Manifesto per un’Europa egualitaria. Come evitare la catastrofe (quarta parte)

Il ruolo della sinistra nella ristrutturazione
capitalistica dell’Europa

Finora la nostra retrospettiva si è concentrata sulle interazioni tra lo sviluppo economico e le strutture di potere politiche che negli ultimi quattro decenni hanno permesso che la Comunità europea diventasse una superpotenza imperialista. Ma quali sono stati i protagonisti che, concretamente, hanno costruito questo ponte strategico rivelatosi infine tanto catastrofico? Finora li abbiamo definiti solo in forma generica, come élite dominanti che operano in sinergia con i detentori di capitale, privati e istituzionali, mondiali e i grandi manager delle imprese multinazionali. Una descrizione scarna che può bastare a rappresentare a grandi linee la situazione globale. Nel caso dell’Europa, tuttavia, dobbiamo prendere in considerazione una specificità, che negli ultimi quarant’anni non è stata presente in forme altrettanto considerevoli in alcun altro blocco di potere del sistema mondiale: la «sinistra» partitica attiva, nelle sue varianti socialdemocratiche, eurocomuniste e verdi. Secondo la nostra tesi, sono state soprattutto le correnti di sinistra dell’establishment politico a consentire la sottomissione delle classi più deboli europee alle mutate condizioni di sfruttamento del capitalismo e del mercato finanziario. Sono state loro a produrre il nesso tra economia dell’austerità e politica di superpotenza imperialista, mettendo entrambe al riparo dalle proteste più violente. Operando anche all’interno delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali emergenti, sono riuscite a paralizzare l’opposizione e a infliggere al dissenso una sconfitta strategica: si tratta di un risvolto storico decisivo.
Di primo acchito queste tesi possono sembrare eccessive: contraddicono la concezione, largamente diffusa, secondo la quale lo sfondamento del «neoliberalismo» sia avvenuto negli anni Ottanta esclusivamente attraverso il ricambio ai vertici in Gran Bretagna e Stati Uniti. Valutazione che conserva una validità per il contesto transatlantico. Ma se guardiamo all’Europa, balza agli occhi che, ben prima dell’ascesa al potere di Margaret Thatcher, la sinistra istituzionale era già molto distante da un modello di stato sociale keynesiano. In secondo luogo, all’epoca dell’amministrazione Thatcher, la sinistra aderì ai drastici programmi di austerità, che sostenne senza soluzione di continuità anche dopo il ritiro del Primo ministro inglese. Diversamente dalle ali conservatrici delle élite politiche continentali, che si tennero in larga misura in disparte e che lasciarono alla «sinistra» il compito di smantellare i tabù del diritto del lavoro, sociali e politici, accontentandosi, dopo la sua sconfitta alle urne, di elaborare le nuove «conquiste». Solo in Gran Bretagna la destra assunse un comportamento diverso. In questo modo, le classi politiche europee si trasformarono in un partito unico, variegato al suo interno solo per alcune sfumature, che difendeva il radicalismo di mercato e che da quel momento ha sempre promosso l’adeguamento del sistema di tassazione economico generale alle necessità del nuovo capitalismo; ha marginalizzato i tentativi di trovare un’alternativa e ha tarpato le ali ai già esigui diritti politici delle classi subalterne, a favore di una reinterpretata «condivisione di valori», fondata sul liberismo. Tuttavia, questi drammatici sviluppi non sono stati il frutto di un processo lineare: sono avvenuti in momenti diversi, hanno provocato conflitti enormi e sono, in parte, persino il risultato di coincidenze. In questa sede, vogliamo esaminare il loro corso principale e le loro conseguenze, prendendo come esempio i partiti socialdemocratici europei, l’eurocomunismo e la nascita dei verdi.

La metamorfosi della socialdemocrazia (I)

Per i partiti socialdemocratici europei, gli anni Settanta hanno segnato l’inizio di una nuova era. Il sistema sociale keynesiano che avevano configurato dalla fine della Seconda guerra mondiale fu messo in discussione dalla crescente internazionalizzazione dei flussi di merci e di capitale e dai conseguenti movimenti migratori. Il punto fermo del keynesismo, fondato su meccanismi regolativi nazionali e statali, dell’affermazione della piena occupazione, dell’aumento di massa del potere d’acquisto, del riequilibrio in senso egualitario dei redditi e dell’implementazione delle reti di sicurezza sociale sembrò diventare inefficace di fronte alla stagnazione della crescita economica e all’aumento dei tassi d’interesse e dei prezzi. Inoltre, si assistette all’erosione dell’ambiente di lavoro tradizionale, a seguito della crescente individualizzazione delle condizioni di vita, di una minore partecipazione, del declino del panorama mediatico socialdemocratico sindacale e della nuova minaccia della distruzione ambientale. Dal punto di vista della conquista del potere, potevano esserci due possibili risposte a queste tendenze: in primo luogo il tentativo di rinnovare le premesse sociali del regime keynesiano, collegandolo al processo di integrazione europeo e ostacolare in questo modo le misure di austerità emergenti. In alternativa, la possibilità di abbandonare le scelte precedenti a favore di un’ampia strategia di adattamento, attivando una trasformazione irreversibile del capitalismo. Quest’ultima alternativa implicava una sorta di seconda metamorfosi della socialdemocrazia. In occasione del primo cambiamento paradigmatico, successivo alla fine della Seconda guerra mondiale, i partiti socialdemocratici del nord e del centro Europa avevano abbandonato le prospettive socialiste di riforma a favore di una correzione dell’economia di mercato in senso welferistico; i partiti del sud e dell’ovest europeo, al contrario, completarono questo cambiamento solo all’inizio degli anni Settanta – nel loro caso le norme socioculturali collegate al mutamento non erano ancora insediate del tutto.
Questa fu anche la ragione per cui le socialdemocrazie dell’ovest e del sud dell’Europa dapprima si adattarono al radicalismo di mercato e poi passarono, quasi senza soluzione di continuità, dai progetti riformisti socialisti alla nuova dottrina di salvezza. Il partito socialista italiano (Psi), inoltre, come alleato di minoranza dei democristiani (Dc), disponeva soltanto di una base esigua all’interno della classe dei lavoratori e aveva colmato questo deficit attraverso un sistema clientelare. A causa della sua lunga partecipazione al potere politico, il partito rivelò crescenti aspetti di corruzione. Anche il partito socialista dei lavoratori spagnolo (Psoe), quando arrivò ai vertici della politica qualche anno dopo la fine della dittatura di Franco, aveva scarso radicamento negli ambienti proletari. Lo stesso accadde al partito socialista francese (PS), formatosi solo verso la fine degli anni Sessanta. Così, i dirigenti di partito riuscirono, in genere senza troppi dissensi, a rimpiazzare le polverose dottrine della sinistra socialista tradizionale con i nuovi paradigmi del liberismo di mercato. Nel 1979, il Partito socialista italiano entrò in una nuova coalizione con i democristiani e fu corresponsabile di un cambiamento che avrebbe portato alla politica di austerità e alla repressione delle componenti della sinistra extraparlamentare. Quando poi il segretario del Psi, Bettino Craxi, quattro anni più tardi, divenne Presidente del Consiglio, il partito inasprì questa politica e la mise in atto alzando le tasse, con l’unico risultato di svalutare la lira e incrementare lo squilibrio tra salari e tasso di inflazione. Gli sviluppi in Francia sembrarono diversi. Con l’elezione di François Mitterrand a Presidente della Repubblica nel 1981, il Partito socialista assunse il controllo del governo. In via di principio perseguì un programma di statalizzazione insieme al Partito comunista francese, ma un anno più tardi cambiò rotta e cominciò a seguire il modello italiano, con innalzamento delle tasse, svalutazione della moneta e dei salari, riduzione della spesa pubblica. Il governo di Felipe Gonzalez in Spagna, insediatosi nel 1982, andò ancora più avanti: ai tagli di bilancio e alla svalutazione della moneta sommò per la prima volta un vasto programma di privatizzazione delle imprese pubbliche. Cosa che portò ad aspri contrasti con i sindacati, ma le distanze prodotte da questi conflitti trovarono anche qui legittimazione, così com’era accaduto in Italia e in Francia.
Sebbene fosse chiaro che la politica restrittiva della Comunità europea, implementata dal 1979 attraverso il Sistema monetario europeo, peggiorasse la stagnazione economica e la crisi, né i socialisti francesi né quelli italiani contemplarono la possibilità di elaborare un’alternativa complessiva di opposizione da un punto di vista sociale e ambientale. Ma anche i socialisti spagnoli consideravano il passaggio alla politica di austerità un’opzione priva di alternative, visto che avrebbe spianato la strada all’ingresso nella Comunità europea. I socialisti greci (Pasok), non ancora al potere, si ritrovarono così da soli con il loro programma di rifondazione sociale e di Welfare. Al contrario, alla dirigenza dei partiti socialdemocratici dei paesi centro e nord-europei, almeno all’inizio, fu risparmiata la prova del nove di un cambiamento di direzione strategico. Di certo dalla seconda metà degli anni Settanta negli equivalenti britannici, scandinavi e tedesco-occidentali di quegli stessi partiti cominciarono le discussioni sull’ulteriore sostenibilità del modello sociale keynesiano. Ma visto che all’inizio degli anni Ottanta questi partiti erano in gran parte usciti dalle coalizioni di governo, il loro allontanamento dal tradizionale ambiente operaio e dai sindacati fu più lento e meno drammatico.

Il fallimento dell’eurocomunismo

Nell’Europa meridionale e occidentale esisteva tuttavia anche una seconda tradizione di sinistra, legata più stabilmente e da più tempo al mondo del lavoro, rappresentata dal partito comunista italiano (Pci), da quello spagnolo (Pce) e, in parte, anche da quello francese (Pcf). Questi partiti furono di conseguenza messi alla prova in maniera molto più dura dei loro concorrenti socialdemocratici dalle rivolte dei lavoratori e dai conflitti sociali di quegli anni. Poiché anche le condizioni socio-economiche continuavano a peggiorare, la dirigenza comunista si trovò di fronte a un dilemma politico che rese inevitabile un riesame delle proprie scelte strategiche. In primo luogo, avrebbero potuto accordarsi sul portare definitivamente a compimento il processo di scioglimento della pretesa sovietica alla direzione del movimento comunista mondiale, iniziato con la repressione della Primavera di Praga, e inaugurare una nuova era che avrebbe potuto consolidare un dibattito pluralista dentro una prospettiva di superamento sistemico. In secondo luogo, la dirigenza dei partiti avrebbe potuto muovere un ulteriore passo in avanti, rescindendo il patto di produttività siglato, a seguito delle lotte sociali del dopoguerra, con la dinamica di ricostruzione capitalistica, e aprendo ai movimenti sociali quella parte di ambiente operaio che ricadeva sotto il loro controllo. Inoltre, avrebbe potuto elaborare una linea riformista adeguata ai cambiamenti in corso e abbracciare la causa del progetto socialdemocratico di una democratizzazione fondata sulle teorie keynesiane del processo di integrazione europeo. C’era infine, ovviamente, la possibilità di adattarsi in maniera più o meno celata alle supposte necessità della politica di austerità e di diventare, in vece dei concorrenti socialdemocratici, il partito di minoranza del «compromesso storico» con le istanze della ristrutturazione capitalista. I dibattiti sul nuovo orientamento strategico sfociarono in dissensi inconciliabili. Sembrava che sul terreno della sinistra operaia tradizionale potesse ripetersi «un altro ’68», portando a un consolidamento dei nuovi movimenti sociali entrati in crisi. Sebbene soltanto una minoranza del partito francese si identificasse con essa, l’agenda del rinnovamento comunista appariva tanto carica di promesse che dalla metà degli anni Settanta cominciò a guadagnare consensi sotto la sigla dell’eurocomunismo.
Ma il progetto era prematuro, come fu presto chiaro. I partiti comunisti del sud dell’Europa presero le distanze dal comunismo sovietico, ma non erano in condizione di rimuovere la dimensione produttivista che legava la sinistra tradizionale operaia alla dinamica capitalista. Inoltre, avevano sopravvalutato i propri margini di azione all’interno del sistema politico parlamentare. Di conseguenza, i dirigenti di partito si ritrovarono in un vicolo cieco che li spinse a restare sulla difensiva su tutti i piani e finì per costringerli a operare le scelte peggiori.
La loro distanza dai nuovi ambienti nei quali si esprimeva la militanza operaia portò a un nuovo scontro, che rese impossibile anche l’idea di un’alleanza. Questa strategia di delimitazione, che metteva in ombra tutto il resto, danneggiò i partiti a tal punto che, ovviamente, essi non si resero conto della reale possibilità di un’alternativa riformista fondata sull’Eurocomunismo. In questo modo, anche per i partiti comunisti del sud rimase soltanto la strada dell’austerità. Poiché non potevano far accettare alla loro base sociale il baratto di peggiori condizioni di lavoro, taglio dei salari e redditi inferiori per una mera rinuncia a favore della ristrutturazione capitalistica, spacciarono il loro cedimento come un «compromesso storico» con i partiti borghesi dominanti, nell’interesse della sopravvivenza dell’economia nazionale italiana e spagnola. Rileggendo i documenti di partito e le analisi programmatiche di quegli anni, è facile riconoscere che anche su questo terreno la sinistra, non vedendo alternative, mollò la presa sul miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, conquistato al prezzo di dure lotte, a favore di una logica di austerità della ristrutturazione capitalistica. Con questo fallì l’eurocomunismo, dopo essersi reso complice, in Italia, per l’ennesima volta, della repressione dell’autonomia operaia. Per dieci anni i suoi resti politici attraversarono una fase di declino, fino a scomparire del tutto dopo l’implosione dell’Unione Sovietica.

L’ascesa dei verdi

Dall’inizio degli anni Ottanta, oltre alla corrente socialdemocratica e a quella comunista, la sinistra ne ebbe una terza, messa alla prova in maniera particolare dalla ristrutturazione capitalistica: i partiti verdi. Scaturiti dai nuovi movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta, essi avevano cominciato a introdurre una serie di istanze nella politica istituzionale, quali la protezione dell’ambiente, la chiusura degli impianti nucleari, la parità di genere, l’integrazione delle minoranze sociali e la libertà dei comportamenti. Con queste linee di azione i neoeletti funzionari dei partiti verdi si presentavano di fronte alle correnti maggiori della sinistra tradizionale, benché loro stessi provenissero in gran parte da gruppuscolo maoisti che avevano contrastato i movimenti sociali antiautoritari degli anni Settanta. Ora occorreva vedere in che modo i nuovi verdi pensavano di posizionarsi di fronte al contesto macroeconomico, caratterizzato da una prolungata fase di stagflazione.
Le opzioni strategiche dei verdi si diversificavano chiaramente dalle possibilità di azione dei socialdemocratici e degli eurocomunisti. In primo luogo avrebbero potuto tentare di collegare le teorie alternative dei nuovi movimenti sociali a una prospettiva basata su vecchi modelli di trasformazione socialisti, sviluppandoli ulteriormente (e costituendo il cosiddetto eco-socialismo). Avrebbero potuto, in secondo luogo, realizzare una fusione tra le istanze di una politica ambientale sostenibile e le questioni fondamentali delle teorie sociali keynesiane, della piena occupazione e dell’uguaglianza dei salari, nella quale legare le due componenti a una prospettiva di radicale riduzione della giornata lavorativa: si trattava dell’opzione di un «New Deal verde». Terzo, anche i verdi avevano di fronte a sé l’ovvia possibilità di piegarsi alle presunte necessità della politica di austerità, finendo con l’assumere una posizione consolidata all’interno dell’establishment politico e portando in agenda, come componente minoritaria del governo, le loro richieste «eco-libertarie».
A lungo sembrò che la possibilità di un «New Deal verde» guadagnasse consensi presso la direzione di questi partiti. Tuttavia, le tendenze della maggioranza vennero contrastate in più occasioni dalla Realpolitik e, dunque, indebolite. All’inizio degli anni Novanta, i verdi tedeschi, nel contesto dell’annessione della Ddr, portarono a termine un cambiamento di rotta in senso nazionalistico e si presentarono poco tempo dopo, in sinergia con i verdi austriaci, come gli attori esterni della secessione e della guerra civile in Jugoslavia. Per questo, migliaia di eco-socialisti, pacifisti e sostenitori del «New Deal verde», quasi un terzo degli iscritti, restituirono la tessera di partito. Quando poi negli anni seguenti il consenso della maggioranza interna si spostò sempre più a favore della politica di austerità, si verificarono nuove ondate di defezioni, compensate in maniera crescente da nuovi arrivi dei gruppi moderati. In Germania gli ultimi grandi cambiamenti interni avvennero tra il 2002 e il 2005, anni che furono caratterizzati da un alleggerimento fiscale per i più ricchi e dall’introduzione dell’«Agenda 2010»: il viatico ideale per la politica dell’austerità in Europa. Da quel momento i verdi tedeschi sono parte integrante dell’establishment politico, sia in Germania che in Europa: rappresentano gli stili di vita liberali ed ecologici di gruppi estremamente qualificati, benestanti e spesso impiegati nella pubblica amministrazione, del ceto medio urbano. Fino al 40% dei loro membri vengono reclutati oggi nella burocrazia media e alta dell’amministrazione nazionale ed europea.

La metamorfosi della socialdemocrazia (II)

È possibile che il declino dei nuovi movimenti sociali sia stato tanto rapido perché ha coinciso con la metamorfosi dell’ambiente del partito socialdemocratico e con il crollo della sinistra comunista tradizionale. Al contrario di quest’ultimo evento, la trasformazione della socialdemocrazia è stata lenta e poco chiassosa, poiché fino all’inizio degli anni Novanta anche le sue formazioni di partito nel sud e nell’ovest dell’Europa continuavano a perdere consensi alle urne e non potevano, come i corrispettivi nordeuropei, rappresentare un’opposizione in Parlamento, in occasione della seconda implementazione della politica di austerità. Dal 1996, l’iniziativa si è man mano spostata sui gruppi nordeuropei. L’inizio è stata la vittoria elettorale della nuova sinistra italiana («L’Ulivo»), intorno alla quale il tecnocrate della finanza Romano Prodi raccolse i resti dei partiti socialdemocratici e comunisti. L’attività giudiziaria che nel 1992 aveva allontanato i partiti dal trarre beneficio dall’economia pubblica accelerò la privatizzazione, avviata dal nuovo governo, delle imprese statali e il risanamento dei conti nazionali a scapito dei precari e delle piccolissime aziende. Un anno più tardi, sotto l’egida del nuovo presidente Tony Blair, il Labour Party, radicalmente rinnovato (New Labour), raccolse l’eredità dell’era Thatcher e la ampliò, ricorrendo a forme sofisticate di privatizzazione dei beni pubblici e delle reti sociali, così come a nuove tecniche di costrizione al lavoro (Workfare). Un anno più tardi, nel 1998, anche i socialdemocratici tedeschi integrarono la maggioranza di governo insieme ai verdi. Dopo la soluzione di un’ultima disputa tra due fazioni, che si concluse con l’esclusione dell’ala neokeynesiana dell’Spd di Oskar Lafontaine, si giunse a un’ampia manovra che condusse definitivamente la sinistra istituzionale a imboccare il corso del liberismo di mercato. Il preludio, oltre al massiccio alleggerimento fiscale dei più abbienti e all’accelerazione dei programmi di privatizzazione, fu un documento strategico sottoscritto dal cancelliere Gerhard Schröder e dal primo ministro Tony Blair nel 1999 per conciliare le rispettive politiche di austerità. Dopo la nuova vittoria elettorale della coalizione Spd-verdi seguì, tre anni dopo, l’adozione di un programma operativo della fondazione Bertelsmann, i cui dettagli furono elaborati da più commissioni di esperti. Il progetto fu incorporato nell’«Agenda 2010», fu acclamato da una notevole maggioranza alle conferenze di partito e nel marzo 2003 divenne parte del programma di governo. Abbiamo già delineato le linee guida dell’«Agenda 2010». Oggi, dieci anni più tardi, possiamo leggerle come una Magna Charta che costituì la bozza del terzo programma di austerità europeo.

Il crollo della democrazia rappresentativa

Con la metamorfosi della socialdemocrazia e dei partiti verdi, così come con il declino della sinistra comunista tradizionale, due terzi della popolazione degli Stati membri europei hanno perso i loro rappresentanti politici. I loro bisogni vitali più elementari non sono così più rappresentati nei Parlamenti. Da ciò deriva il progressivo venir meno dei loro diritti sul mercato del lavoro e dentro le imprese, poiché anche il raggio d’azione dei sindacati è sempre più limitato al nucleo di lavoratori delle grandi aziende, finora l’unico segmento della classe lavoratrice risparmiato dalla precarizzazione. Una tale estesa marginalizzazione istituzionale della maggioranza della società non è mai esistita nelle democrazie nazionali rappresentative europee. La situazione è ulteriormente peggiorata dal fatto che gli ambiti decisionali politici ed economici essenziali vengono affidati alla tecnocrazia dell’Unione europea e non sono dunque più sottoposti al controllo parlamentare degli Stati membri. Fino a oggi il Parlamento europeo è rimasto più che altro una facciata, che ha nascosto la progressiva perdita di sovranità degli Stati membri.
A causa di questi sviluppi, la democrazia rappresentativa ha in gran parte perso la propria base di legittimazione. Il sistema rappresentativo monopolizzato dai partiti politici è sempre stato caratterizzato da un deficit di democrazia. Il diritto di voto universale conquistato a suo tempo dal movimento operaio è stato plasmato in modo da non ostacolare l’adattamento del sistema di governo dell’economia generale al capitalismo finanziario. Anche all’epoca del socialismo keynesiano non è stato diverso, quando il movimento operaio socialdemocratico contribuì alla sua nascita. Quest’ultimo ha sempre dovuto presentarsi come il «difensore» più affidabile degli interessi dei lavoratori, poiché si trovava di fronte alla pressione della sinistra comunista, nella quale permaneva latente anche al di là del generico diritto di voto un’aspirazione alla democrazia diretta: la democrazia dei consigli. Il monopolio sindacale della contrattazione e la giornata lavorativa di otto ore costituivano la base sociale di questo rapporto di fiducia. Era soprattutto la lunghezza dei turni di lavoro ad avere un significato particolarmente importante: l’accorciamento della giornata lavorativa era la premessa per consentire alle classi lavoratrici di avere un ruolo dentro le organizzazioni dei movimenti politici e sindacali: fiduciari sindacali, assemblee di delegati, strutture di formazione, cooperative, ecc. Essa costituiva il raggio d’azione del potere di opposizione, che rappresentava contemporaneamente la pietra miliare dell’equilibrio sociale e manteneva in funzione la democrazia rappresentativa.
Tutte queste strutture sono scomparse già dall’epoca della seconda metamorfosi della socialdemocrazia e dopo il declino della tradizione della sinistra comunista. Ma anche i nuovi movimenti sociali orientati alla democrazia di base sono stati bloccati, dopo il disconoscimento da parte dei partiti verdi. Con l’ausilio di una socialdemocrazia convertitasi al liberismo di mercato, hanno privato la democrazia indiretta di basi sociali. Hanno cancellato la giornata lavorativa di otto ore, eliminato la protezione giuridica dei lavoratori e indebolito le reti di sicurezza sociale che fino a quel momento avevano protetto le famiglie dei lavoratori – seppur in maniera inadeguata – dai rischi della disoccupazione, della malattia, dell’invalidità e dell’assenza di una pensione. Contemporaneamente hanno portato vantaggi per i più ricchi, alleggerendo la pressione fiscale e smantellando le strutture di ridistribuzione: finendo così col creare un sistema di crescente ingiustizia sociale. Hanno inoltre preso parte alla privatizzazione dei beni pubblici e affidato le condizioni di riproduzione della classe lavoratrice ai mercati capitalistici. Non si sono poi astenuti dal tradire l’abitudine pacifista della stragrande maggioranza della popolazione europea, con la partecipazione attiva o passiva a guerre di aggressione all’interno o all’esterno del continente.
In questo modo, insieme a un diritto sociale all’esistenza, anche i diritti civili e politici delle classi subalterne sono stati fortemente limitati. I lavoratori hanno smesso di disporre del tempo necessario all’autogestione sociale e all’impegno rivolto a problemi di pubblico interesse. La quotidianità di chi vive sottoposto al precariato e alla flessibilità non consente più un tale lusso. Visto che i salari non bastano più a sostenere una famiglia, i lavoratori sono costretti a cercare occupazioni e fonti di reddito aggiuntive. E visto che è sempre più difficile premunirsi contro i rischi sottoscrivendo contratti privati con banche, compagnie di assicurazione e fondi pensionistici, non rimane posto per la partecipazione attiva alla vita pubblica.
Sul terreno politico, la conseguenza è un crescente disorientamento della classe lavoratrice e degli strati sociali medi. Una situazione aggravata dalla deformazione e dal rovesciamento dei concetti politici. È vero che istituzioni politiche quali la socialdemocrazia o i verdi continuano a definirsi come «sinistra» o «centro-sinistra», ma si tratta di una descrizione ormai del tutto arbitraria. Rimanda a contesti che oggi rappresentano il nocciolo della politica dell’austerità del radicalismo di mercato e a una politica sociale estremamente conservativa sommano un lavoro di lobby per gruppi di interesse marginali. Al contrario, oggi sono i partiti di estrema destra a prendere posizione in difesa dei diritti delle classi subalterne, allo scopo di guadagnare consensi per i loro progetti nazionalisti regressivi. Quando, nel 1983, il Partito socialista francese ha perso la regione tradizionalmente operaia di Marsiglia, sono entrati in scena i comitati di quartiere del Fronte nazionale, che hanno ottenuto vasti consensi tra gli immigrati di seconda generazione. Fino a non molto tempo fa, la Lega Nord, secessionista e ostile ai migranti, godeva di un esteso sostegno nella rete delle piccole imprese del nord Italia, fondata da militanti lavoratori espulsi dal lavoro di fabbrica negli anni Settanta. Il partito ungherese Fidesz, di destra e populista, deve la propria ascesa al fatto di aver abbracciato con decisione la causa delle famiglie del ceto medio inferiore minacciate di sfratto dopo l’inizio della crisi. Gli esempi potrebbero andare avanti all’infinito. Il disorientamento politico della classe lavoratrice ha raggiunto nel frattempo proporzioni allarmanti. Oggi, in Europa, è di nuovo all’ordine del giorno una chiara fusione tra questione sociale e fascismo. I responsabili di questo stato di cose sono coloro che nei decenni passati hanno abbandonato la classe lavoratrice, per interessi di potere politico e vantaggi materiali, schierandosi a fianco di una politica restrittiva di tipo liberista. Il modo in cui gli agenti politici dell’impoverimento di massa hanno approfittato del potere istituzionale per arricchire la propria casta, la classe politica, ha raggiunto tratti di disarmante oscenità.
Ma le istituzioni parlamentari e politiche respingono in toto simili affermazioni. Sono troppo occupate a smantellare ciò che resta della democrazia indiretta. I governi non troppo inclini a seguire il diktat di austerità della troika vengono sciolti da gabinetti di tecnocrati. Un gran numero di norme di diritto costituzionale viene trascurato, per accelerare la deregolamentazione dei rapporti di lavoro o per convogliare il denaro delle casse pubbliche verso i creditori. La democrazia rappresentativa è diventata un guscio vuoto. Di certo esistono ancora le campagne elettorali e i media, sotto il controllo di imprenditori privati, fanno del loro meglio per mantenere un’impressione di normalità e mettere in buona luce i loro favoriti. Ma dietro la facciata tutto è arido e vuoto. Il declino di una rappresentanza politica che aspiri a salvaguardare i diritti di tutti è lapalissiano: gli unici interessi salvaguardati sono quelli dei ceti medio-alti, delle élite di funzionari e dei detentori di capitale. Una contraddizione che non potrà essere conservata a lungo. E il cui esito possibile va soltanto in due direzioni: dittatura o evoluzione del sistema parlamentare verso una democrazia diretta.