Tra le rovine del vecchio mondo e i vagiti di una nuova civiltà. (Prima parte)

Qui di seguito alcune interviste scritte con cui Raoul Vaneigem ha risposto alle domande di una stampa francese abbondantemente in preda alla confusione e a corto di punti di riferimento sia per capire che per recuperare. Ne emergono diverse riflessioni utili all’autentico dibattito – non quello spettacolare e paternalistico messo in scena per mesi dal potere – tuttora in corso in Francia tra, su e oltre i Gilets jaunes.

Sergio Ghirardi (traduttore)

Intervista a Raoul Vaneigem per Ballast

1) Lei ha scritto all’inizio degli anni 2000 che le parole “comunismo”, “socialismo” e “anarchismo” non sono più che degli “involucri vuoti e definitivamente obsoleti”. Queste tre parole hanno tuttavia permesso agli esseri umani di rendere pensabile l’emancipazione e la fine dello sfruttamento. Come rimpiazzarle?

Nel 2000 era ormai parecchio che l’ideologia, di cui Marx denunciava il carattere menzognero, aveva svuotato della loro sostanza dei concetti che, fuoriusciti dalla coscienza proletaria e forgiati dalla volontà d’emancipazione, non erano più che i vessilli branditi dai protagonisti di una burocrazia sindacale e politica. Le lotte di potere avevano rapidamente soppiantato la difesa del mondo operaio. Sappiamo come la lotta per il proletariato sia scaduta in una dittatura esercitata in suo nome contro di lui. Il comunismo e il socialismo ne sono stati la prova. L’anarchismo della rivoluzione spagnola non è stato da meno – penso alle fazioni della CNT e della FAI complici della Generalità catalana.

Comunismo, socialismo, anarchismo erano dei concetti già passabilmente rovinati quando il consumismo ha ridotto a niente persino la loro copertura ideologica. L’attività politica è diventata un clientelismo, le idee sono diventate degli articoli di cui i depliant di supermercato stimolano la vendita promozionale. Le tecniche pubblicitarie hanno sconfitto la terminologia politica mescolando come si sa, destra e sinistra. Quando si vede da un lato il ridicolo di elezioni accaparrate da una democrazia totalitaria che prende le persone per degli imbecilli e dall’’altro il Movimento dei Gilets jaunes che irride le etichette ideologiche, religiose, politiche e che rifiuta capi e rappresentanti non nominati dalla democrazia diretta delle assemblee affermando la sua determinazione a far progredire il senso umano, si ha ragione di dire che di tutto questo pasticcio ideologico che ha fatto scorrere tanto sangue, ottenendo al massimo delle conquiste sociali ormai annichilite, non c’importa decisamente più niente!

2) Il suo ultimo libro riguarda i gilets jaunes. Questo movimento le è apparso come una “gioia” e un “immenso conforto”. Che cosa implica quest’entusiasmo?

Non esprime niente di più né di meno di quel che preciso nell’Appello alla vita[1]: ”È fin dal Movimento delle occupazioni del maggio 1968 che passo anche agli occhi dei miei amici per un inguaribile ottimista le cui elucubrazioni gli han fatto girare la testa. Fatemi il favore di credere che non m’importa nulla d’aver avuto ragione allorché un movimento di rivolta (e non ancora di rivoluzione, ben lungi) conferma la fiducia che ho sempre accordato alla parola libertà tanto abusata, corrotta e sostanzialmente marcita. Perché mai il mio attaccamento viscerale alla libertà dovrebbe ingombrarsi di torto e ragione, di vittorie e sconfitte, di speranze e delusioni quando si tratta soltanto per me di strapparla in ogni istante alle libertà del commercio e della predazione che la uccidono e di restituirla alla vita di cui essa si nutre?

Questo momento lo sogno fin dall’adolescenza. Ha ispirato, più di cinquanta anni fa, il Trattato del saper vivere a uso delle giovani generazioni[2]. Non mi si toglierà il piacere di salutare questi Gilets jaunes che non hanno davvero avuto bisogno di leggere il Trattato per illustrare la sua messa in pratica poetica. Come non ringraziarli nel nome dell’umanità che hanno deciso di affrancare da ogni barbarie?

3)Lei oppone alla democrazia parlamentare la democrazia diretta fondata su assemblee auto organizzate. Il che fa pensare ovviamente a Murray Bookchin – anche se l’IS[3] lo aveva qualificato di “cretino confusionista” nel 1967! Tuttavia almeno due punti vi separano: il principio e la nozione di potere che Lei rigetta in blocco. Bookchin affermava, invece, che solo la legge maggioritaria permette la democrazia e che la ricerca di consenso induce a un “autoritarismo insidioso” e a “manipolazioni grossolane”; stimava ugualmente che cercare di abolire il potere è altrettanto “assurdo” che voler farla finita con la gravità: “Bisogna soltanto dargli una forma istituzionale concreta d’emancipazione”. Come si spiega il suo rifiuto?

Fu un errore sottovalutare Bookchin e l’importanza dell’ecologia. Non è stato il mio solo errore né il solo dell’IS. Tuttavia questo errore ha una causa Essa risiede nella confusione (di cui il Trattato non è esente) tra l’intellettualità e la presa di coscienza dell’Io e del mondo, tra l’intelligenza della testa e l’intelligenza sensibile del corpo. Gli avvenimenti recenti aiutano a chiarire la nozione d’intellettualità.

I Gilets jaunes che scandiscono ostinatamente alla faccia dello Stato “siamo qui, siamo qui” fanno fremere le élites intellettuali di ogni bordo, quelle che, progressiste o conservatrici, si attribuiscono la missione di pensare per gli altri. Niente di sorprendente che i seguaci del gauchismo e della critica-critica si siano impegnati a schernirli dall’’alto della loro sufficienza!

Chi sono mai questi zoticoni che battono il marciapiede? Hanno la testa vuota, non hanno programma né idee. Olà! Questi operai, contadini, piccoli commercianti, artigiani, imprenditori, pensionati, insegnanti, disoccupati, lavoratori consumati dalla ricerca di un salario, poveri senza un tetto, studenti senza scuola, automobilisti da tassare e ai quali far pagare il pedaggio, avvocati, ricercatori scientifici; insomma tutte quelle e quelli che sono semplicemente disgustati dall’’ingiustizia e dall’’arroganza dei morti-viventi che ci governano. Uomini e donne di ogni età hanno bruscamente smesso di stiparsi in una massa gregaria, hanno abbandonato le greggi belanti della maggioranza silenziosa. Non è gente da niente, è gente ridotta a niente che ne prende coscienza e ha un progetto: istaurare la preminenza della dignità umana distruggendo il sistema di profitto che devasta la vita e il pianeta.

Il loro terreno è la realtà vissuta, quella di un salario, di un magro contributo sociale, di una pensione insufficiente, di un’esistenza sempre più precaria in cui la parte di vita vera si fa rara. Una realtà siffatta si urta a una ginnastica delle cifre praticata nelle alte sfere. Se la sottilità dei calcoli ha di che far perdere la ragione, il risultato finale è invece di una semplicità esemplare e preoccupante: accontentatevi dell’elemosina concessa dai poteri pubblici (finanziati da voi) e fate in fretta a morire da cittadini rispettosi delle statistiche che tengono conto del numero eccessivo di vecchi, di vecchie e di altri anelli che rendono fragile la catena della redditività.

Questo scarto tra la vita e la sua rappresentazione astratta permette di capire meglio oggi quel che è l’intellettualità. Lungi dal costituire un elemento inerente alla natura dell’essere umano essa è un effetto della sua denaturazione. Essa deriva da un fenomeno storico, il passaggio da una società fondata su un’economia di raccolta a un sistema principalmente agrario che pratica lo sfruttamento della natura e dell’uomo da parte dell’uomo.

L’apparizione delle Città-Stato e lo sviluppo delle società strutturate in classe dominante e classe dominata ha sottoposto il corpo alla stessa divisione. Il carattere gerarchico del corpo sociale, composto di signori e schiavi, va di conserva, nel susseguirsi dei secoli, con una segmentazione che affligge il corpo dell’uomo e della donna. La testa – il capo – è chiamata a governare il resto del corpo. Lo Spirito, celeste e terrestre, doma, controlla e reprime le pulsioni vitali così come il prete e il principe impongono la loro autorità allo schiavo. La testa assume la funzione intellettuale – privilegio dei signori – che detta le sue leggi alla funzione manuale, attività riservata agli schiavi. Stiamo ancora pagando i tributi di quest’unità perduta, di questa rottura che consegna il corpo individuale e carnale a una guerra endemica con se stesso.

Nessuno sfugge a quest’alienazione. Da quando la natura, ridotta a un oggetto mercantile, è diventata (così come la donna) un elemento ostile, spaventoso, disprezzabile, siamo tutti in preda a questa maledizione che può essere soltanto sradicata da un’evoluzione restauratrice della natura, da un’umanità in simbiosi con tutte le forme di vita. Messaggio per quanti e quante ne hanno abbastanza delle scempiaggini dell’ecologismo!

Sono esistiti, in un passato recente, degli operaisti abbastanza stupidi e contorti per glorificare lo statuto di proletario come se questi non fosse bollato dal marchio di un’indegnità dalla quale solo una società senza classi renderebbe possibile emanciparsi.

Chi vediamo oggi infatuarsi di questa funzione intellettuale che è una delle ragioni maggiori della miseria esistenziale e dell’incomprensione di sé e del mondo? Dei segugi in agguato di un potere da esercitare, dei candidati al ruolo di capetto, degli aspiranti al ruolo di guru.

Quando un movimento rivendica un rifiuto radicale dei capi e dei rappresentanti non scelti dagli individui che compongono un’assemblea di democrazia diretta, non sa che farsene di questi intellettuali fieri della loro intellettualità. Non cade nella trappola dell’anti intellettualismo professato dagli intellettuali del populismo di stampo fascista (“quando intendo la parola cultura, tiro fuori la pistola”non fa che tradurre il partito preso intellettuale dell’oscurantismo e dell’ignoranza militante, tanto cari all’integralismo religioso e ai militanti neo nazisti).

Non c’è bisogno di denunciare i capi che intrallazzano nelle assemblee di autogestione, quanto di accordare la preminenza alla solidarietà, al sentimento umano, alla presa di coscienza della nostra forza potenziale e della nostra immaginazione creatrice. Certo, la messa in atto deliberata di un progetto più vasto è ancora incerta e confusa ma è almeno già l’espressione di una sana e tranquilla collera che decreta: più nessuno mi darà degli ordini, più nessuno mi abbaierà addosso!

Per quanto riguarda la questione della maggioranza e della minoranza mi sono spiegato più di una volta in proposito. Secondo me, il voto in assemblea autogestita non può ridursi al quantitativo, al meccanico. La legge dei numeri si accorda poco con la qualità della scelta. Per quale ragione una minoranza dovrebbe inchinarsi di fronte a una maggioranza? Non significa forse ricadere nel vecchio dualismo della forza e della debolezza? Passi per le situazioni in cui l’urgenza prescrive di evitare le discussioni e le tergiversazioni senza fine, ma anche se si tratta di decidere di un’inezia senza conseguenze gravi, la concertazione, il dialogo, la conciliazione, l’armonizzazione dei punti di vista, detto altrimenti il superamento dei contrari, sono certamente preferibili alla relazione di potere che implica la dittatura delle cifre. Cerchiamo di non dover “lavorare nell’urgenza”.

A fortiori, fosse pure adottata a larga maggioranza, stimo inaccettabile una decisione inumana – una punizione, una pena di morte, per esempio. Non sono gli esseri umani che vanno messi in condizione di non nuocere, ma un sistema, le macchine dello sfruttamento e del profitto. Il senso umano di uno solo avrà sempre la meglio sulla barbarie di molti.

4) Chiunque s’identifichi con un territorio o una lingua, Lei ha scritto, si spoglia della sua vitalità e della sua umanità. Tuttavia, essere senza radici e senza lingua materna, non è forse il destino dei soli robot?

Curiosa alternativa dover scegliere tra l’appartenenza a un’entità geografica e l’erranza dell’esiliato. Da parte mia, la mia patria è la terra. Identificarmi con l’essere umano in divenire – quel che mi sforzo di essere – mi dispensa dal versare nel nazionalismo, nel regionalismo, nel comunitarismo etnico, religioso, ideologico, dal soccombere a quei pregiudizi arcaici e morbosi che la robotizzazione tradizionale dei comportamenti perpetua. Lei invoca l’internazionalismo mafioso della mondializzazione. Io scommetto su un’internazionale del genere umano e ho sotto gli occhi la pertinacia di un’insurrezione pacifica che la concretizza.

5) Lei invita a non collaborare più con lo Stato perché non è che il valletto “delle banche e delle imprese multinazionali”. Per dirlo chiaro: a non pagare più le tasse. Molti continuano a pensare, in seno al movimento anticapitalista, che quel che Bourdieu chiamava “la mano sinistra” dello Stato – i servizi pubblici, per esempio – merita ancora di essere salvato. Dobbiamo dunque tranciare le due mani senza più esitare?

Salvare le conquiste sociali? Sono già perdute. Treni, scuole, ospedali, pensioni sono spinte alla demolizione dal bulldozer dello Stato. La liquidazione continua. La macchina del profitto di cui lo Stato non è che un banale ingranaggio, non farà dietrofront. Le condizioni ideali sarebbero per lo Stato d’intrattenere un’atmosfera di guerra civile con cui impaurire gli spiriti e rendere il caos redditizio. Le mani dello Stato non manipolano che il denaro, il manganello e la menzogna. Come non dare piuttosto fiducia alle mani che nei crocevia, nelle case del popolo, nelle assemblee di democrazia diretta, si attivano alla ricostruzione del bene pubblico?

6) Lei è favorevole a un “contributo mensile” – quel che altri chiamano reddito di base o reddito universale. Senza lo Stato in che modo istituirlo?

Il principio di accordare a tutti e tutte di che non sprofondare sotto la soglia della miseria partiva da una buona intenzione. L’ho abbandonata di fronte all’evidenza. Era un modo d’illudersi sull’intelligenza che non aveva ancora totalmente disertato la testa dei governanti. Un certo Tobin aveva proposto di eseguire sulla bolla finanziaria, minacciata di apoplessia, un prelevamento salutare di qualche 0,001 per cento che avrebbe permesso di evitare l’implosione finanziaria e di investire il montante della tassa per la tutela delle conquiste sociali. La decomposizione accelerata dei cervelli delle élites statali esclude ormai una misura che del resto gli ultimi residui del socialismo non avevano osato adottare.

Lo Stato non è ormai più che un Leviatano ridotto alla funzione grandguignolesca di gendarme. Tutto riprende radice alla base. Là andremo a imparare a premunirci dalle ricadute della grande Fandonia statale e dal disegno di coinvolgerci nel suo crollo. Se si vedono uscire dalle loro tane tanti sociologi, politologi, nullità filosofiche, non è forse perché la nave affonda?

Tutto è da ricostruire, vuoi da reinventare: insegnamento, terapie, scienze, cultura, energia, permacultura, trasporti. Che il dibattito, il dialogo, le riflessioni si situino su questo terreno, non nelle sfere eteree della speculazione economica, ideologica, intellettuale!

Non tocca a noi reinventare una moneta di scambio e una banca solidale che preparando la scomparsa del denaro, permetterebbero di assicurare a ciascuna e a ciascuno un minimo vitale?

7) Lei mette in avanti il Chiapas zapatista e il Rojava comunalista.Queste due esperienze si fondano, in parte, su un esercito: l’EZLN e il YPG/J. In che modo il suo appello a “fondare dei territori” affrancati dal potere centrale e dal mercato mondiale si posiziona sulla questione cruciale dell’autodifesa, visto che lo Stato finirà, prima o poi, per inviare i suoi gendarmi o il suo esercito?

Va da sé che ogni situazione presenta una specificità che esige un trattamento appropriato. Notre Dame des Landes non è il Rojava. L’ELZN non è un prodotto d’esportazione. A ogni territorio in via di liberazione le sue forme particolari di lotta. Le decisioni appartengono a quelle e quelli che sono sul terreno.

Tuttavia, è bene ripeterlo: il modo di affrontare gli esseri e le cose varia secondo la prospettiva adottata. L’orientamento dato alla lotta esercita un’influenza considerabile sulla sua natura e sulle sue conseguenze. Il comportamento varia totalmente se si combatte militarmente la barbarie con le armi della barbarie o se le si oppone come un fatto compiuto quel diritto incomprimibile alla vita che talvolta regredisce ma non è mai vinto e ricomincia incessantemente.

La prima opzione è quella della guerriglia. Il gauchismo paramilitare ha dimostrato con le sue sconfitte che scendere sul terreno del nemico significava piegarsi alla sua strategia e subirne la legge. La vittoria dei conflitti con pretesa di emancipazione ha fatto anche peggio. Il potere insurrezionale ha rivolto i suoi fucili contro quelle e quelli che gli avevano permesso di trionfare.

In Lo Stato non è più niente, sta a noi essere tutto[4], ho azzardato la formula “Né guerrieri né martiri”. Essa non dà alcuna risposta ma pone solamente la questione: come fare della volontà di vivere e della propria coscienza umana un’arma che non uccide, un’arma assoluta?

L’energia che i casseurs militanti sprecano in incendi di spazzatura e in rottura di vetrine non sarebbe forse più giudiziosa nella difesa delle ZAD (zone da difendere) in lotta contro la produzione di nocività e d’inutilità redditizie? Un’interrogazione similare vale per i manifestanti che portano a spasso episodicamente l’illusione di ottenere delle misure in favore del clima. Che cosa attendersi da Stati che sono i commessi viaggiatori dell’economia inquinante? La presenza massiccia dei protestatari sarebbe più auspicabile laddove questa economia avvelena una regione, un territorio. L’incontro di una violenza cieca con una volontà tranquilla ma decisa non avrebbe forse qualche speranza di fondare una sorta di pacifismo insurrezionale la cui ostinazione potrebbe spezzare poco a poco il giogo dello Stato di profitto?

8) Lei ha più volte avanzato che “la trasgressione è un omaggio al divieto”. Che la distruzione (in francese, la casse) non serve l’affrancamento; peggio, ch’essa “restaura” l’ordine. Il sollevamento dei Gilets jaunes ha trasformato numerosi “non-violenti” in simpatizzanti dei Black Bloc; solo la violenza (in francese, le casse), dicono in sostanza, ha permesso di far reagire il potere; solo il fuoco è riuscito a far tremare Macron. È falso?

Che bella vittoria far tremare un tecnocrate che ha il cervello di un registratore di cassa! Lo Stato non ha ceduto nulla, non lo può, non lo vuole. La sua sola reazione è consistita nel sopravvalutare le violenze nel ricorrere al pestaggio fisico e mediatico per sviare l’attenzione dai veri casseurs, quelli che rovinano il bene pubblico. Come ho già detto le vetrine in frantumi tanto care ai giornalisti, sono l’espressione di una collera cieca. La collera si giustifica, la cecità no! Il valzer a mille tempi dei pavé e dei lacrimogeni fa del surplace. Gli organi di governo vi trovano il loro conto.

Quel che è vincente è lo sviluppo della coscienza umana, la decisione sempre più ferma, nonostante la stanchezza e i dubbi presi in conto dalla paura e dalla meschinità mediatica. La potenza di questa determinazione non cesserà di crescere perché non si cura né di vittoria né di sconfitta. Perché senza capi né rappresentanti recuperatori essa è là, presente, e assume da sola – per tutte e per tutti – la libertà di accedere a una vita autentica.

Siatene certi: la democrazia è in piazza, non nelle urne.

9) Nel 2003, conLe Chevalier, la Dame, le Diable et la mort”, Lei ha consacrato delle belle pagine alla questione animale che si è in seguito imposta quasi quotidianamente nel dibattito pubblico. Lei ha parlato recentemente di una “nuova civiltà” da creare; potrà essa voltare la pagina dei massacri giornalieri di animali sui quali si ergono ancora le nostre società?

I biotopi devastati, i pesticidi, i massacri di api, di uccelli, d’insetti, la fauna marina soffocata dal versamento in mare di plastiche, l’allevamento concentrazionario delle bestie, l’avvelenamento della terra, dell’aria, dell’acqua altrettanti crimini che l’economia di profitto perpetua impunemente, in tutta legalità prefabbricata. Agli indignati che strepitano che “bisogna salvare l’umanità dal disastro”, i cadaveri che ci governano oppongono lo spettacolo di promesse non tenute e insostenibili. Reiterano cinicamente il carattere irrevocabile del loro decreto: bisogna salvare l’economia, la redditività, il denaro e pagare, per questo nobile ideale, il prezzo della miseria e del sangue.

Il loro mondo non è il nostro: lo sanno e se ne fottono. A noi di decidere della nostra vita e del nostro ambiente. A noi di ridere dei loro obblighi burocratici, giuridici, polizieschi troncando la loro impresa alla base, là dove siamo, là dove ci soffoca. Come dicevano i sanculotti del 1789: “Ve ne fottete di noi? Non ve ne fotterete a lungo!”.

Ci incamminiamo verso uno stile di vita fondato su una nuova alleanza con l’ambiente naturale. È in una tale prospettiva che la sorte delle bestie sarà abbordata, non con uno spirito caritativo o compassionevole ma sotto l’angolo di una riabilitazione: quella dell’animalità che ci costituisce e che sfruttiamo, torturiamo, reprimiamo nello stesso modo in cui maltrattiamo, reprimiamo, maltrattiamo quei fratelli inferiori che sono anche i nostri fratelli interiori.

10) Lei invita comunque, nel suo ultimo scritto a “ristabilire la preminenza dell’umano”. Come assumere la singolarità dell’Homo Sapiens ricordandogli al tempo dell’antropocene che dovrebbe farsi più piccolo giacché non rappresenta che lo 0,01 % della biomassa?

Sarebbe l’ora che il ya basta, siamo stufi, ce n’è abbastanza! si applichino a quel dogma fabbricato da un sistema di sfruttamento che, facendo la parte bella ai signori propagava la credenza nella stupidità e nella debolezza innata dell’essere umano. Non si è smesso di abbassarlo questo povero diavolo. Non è stato a lungo che una deiezione degli Dei, triturato secondo il gusto dei loro capricci. Lo si è caricato di una maledizione ontologica, di una malformazione naturale, di uno stato di puerilità permanente che rendeva necessaria la tutela di un signore. Finisce oggi in una spazzatura in cui è ridotto a un oggetto, a una cifra, a una statistica, a un valore mercantile.

Tutto salvo riconoscergli una creatività, una ricchezza potenziale, una soggettività che aspira ed esprimersi liberamente. Voi continuate a predicare l’angoscia degli spazi infiniti del giansenista Pascal, mentre una rivoluzione della vita quotidiana avvantaggia l’individuo e lo inizia a una solidarietà capace di liberarlo dal calcolo egoista e dall’’individualismo in cui lo rinchiudeva la società gregaria. Quando degli uomini e delle donne gettano le basi di una società egualitaria e fraterna, il sermone rimasticato incessantemente dai propagandisti della servitù volontaria trova dunque ancora dei portavoce!

I soli spazi infiniti che mi appassionano sono quelli che l’immensità di una vita da scoprire e da creare apre davanti a noi. Si gridava ieri “A cuccia i promotori di re e di curati!” Sono gli stessi oggi, riconvertiti. A cuccia i promotori di mercato.

 

[1] L’Appel à la vie è una breve sintesi appena pubblicata in Francia a seguito di Sull’autogestione della vita quotidiana contributo all’emergenza di territori liberati dall’’impresa statale e mercantile, Derive Approdi, Roma 2019.

[2] R. Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Castelvecchi, Roma 2006.

[3] Internazionale situazionista alla quale Vaneigem ha grandemente contribuito.

[4] R. Vaneigem, Lo Stato non è più niente, sta a noi essere tutto, Nautilus Torino 2010.