L’enigma Balestrini

 

di Franco Berardi Bifo

(New York, 10 giugno 2019)

 

L’ultima volta che l’ho incontrato, in compagnia di Sergio, Nanni era un po’ provato dalla malattia ma non aveva voglia di parlare di sé né delle sue tribolazioni: in perfetta coerenza con la sua poetica anti-psicologista e un po’ stoica l’argomento sembrava non appassionarlo.

Abbiamo fatto progetti come al solito, e abbiamo parlato anche un po’ della situazione europea. Io drammatizzavo su questo tema e lui rispondeva che la mia opinione era un po’ troppo catastrofista. Ma lo diceva col suo sorriso gattone che spesso rendeva difficile capire cosa pensasse davvero.

Quanto ai suoi sentimenti fingeva di non averne. Era la sua filosofia, o piuttosto diciamo così la sua poetica, e per capirne il senso e la coerenza occorre risalire molto addietro, e ricostruire il contesto degli anni della sua formazione e dello sperimentalismo letterario degli anni Sessanta.

Perché lo stile apparentemente glaciale ma in effetti ammiccante e ironico che rendeva Balestrini enigmatico per chi lo conosceva poco, era indissociabile dalla sua poetica e dai riferimenti teorici della sua formazione.

Non si può capire il carattere di un poeta se non si tiene conto di molte cose complicate e lontane che si condensano in uno stile: per lui si trattava del ritorno del formalismo russo, della lezione di Jakobson e di Sklovski, e l’influenza dello strutturalismo e il pensiero semiotico e un certo mix di estremismo e pragmatismo che sta al fondo dell’operaismo.

Lo stile di un poeta si intravede nel modo in cui sorride, nel modo in cui si muove, con piccoli scatti leggermente infastiditi, nelle predilezioni e nelle idiosincrasie, e dopo, ma soltanto dopo, nel modo di trattare le parole, di comporle, montarle, accozzarle, spezzarle, nel farle trottare o galoppare, arrestarle sul limitare o forse gettarle nell’abisso.

 

La parola è un oggetto verbale, non un sintomo psicologico: questa è la premessa da cui parte Balestrini. Quello che facciamo con le parole non racconta nulla che preesista al montaggio e allo smontaggio. È così che negli anni Sessanta la neo-avanguardia si adoperò per contrastare il piagnonismo populista di Pasolini Moravia e compagnia.

Quella poetica sperimentale si collegava a un movimento più vasto del pensiero di quel tempo, si collegava alla critica semiotica, a un certo fastidio per il dilagare dello psicologismo. Mi viene in mente una frase un po’ scherzosa ma mica tanto di Paolo Fabbri.

«L’inconscio non esiste, e la prova sta nel fatto che io non ce l’ho».

Il linguaggio non va considerato come espressione di qualcosa di più profondo, voleva dire Fabbri con quella battuta, il linguaggio è piuttosto il processo che produce tutto quel che si può produrre. Il linguaggio è un gioco di superficie che produce effetti di profondità.

Credo che questo abbia qualcosa a che fare con l’adesione a quel gruppo intellettuale che prese nome Potere operaio: il fastidio per i melodrammi della coscienza e dell’ideologia, il fastidio per i sentimenti e le bandiere.

Fuori i soldi e peri il resto sbrigatevela voi.

 

Ricordo quando andai a trovarlo a Parigi alla fine del 1979 o forse già nel 1980. Dopo il 7 aprile, quando la magistratura aveva dato ordine di arrestare un numero strabiliante di professori, artisti, poeti e militanti, Nanni era riuscito a fuggire. Era un provetto sciatore e si dice che sia andato sciando dall’altra parte di uno di quei valichi montani oltre i quali c’è la Francia. Non so se è vero, non gliel’ho mai chiesto, ma mi pare di ricordare che fu così che si allontanò dal teatro scottante delle operazioni.

Aveva trovato una casa in uno di quei viali intorno alla place de la Bastille, lo andai a trovare una sera e cenammo insieme, io lui e la donna con cui viveva allora, da cui più tardi ha avuto un figlio.

Non era un momento facile, per lui, e mi fece una certa impressione quando disse: guarda qua siamo come dei personaggi di Stendhal. E voleva dire la rivoluzione è finita e abbiamo perso e adesso siamo alla deriva, soli, in queste case silenziose senza sapere molto bene cosa fare, come continuare, e se continuare.

Mai lo avevo visto così sincero, così diverso dalla sua poetica, e quasi mi confuse e non risposi, forse sorrisi non so, ma di un sorriso malinconico.

Poi però lo rividi qualche mese dopo, ora era estate, e si era trasferito a Puyricard, dalle parti di Aix en Provence, dove viveva in una casa insieme a Sergio e c’era anche Giairo, e io tornavo da un lungo viaggio in Nepal. Aveva recuperato quel suo distacco elegante e un po’ assente ma sempre attento e un po’ sornione.

Quella sera provenzale passeggiammo nel dopo cena, e ci fermammo a lungo davanti a una balaustra che si affacciava su una vallata.

Non so perché, forse perché era in vena di filosofeggiare, o forse perché io gli avevo chiesto cosa stava scrivendo, se le vicende personali della latitanza e dell’esilio potevano influenzare la sua scrittura lui mi disse che per lui la letteratura non doveva avere niente a che vedere con le esperienze personali, e meno che mai con la psicologia. Niente niente niente.

Non ci debbono essere sentimenti, non si devono vedere i moti psicologici del soggetto narrante né quelli sofferenti né quelli affettuosamente carezzanti, non è questo che mi interessa, non è di queste cose che è fatta la poesia. Nell’ottocento si faceva così con tutte quelle lagne sentimentali e psicologiche, ma non oggi, oggi non dobbiamo raccontare sentimenti, e soprattutto deve scomparire il soggetto psicologico narrante, non è la sua voce che ci interessa sentire. Non leggiamo poesia per sentire la voce di un poeta, ma per sentire la voce del linguaggio.

Mentre diceva questo io pensavo al nostro incontro precedente, nella sua casa dalle parti della Bastille, quando mi aveva detto siamo come dei personaggi di Stendhal, lasciandosi prendere dalla commozione per un momento e cedendo allo psicologismo.

Non ho mai capito bene se quella sua timidezza narrativa fosse semplicemente una scelta di poetica o fosse anche un tratto del suo carattere. Naturalmente le due cose vanno insieme, ma lui lo avrebbe negato decisamente.

 

Forse dovrei precisare che della poetica di Nanni Balestrini me ne sono occupato a lungo e diciamo così molto da presso, e adesso vi spiego perché. Quando avevo venti anni (esattamente venti, non un anno meno non un anno più) stavo scrivendo la mia tesi di laurea con Luciano Anceschi, che di Balestrini era stato amico e maestro, e che aveva collaborato con lui nella redazione della rivista «Il Verri».

La tesi di laurea cui stavo lavorando allora con l’affettuosa e un po’ ironica supervisione di Anceschi era dedicata allo sperimentalismo letterario italiano. Balestrini era per così dire il mio oggetto di indagine privilegiato, insieme ai suoi colleghi poeti e teorici del Gruppo ’63.

Il pomeriggio del dodici dicembre 1970 mi trovavo a Milano in via Solferino numero ventitré, nella casa di Lucia e Oreste. Stavo a Milano come latitante per aver partecipato, a Bologna, a un corteo degli studenti di Potere operaio che si era azzuffato con i poliziotti.

Quel giorno a Milano ci furono dimostrazioni per l’anniversario della strage di stato, e uno studente di nome Saltarelli venne ucciso dalle parti di Piazza Fontana. Quando giunse la notizia Nanni mi disse la situazione qui potrebbe diventare pericolosa, perché non vieni a Roma? posso ospitarti a casa mia. Naturalmente accettai la sua proposta, partimmo il giorno stesso con la sua Citroen DS, e quella notte arrivammo in via Banchi Vecchi al numero cinquantotto dove Nanni abitava con Letizia e Uliano che aveva solo pochi mesi.

Nella casa di Nanni e Letizia finii di scrivere la mia tesi, poi gli eventi della vita e quelli del movimento si complicarono un po’, e dovetti attendere qualche anno prima di andarlo a trovare nuovamente a Puyricard, dove ebbi modo di mettere a fuoco un po’ meglio la questione.

La questione? Quale questione? Di che questione stiamo parlando? Ma è ovvio, ve l’ho già detto: l’enigma della Sfinge che sa che non c’è niente da scoprire, perché tutto sta scritto sulla sabbia del deserto e mai ci sarà modo di sapere.