati a organizzare eventi di solidarietà sostenuti da qualche iniziativa della base di sinistra. Non c’era alcuna speranza di modificare l’opinione generale, diffusa dai media, nei confronti degli Stati indebitati della «zona degli ulivi» nel sud dell’Europa. A tacere non sono state soltanto le rappresentanze degli interessi dei grandi industriali, consapevoli dei vantaggi derivanti dalla partecipazione al modello economico neomercantilista. Anche gli strati precari delle classi lavoratrici non si sono affatto mobilitati. Perché, infatti, le classi subalterne della periferia europea avrebbero dovuto comportarsi diversamente da chi già da anni li aveva costretti ad accettare le privazioni prodotte dalla politica dell’austerità?

La mancanza di un’alternativa credibile

Dobbiamo allora riconoscere che la resistenza sociale, malgrado la sua notevole portata e la molteplicità delle sue manifestazioni, è finita in un vicolo cieco. Non si è riusciti né a rovesciare i meccanismi di divisione sociale interna, né a far breccia nello squilibrio socio-economico, caratterizzato da una differenza di immagine, tra il nord e il sud. Nell’est e nel sud-est europeo la protesta sociale contro i programmi di austerità dei regimi postsocialisti e neoconservatori è stata raccolta e strumentalizzata persino da organizzazioni neofasciste. Anche in Grecia si è arrivati a esiti simili.
Come si spiega questo blocco? Non c’è posto per recriminazioni superficiali. Esistono, a nostro parere, sostanzialmente due spiegazioni possibili. La resistenza sociale è rimasta in primo luogo essenzialmente confinata nei rispettivi contesti nazionali e per questo è stata facilmente isolata dai centri di potere dell’Unione europea. In secondo luogo, alla protesta è mancata una bozza programmatica, che avrebbe permesso ai suoi sostenitori di elaborare alternative credibili ai programmi di austerità. Persino gli scioperi generali ai quali ha preso parte l’intera schiera delle classi subalterne sono stati interrotti al massimo dopo due giorni, poiché nessuno aveva idea di cosa fare per giungere a un rovesciamento politico. Di certo non sono mancate le proposte d’azione, come vedremo. Ma erano poco credibili e già a prima vista le loro conseguenze sembravano condurre a una situazione ancora peggiore.
Se si esaminano le proposte di alternativa in risposta alla crisi che hanno circolato nei dibattiti dei paesi periferici a partire dalla primavera del 2010, si ha l’impressione di un’elaborazione troppo frettolosa. Tanto i partiti ortodossi quanto gli eterodossi, al pari dei gruppuscoli, auspicavano l’immediato ritiro del proprio paese dall’eurozona, la reintroduzione della valuta nazionale, la statalizzazione delle banche e dei settori chiave dell’industria, la cancellazione del debito pubblico e dei programmi di austerità, nonché il passaggio a un’economia pianificata a livello nazionale. Le conseguenze di un simile scenario erano facilmente valutabili fin dall’inizio, visto che si sarebbe trattato, in fin dei conti, di una sorta di «terapia shock di sinistra». Poiché un tale programma non è implementabile da un giorno all’altro, ma solo come esito di un lunghissimo dibattito politico, i controlli sul capitale e la nazionalizzazione delle banche giungerebbero comunque troppo tardi e non impedirebbero la pressoché totale fuga dei capitali. La reintroduzione della valuta nazionale sarebbe, allora, accompagnata da un vertiginoso aumento dell’inflazione, che in poche settimane degenererebbe in iperinflazione. Il prodotto interno lordo del paese subirebbe la riduzione di almeno un terzo, mentre la disoccupazione salirebbe di nuovo a cifre tra il 35 e il 40%. Inoltre, il boicottaggio immediato europeo e internazionale renderebbe impossibile rinnovare le basi produttive e incrementare le esportazioni. Il fronte delle importazioni si troverebbe in condizioni ancora peggiori. I nuovi governi sarebbero fin dall’inizio privi di valuta straniera per importare cibo, medicinali, fonti di energia e materie prime per l’industria. La conseguenza sarebbe una catastrofica carestia: le economie nazionali fuoriuscite dall’Unione europea si troverebbero ridotte alla condizione di un paese in via di sviluppo, impoverito.
Naturalmente non sono stati pochi gli economisti dell’Europa del sud che hanno solidarizzato con le proteste di massa, consapevoli delle trappole di queste politiche di rovesciamento arcaiche. Hanno perciò provato a trovare soluzioni accettabili, ma hanno avuto difficoltà, partendo da una critica espressa con veemenza, a sviluppare, in alternativa ai programmi di austerità (che inaspriscono gli squilibri intraeuropei), concetti concretamente applicabili. La proposta più plausibile è stata quella dell’associazione della sinistra radicale Syriza: per evitare il fiasco di un ritiro isolato dall’eurozona, dopo la vittoria elettorale, l’alleanza avrebbe dovuto annullare i programmi di austerità, nazionalizzare le banche, proclamare una moratoria sul debito e farsi portatrice di una battaglia contro la troika e le autorità europee per la continuazione dei programmi di credito e un taglio del debito. Come sappiamo, questa politica non è stata mai applicata, poiché Syriza non ha vinto le elezioni. Nonostante un appello alla solidarietà europea, si è trattato anche in questo caso di un approccio puramente nazionalista, privo di possibilità di realizzazione. Molti simpatizzanti di Syriza sono perciò rimasti lontani dalle urne o hanno votato per un altro partito, per risparmiare al loro il tradimento del programma e l’inevitabile viaggio a Canossa. Senza la collaborazione degli altri Stati periferici e un vasto movimento di solidarietà in tutta Europa, anche questa soluzione non può che apparire illusoria.
Ciononostante, il progetto di Syriza ha rappresentato un primo passo in un lento processo di comprensione, dal quale altri economisti euro-critici potevano trarre conclusioni importanti. Soprattutto alcuni osservatori italiani hanno preso l’iniziativa e hanno proposto linee di comportamento comuni tra gli Stati periferici mediterranei contro il diktat di austerità della troika e dei governi delle zone centrali. Il loro appello sul risveglio dei cosiddetti Stati Pigs aveva a prima vista molto da dire. Gli autori suggerivano che i paesi periferici – Portogallo, Italia, Grecia e Spagna – uscissero tutti insieme dall’eurozona, introducessero una nuova valuta comune, nazionalizzassero le banche e i settori chiave dell’economia, annunciassero una moratoria sul debito e ponessero le premesse per un’unione economica delle nazioni mediterranee. Se ciò fosse accaduto, il cambiamento del paradigma macroeconomico sarebbe stato completato con una velocità tale che sarebbe stato possibile anche contenere la fuga di capitali, liberarsi dell’egemonia neomercantilista e sfruttare gli effetti di svalutazione della nuova valuta comunitaria come stimolo per le esportazioni. La fattibilità di questo scenario, fin dalla sua presentazione ai forum dei movimenti di protesta italiani e spagnoli, è stata esaminata da esperti anglosassoni. Il risultato è stato piuttosto disarmante. Era chiaro che la stagnazione globale, in caso di messa in pratica di questo programma, sarebbe sfociata in una pesante recessione, il che comprometteva altamente, a medio termine, le possibilità della nuova unione economica sul mercato mondiale. Il potenziale economico della nuova unione del sud era dunque minimo. Anche se si fosse riusciti a ostacolare la fuga di capitali nell’eurozona – cosa di cui gli esperti dubitavano – l’unione del sud non sarebbe stata in grado di affermarsi contro l’immediato boicottaggio delle autorità europee e degli investitori globali di capitale. L’unione economica mediterranea sarebbe certo riuscita a sfuggire al diktat del nocciolo duro neomercantilista, ma solo al costo di una lunghissima battuta d’arresto, che l’avrebbe riportata indietro di decenni e non avrebbe lasciato spazio per una stabilizzazione dei rapporti di lavoro e per la ricostruzione di reti di sicurezza sociale affidabili. Da questa analisi, alcuni euro-critici post-keynesiani della scuola italiana hanno tratto la conclusione che l’unica soluzione possibile avrebbe dovuto coinvolgere l’intera Europa. Hanno suggerito perciò di ricollegarsi ai decenni del processo di integrazione europea non ancora caratterizzati dalla politica del tasso di cambio e già marcati dalla strada verso l’euro. La moneta unica, stando alla loro concezione, doveva essere abolita con uno sforzo comune di tutti i paesi membri. Mentre la politica monetaria, finanziaria e fiscale sarebbe dovuta tornare sotto la sovranità delle singole nazioni, riprendendo e rafforzando i tentativi, avviati negli anni Sessanta, di coordinare e integrare l’economia reale.
Tutte queste proposte di alternativa sono accomunate dal fatto di concentrarsi quasi esclusivamente sulla sfera monetaria e finanziaria. Ambiti considerati come leve decisive per consentire, attraverso lo sforzo di un singolo paese, di gruppi o di tutta Europa, di rovesciare gli ormai allarmanti squilibri e di mettere fine all’epoca dell’austerità. Di conseguenza, vengono tralasciati aspetti essenziali, che connettano la prospettiva di un radicale cambiamento politico-economico alle necessità elementari della resistenza sociale. Le classi lavoratrici, che si sono sollevate quantomeno per campagne di protesta, a volte durate persino anni, non si sono costituite come soggetti operativi e attori di processi di apprendimento collettivo. Rimangono confinate al ruolo di comparse passive, che devono essere convinte della validità dei programmi alternativi, affinché altre élite, contrarie e altrettanto individuali, possano accedere alle leve del potere. Ma con i programmi di austerità non è stato soltanto distrutto il compromesso sociale, bensì anche la democrazia rappresentativa. Questo aspetto è rimasto ignorato e di certo anche in quei rari contributi che hanno provato a riflettere sulle forme di coordinamento della resistenza sociale tra i due poli, nord e sud, dell’Unione europea.
Possiamo affermare che i milioni di persone che sono scesi in piazza negli anni passati negli Stati membri non si sono lasciati convincere. Non si sono tenuti in disparte unicamente perché nei programmi alternativi non c’era alcun rimando al loro desiderio di decidere del proprio futuro. Si è trattato anche di diffidenza nei confronti delle stesse politiche macroeconomiche. I programmi limitati al contesto nazionale sono falliti rapidamente dopo la valutazione dei rischi. Il progetto Syriza è stato giudicato poco realistico. La proposta di fondare un blocco valutario mediterraneo non ha convinto del tutto. Più fattibile sembrava il ritiro collettivo dalla moneta unica, ma chi sarebbe stato in grado di raccogliere il consenso necessario in tutta Europa? E sarebbe stata davvero una via praticabile?
Dando una rapida occhiata ai dibattiti euro-politici della parte centrale dell’eurozona, questi dubbi sembrano quantomeno comprensibili. Anche in quel contesto, dalla primavera del 2010, si è discusso vivacemente sul mantenimento o meno della moneta unica – a questo proposito, l’ala nazionalista e conservatrice dell’establishment politico-economico ha avuto molto da dire. Rileggendo i loro memoranda, i libri e gli appelli, ci troviamo di fronte a un paradosso. Da anni circola l’opinione che la Grecia e forse persino tutti gli altri Paesi della «zona degli ulivi» dovrebbero abbandonare l’eurozona. Ma visto che continuavano a rifiutarsi di farlo, gli Stati del nord avrebbero dovuto compiere questo passo per primi, mettendo fine all’incubo della moneta unica e impedendo che gli speculatori della politica di espansione neomercantilista fossero costretti a cercare una compensazione a sud. Nello stesso periodo, sono emerse anche proposte politiche che miravano alla costituzione di un gruppo monetario del nord e uno del sud, entrambi riferiti all’euro. Al gruppo meridionale degli Stati PIGS, stando alle affermazioni dei manager e dei pubblicisti neoconservatori, andrebbe acclusa anche la Francia. Al contrario, il gruppo settentrionale formato da Germania, Benelux, Austria e Finlandia farebbe bene a incorporare anche Danimarca e Repubblica Ceca. Le motivazioni economiche per questa spartizione geografica sono ovvie: il gruppo del sud, svincolato dai prestiti della troika e dal transfer pricing, potrebbe tentare di sfruttare gli effetti di svalutazione del nuovo blocco monetario per una ristrutturazione fondata sulle esportazioni. Inoltre, i Paesi donatori del nord avrebbero, con il venir meno delle loro prestazioni di garanzia e transfer, il vantaggio di poter ottenere l’attesa rivalutazione della moneta unica attraverso un aumento del commercio interno. Questa omogeneità pressoché totale dovrebbe sembrare quantomeno imbarazzante. Qualcosa non funziona, se l’ala nazionalista e conservatrice dell’euroblocco neomercantilista ha le stesse argomentazioni degli esacerbati rivali di sinistra del sud (comunisti ortodossi, neotrotzkisti e post-keynesiani).

Dalle «riforme decisive» a nuovi sbocchi:
considerazioni preliminari

Quale può essere l’aspetto di una politica alternativa che non solo prometta di conciliare in modo convincentele contraddizioni macroeconomiche illustrate, ma che allo stesso tempo sia orientata a rispondere all’estesa necessità di una configurazione autogestita delle condizioni esistenziali socioeconomiche? Prima di esprimerci a riguardo, vorremmo esporre tre premesse, da cui provengono i nostri spunti.
La prima premessa, fondata sulle nostre conoscenze e risultato di decenni di impegno sociale, ci porta a dire che il modello rivoluzionario riconducibile alle diverse correnti della sinistra operaia, è obsoleto. Il presupposto di un tale modello, nonostante parziali differenze tra correnti, è quello di un periodo di rivolgimento estremamente breve, attraverso il quale compiere il cambiamento di sistema. Inoltre, vi è l’unanime convinzione che prolungati periodi di lotta per la conquista dell’egemonia non abbiano direttamente a che fare con il cambiamento del sistema. Riforma e rivoluzione si fronteggiano senza mediazione. La cosiddetta «avanguardia rivoluzionaria» non ha voluto accostare la propria causa a quella della lotta quotidiana «riformista» della classe lavoratrice; soltanto una piccola minoranza si è opposta a questo stato di cose e ha fatto dell’azione quotidiana una prospettiva per il concreto rovesciamento del sistema. La stragrande maggioranza delle organizzazioni dei movimenti dei lavoratori non ha voluto avere niente a che fare né con l’opzione del partito rivoluzionario dei quadri, né con le correnti marginali dell’anarco-sindacalismo. Ha trattato la rivoluzione sociale come una materia non vincolante, che non la obbligava a particolari comportamenti sul basso livello della politica riformista; la domanda su come dovesse procedere il rovesciamento del sistema è perciò rimasta in sospeso. Solo l’opposizione rivoluzionaria ne ha discusso vivacemente. Ma le è comunque spesso mancata una connessione con la prassi sociale, con il lavoro di tutti i giorni, con i conflitti sociali delle classi subalterne e il processo di comprensione che ne risultava.
Per questo i bisogni di emancipazione e l’orizzonte di esperienza dei lavoratori poveri non hanno avuto accesso al dibattito intellettuale. I processi di comprensione di questi elementi sono molteplici e soprattutto richiedono tempo. Le classi subalterne vivono il percorso verso l’affermazione dei loro diritti esistenziali come un processo prolungato, in cui si susseguono momenti di accelerazione, fasi più rallentate e temporanee battute d’arresto. Queste tappe includono sempre anche sperimentazioni antisistema, che vengono messe alla prova nella prassi sociale. Riforma e rivoluzione non stanno dunque su fronti del tutto opposti e reciprocamente escludenti dell’azione di emancipazione: costituiscono piuttosto, nella memoria collettiva della classe lavoratrice, un’unità inseparabile. In questo modo, quelle riforme «decisive» che alla fine porteranno alla rottura del sistema si suddividono in più momenti e si estendono su lunghi periodi, includendo una o più generazioni.
Questo ci ricorda anche che la storia, dopo l’agognato rovesciamento del sistema dominante, non sfocia immediatamente in un immaginario regno della libertà. Piuttosto, essa deve continuare a essere costruita, finché tutti non possano soddisfare senza alcuna restrizione i bisogni basilari: cibo, vestiti, abitazione, salute, giustizia, informazione e istruzione. Finché non verranno smantellate le strutture di potere economiche, politiche, di genere, etniche e culturali. In passato questa condizione da rinnovare e da riaffermare continuamente veniva chiamata «società senza classi». Oggi sappiamo che questa formula generica non è più sufficiente. Occorre sostituirla con una precisa definizione di cosa rappresentino l’uguaglianza e la giustizia sociale e una società libera da rapporti di sottomissione al potere.
La seconda premessa si riferisce a un problema che definiremmo «nazionalismo sistemico». Molte persone di sinistra, che nella propria autorappresentazione si ritengono decisamente anti-nazionaliste, rimangono ciononostante ancorate, nelle abitudini e nelle strutture di pensiero, a griglie concettuali che approcciano i fenomeni della vita sociale e politica da una prospettiva puramente nazionale e statale. Uno stato di cose che non viene fuori dal nulla. La stragrande maggioranza dei movimenti operai è stata, infatti, orientata verso lo Stato. Hanno considerato lo Stato nazionale come un’entità sovratemporale, ignorando che i moderni Stati nazionali sono nati nel corso del XIX e del XX secolo. Hanno considerato «lo Stato del popolo» come la leva strategica del progresso sociale. Le variazioni stavano unicamente a livello tattico. I partiti riformisti hanno cercato di ottenere il controllo dello Stato nazionale attraverso la strada parlamentare, mentre le minoranze dell’opposizione erano orientate a un rovesciamento violento, per impadronirsi degli strumenti di potere e costruire un sistema economico centrale gestito da loro.
Le ipotesi politiche legate al paradigma dello Sato nazionale sono confutate dalla storia degli ultimi cento anni. La classe lavoratrice non ha conquistato lo Stato nazionale: è stata spesso integrata a esso, attraverso un’«educazione statale e borghese», la leva militare, il sistema di tassazione, così come l’espropriazione e la nazionalizzazione delle strutture di mutuo soccorso. Il livello raggiunto dalla «nazionalizzazione» del movimento operaio transatlantico del XX secolo fu improvvisamente evidente dopo la fine della Prima guerra mondiale. Le ricerche storiche hanno dimostrato che l’entusiasmo del movimento operaio per la guerra corrispondeva esattamente al grado della sua integrazione nel sistema statale.
Vi sono state comunque anche configurazioni rivoluzionarie in cui sono saliti al potere politico veri e propri governi dei lavoratori. Per la nostra analisi è molto importante capire cosa sia accaduto in quei casi. Tralasciando l’ottobre russo, fallito per ragioni sia interne che esterne, restiamo su due episodi della storia dell’Europa occidentale e meridionale, che appaiono estremamente istruttivi. Dopo un’ondata di scioperi di massa, all’inizio dell’estate del 1936 in Francia si insediò il Fronte popolare. Poco tempo dopo, le classi subalterne spagnole si rivoltarono contro il colpo di Stato dei generali e portarono al potere un governo dei lavoratori. Nel giro di breve tempo, si giunse a un dilemma irrisolvibile. Da un lato, le lavoratrici e i lavoratori si rallegravano in massa della vittoria sui padroni delle fabbriche, sui latifondisti e sulle grandi famiglie; festeggiavano nei luoghi di produzione che ora diventavano autogestiti. Dall’altro, i loro rappresentanti politici vedevano le cose in maniera piuttosto diversa. Per affermarsi contro la minaccia fascista tedesca, italiana e del generale Franco, si affrettavano a ordinare il rilancio dell’economia e l’espansione dell’industria bellica. Avviarono dunque campagne patriottiche per il ripristino della morale del lavoro. A fronte dello scarso successo, spedirono nelle fabbriche dei commissari e passarono alla rappresaglia. Mentre comunisti, socialisti e anarchici assumevano il controllo degli impianti: il conflitto tra lavoratori comandanti e comandati si fece insormontabile. I governi rivoluzionari persero la loro base sociale e la loro sconfitta era solo questione di tempo. Meno di vent’anni dopo il fallimento della Rivoluzione russa, il fiasco di Parigi e di Barcellona fornirono infine la dimostrazione che la via nazionale e statale portava a un vicolo cieco. Da quel momento è stato chiaro: la rottura del sistema non è altrimenti possibile che sulla base di un movimento coordinato transnazionale, che includa interi continenti o regioni del mondo, e non può più essere isolata dalla controrivoluzione economico-politica. Malgrado ciò, le organizzazioni metropolitane dei lavoratori e più tardi i movimenti di liberazione anticoloniali rimasero confinati alla cornice dello Stato nazione. Poiché la stragrande maggioranza del movimento operaio si identificava con esso, furono costretti a pagare un prezzo molto alto: una serie di sconfitte e infine il loro declino. Nel corso della nostra analisi, ci siamo già occupati del rapporto tra Stato nazione e movimenti dei lavoratori, in relazione alla metamorfosi della socialdemocrazia nel dopoguerra: l’era dello Stato sociale orientato alla piena occupazione. Da qui possiamo concludere che il paradigma del modello sociale keynesiano, che ha spianato la strada ai partiti socialdemocratici verso la co-creazione di un sistema regolativo statale, ha anche rappresentato una risposta alla Grande depressione e alle sconfitte degli anni Trenta. In virtù di questa simbiosi, il problema del nazionalismo sistemico ha continuato ad avere effetti fino agli anni Ottanta. Ma la sua influenza è terminata in quel momento: è molto chiaro che lo Stato nazionale è un fenomeno relegato al XIX e al XX secolo. Nel contesto della restaurazione neoliberista, si trova oggi sottoposto alla logica del mercato mondiale, piegato alle sue funzioni regolative macroeconomiche e trasformato in uno «Stato competitivo», che – da solo o nel contesto di blocchi economici sopranazionali – concorre con altre economie per l’acquisizione di flussi di capitale.
Non c’è più posto per le concessioni alle classi lavoratrici, né in materia di politica del mercato del lavoro, né di istruzione e di salute o di sicurezza sociale, così come in materia di preservazione dei beni pubblici. Questa drastica «de-statalizzazione» delle condizioni di vita subalterne apre tuttavia nuove possibilità di azione. Spinge a riflettere su come rimpadronirsi delle nostre condizioni di esistenza e dei nostri bisogni di sicurezza, che salvaguardino e sviluppino ulteriormente un sistema di protezione sociale. A fronte di uno Stato nazione sempre più carente nella sua funzione di sicurezza sociale, emergono nuove possibilità di ricostruzione, in forme autogestite, dell’istruzione, del settore sanitario, dell’infrastruttura pubblica e dei sistemi pensionistici. Affinché questo accada, occorrono politiche attente che garantiscano che le strutture patriarcali, gerarchiche e burocratiche del precedente Stato sociale non vengano ripristinate. Un equo trattamento di tutte le fasce della società deve implicare anche l’uguaglianza di genere e di tutti i gruppi svantaggiati (malati cronici, disabili ecc.) e rendere l’uguaglianza di tutti l’assioma fondamentale di una società del Welfare autoamministrato. In questo modo si potranno estinguere anche le ipoteche storiche con le quali il movimento operaio ha pagato il proprio orientamento statalista. Ci sembra che per le classi subalterne sia oggi pensabile solo una prospettiva internazionalista, che vada anche oltre i blocchi sopranazionali.
La terza premessa si riferisce al problema della prassi sociale. Sappiamo bene che sarebbe un problema minore se dallo sviluppo quasi spontaneo degli attuali processi di precarizzazione e di impoverimento sorgesse una resistenza sociale sostenibile e crescente. Tuttavia lo spazio sociale in cui operano i programmi di austerità è troppo complesso e dinamico. La repressione economica contro le classi subalterne tocca numerosi ambiti della vita sociale, legati strettamente l’uno all’altro: le abitudini sociali, le strutture di legittimazione del potere politico e il sistema di norme culturali. Non può dunque essere ricondotta a singoli aspetti dello sfruttamento o dell’attuale processo di impoverimento. È accaduto spesso che i bilanci famigliari delle classi subalterne siano entrati in crisi per i molteplici effetti della politica di austerità e le famiglie siano state costrette ad azioni di adattamento o di reazione per evitare situazioni peggiori. Processi di svalutazione e di privazione dei diritti mettono in discussione le norme elementari della giustizia sociale e della legittimazione politica. Ma questo significa anche che quegli stessi meccanismi che impongono alle classi lavoratrici e ai ceti medi più bassi un’accelerazione del cambiamento del proprio stile di vita potrebbero facilmente rovesciarsi in una decisiva resistenza sociale.
È comunque innegabile che le classi subalterne in Europa, dopo sei anni di crisi e di depressione, si trovino in una situazione di radicale sconvolgimento. Quanto più a lungo dura questa depressione, tanto più rapidamente scompaiono le riserve materiali che le famiglie di lavoratori di tutta Europa hanno messo da parte per affrontare i momenti difficili. Le piccole fortune – case e proprietà immobiliari, gioielli di famiglia, beni di consumo duraturi e risparmi in caso di necessità – con la crisi sono diminuiti e oggi vengono sottratti o confiscati per altra via. Come conseguenza della crescente disoccupazione, del taglio alle pensioni e della drammatica e rapida emarginazione delle nuove generazioni, crollano anche gli introiti familiari. In questo modo, le condizioni di adattamento e sopravvivenza peggiorano su tutti i piani. E poiché tutto ciò accade in una situazione di ingiustizia sociale e di perdita di legittimità del sistema politico, vi sono le condizioni perché si sviluppi rapidamente una resistenza sociale e si cerchino soluzioni alternative autodeterminate, ben oltre le forme del mutualismo di emergenza. La resistenza sociale che si sta via via affermando e il fenomeno parallelo dell’economia alternativa e della riappropriazione dei beni pubblici sono alla base della nostra discussione su come dare impulso a «riforme decisive» che possano rovesciare il sistema.
Inoltre, si pone il problema di quali siano le condizioni della formazione di una nuova configurazione di classe, che salvaguardi la molteplicità e la pluralità culturale del multiverso, pur costituendo una solida resistenza sociale per la lotta contro le classi superiori. Esistono chiare tendenze a un’omogeneizzazione economica, politica e sociale che fanno pensare a questo sviluppo. Ad esempio, dalle attuali statistiche possiamo ricavare la conclusione che le condizioni patrimoniali e di reddito dei bilanci famigliari degli strati inferiori della popolazione si stanno livellando al ribasso, in tutta Europa. Fino all’inizio della crisi, i bilanci famigliari dei paesi periferici tendevano progressivamente ad avvicinarsi a quelli delle nazioni centrali, in alcuni casi persino superandoli; negli anni di depressione questa tendenza si è rovesciata e si è trasformata in un declino generale che ha coinvolto tutta l’Europa. Una tendenza all’omogeneizzazione facilmente osservabile nel caso di gruppi di anziani colpiti da una povertà che si andava diffondendo in tutta Europa, specifica alla loro fascia d’età, e, nel caso della disoccupazione giovanile, che ha risparmiato solo alcuni Paesi centrali. Il risultato sono stati fenomeni di migrazione continentale: soprattutto giovani altamente qualificati che hanno lasciato a centinaia di migliaia i paesi periferici per spostarsi verso quelli centrali, operando un processo di integrazione europeo «dal basso», che, se proseguisse, si configurerebbe come una ripetizione delle migrazioni in cerca di lavoro dei loro nonni negli anni Sessanta. Gli esempi potrebbero andare avanti all’infinito e dimostrano che la prospettiva di una resistenza sociale transnazionale non è campata per aria, bensì corrisponde a significative tendenze sociali.
Allo stesso modo sarebbe errato voler trarre dall’analisi di questi fenomeni una crescente omogeneizzazione delle esperienze e dei processi di comprensione delle classi subalterne. Si tratta certo di sviluppi che potrebbero favorire un’espansione e una collettivizzazione della resistenza sociale, ma che non possono sostituire la necessaria formazione di soggetti agenti. La domanda su quando le classi subalterne decideranno di abbandonare il loro ristretto orizzonte di sopravvivenza – famiglia, comuni abitative e piccoli collettivi –, autodeterminando i loro diritti politici e sociali per costruire reti di resistenza e organizzare l’azione diretta in gruppi più estesi può trovare risposta solo nei membri di queste stesse classi. E poiché queste piccole collettività appartengono ai ceti più vari del multiverso – disoccupati, lavoratori occasionali o a progetto, proletariato industriale, professionisti del sapere e dell’istruzione ecc. – sarà difficile che emerga un «strato centrale» che possa sottoporre gli altri segmenti alla propria egemonia, come una volta poteva fare l’operaio salariato. Rimane aperta soltanto la questione su come si possa riuscire a far breccia nell’isolamento corporativo, nel quale sono intrappolati un sempre minor numero di impiegati delle grandi società di esportazione. Ci vorrà ancora un po’ prima che vengano risucchiati dal vortice dei nuovi movimenti sociali e che svanisca la loro paura del declino sociale.