Tra le rovine del vecchio mondo e i vagiti di una nuova civiltà. (Seconda parte)

Qui di seguito alcune interviste scritte con cui Raoul Vaneigem ha risposto alle domande di una stampa francese abbondantemente in preda alla confusione e a corto di punti di riferimento sia per capire che per recuperare. Ne emergono diverse riflessioni utili all’autentico dibattito – non quello spettacolare e paternalistico messo in scena per mesi dal potere – tuttora in corso in Francia tra, su e oltre i Gilets jaunes.

Sergio Ghirardi (traduttore)

Intervista a Raoul Vaneigem per We demain n° 26

1. Mezzo secolo dopo il maggio 68 nessuno slogan della contestazione è arrivato alle caviglie di quelli che Lei ha ispirato all’epoca. I poeti guardano altrove?

La poesia scritta non è che la schiuma della poesia vissuta. L’atto poetico per eccellenza è oggi il risveglio della coscienza umana dopo cinquanta anni di sonnolenza, d’abbrutimento consumistico e mediatico. Le parole “Risveglio delle lucciole” iscritte sul gilet jaune di una manifestante mi sembrano altrettanto promettenti del ritornello del 1968 “Vogliamo vivere e non sopravvivere”. Come esprimere meglio il ritorno alla vita e il rifiuto della distruzione della terra da parte della grande macinatrice del profitto?

2. Considera le ZAD come zone di autonomia la cui genesi discenderebbe dal pensiero situazionista e gli zadisti come neosituazionisti? Nel qual caso come definirebbe questo situazionismo del XXI secolo?

Non ci sono neosituazionisti. Il situazionismo è una volgare ideologia, utile per infarinare i cialtroni che arrivano al ridicolo di chiamare filosofia la nullità mentale di cui si saziano le mondanità parigine. Per contro, il pensiero che ha nutrito la radicalità del Maggio 1968 sta ancora lentamente aprendosi un varco. Ricordiamo che non si trattava nientedimeno che di fondare una società autogestita in cui le assemblee di democrazia diretta mettessero fine allo Stato, al “mostro freddo” protettore degli sfruttatori e oppressore degli sfruttati. L’alleanza del partito comunista e del governo francese aveva allora spezzato uno slancio rivoluzionario, in realtà già degradato dall’interno dall’arrivismo dei piccoli caporali gauchisti. Che non ci siano capi tra i Gilets jaunes e che solo l’avvallo delle assemblee accrediti un porta parola marca un netto progresso rispetto al movimento delle occupazioni del 1968.

3. Lei dice che “la storia non manca di momenti in cui la poesia trionfa sulla barbarie”. Questo trionfo è stato talvolta l’opera di un uomo provvidenziale, di un eroe, come Gandhi o Mandela. Il carattere tutelare che rappresenta un tale personaggio impedisce l’evoluzione verso una società autogestita?

L’uomo provvidenziale è il prodotto di uno choc sismico tra il sistema economico in cerca di una nuova forma e l’insoddisfazione esistenziale di una popolazione che dispera di accedere a una sorte migliore. Anche se Gandhi e Mandela hanno incarnato la speranza di un miglioramento sociale, non avevano alcuna possibilità di sradicare la miseria del loro paese perché erano lo Stato, il Leviatano degli interessi privati, il potere cher protegge opprimendo. Sono stati i pastori di una barbarie in transumanza. Avevano perlomeno conservato una coscienza umana e fatto mostra di una generosità riformista di cui non ignoravano i limiti. Sappiamo che da Bonaparte a Pol Pot, la brutalità e la meschinità hanno sempre favorito l’accesso di una guida suprema alla testa di un paese. Tuttavia, oggi quale Provvidenza potrebbe accomodarsi di un meccanismo rudimentale la cui funzione è di ticchettare al ritmo di una macchina assurda, sprovvista di umanità?

4. Lei dice della poesia che è “l’antidoto dell’intellettualità”, e anche che può “sradicare la nocività del capitalismo parassitario”. La si può insegnare al bambino? Sottraendolo alla scuola? Con quali cambiamenti nei metodi educativi?

Sarebbe prerogativa del bambino insegnarci l’arte di essere umani se l’educazione che gli applichiamo non gli disapprendesse a vivere. Lasciarlo libero di scoprire l’esperienza della vita in comune, i conflitti che essa genera e la loro soluzione possibile, questo è il progetto diffuso oggi dalla volontà di sradicare l’insegnamento concentrazionario, l’indottrinamento alla servilità di cittadinanza, l’iniziazione alle pratiche di predazione, della concorrenza, della competizione, la fabbricazione di quegli schiavi di mercato di cui i tecnocrati che pretendono di governarci illustrano il ridicolo pietoso. La forza del movimento sovversivo di cui i Gilets jaunes non sono che un epifenomeno, dipende principalmente dalla volontà di un ritorno alla base e dall’attenzione di abbordare dal punto di vista delle preoccupazioni locali – villaggio, quartiere, regione – dei problemi che lo Stato non può e non vuole gestire che a vantaggio delle potenze finanziarie. È giunta l’ora di fare della scuola l’affare di tutte e di tutti, di sottrarla allo Stato e alla sua scienza senza coscienza.

5. Ha conoscenza dell’esistenza nel mondo di zone in cui la poesia, la creatività, le arti abbiano più possibilità di fiorire che altrove?

Dovunque le donne sono al cuore della lotta per la vita sovrana, dovunque la loro decisione infrange il potere patriarcale e supera l’opposizione tra virilismo e femminismo che troppo sovente frena e occulta un’aspirazione comune a essere semplicemente umani. Dovunque la solidarietà senza frontiere abolisce il razzismo, l’antisemitismo (questo “socialismo degli imbecilli”), la xenofobia, il sessismo, l’omofobia. Dovunque è spazzata via la struttura gerarchica e la tecnica del “capro espiatorio” indispensabile all’arte di sottomettere i propri simili.

6. Lei dice che “non c’è cuore nel quale non dimori una potenza di vita avida di affermarsi affinandosi alla luce della propria intelligenza sensibile”. Questa “intelligenza sensibile” che attraversa tutti i suoi scritti non è la fonte viva della sua filosofia?

Essa è soprattutto sorgente di vita. Affinare ogni giorno la coscienza della mia volontà di vivere mi dispensa dal sostenere un ruolo. Non sono né filosofo, né scrittore, né agitatore, né maître à penser. Combattere il vecchio mondo mi aiuta ad “avanzare nell’inverno a forza di primavere”, come dice Charles de Ligne. Che noi siamo entrati in un periodo critico in cui la minima contestazione particolare si articola su un insieme di rivendicazioni globali m’incanta, come m’incanta, in questo movimento di rivolta in cerca di una rivoluzione, la lotta del cuore contro lo spirito
del registratore di cassa.

7. Lei dice che “persino l’insubordinazione è rassegnata”. Pensa questo dei Gilets jaunes?

Troppe lotte d’emancipazione sono state logorate fin dall’inizio dall’dea di una sconfitta ineluttabile. I “no pasaran” e altre fanfaronate del trionfalismo non hanno mai fatto altro che esorcizzare il panico inerente a un’azione militare. La servitù volontaria costruisce attorno a noi dei muri del pianto che giustificano e alimentano la nostra rassegnazione. A differenza dei movimenti rivendicativi del passato, la grande ondata insurrezionale che agita la Francia non si preoccupa né di vittoria né di sconfitta, ma insiste nel manifestare la sua intenzione incrollabile, la sua volontà di ricominciare senza sosta; come rinasce senza sosta la passione di vivere.

8. Per Lei il movimento dei Gilets jaunes non è altro che una jacquerie che alimenta il sistema oppure segna l’irruzione di una contestazione radicale?

Certamente il potere statale e mercantile preferirebbe non cogliervi altro che un rimasuglio di jacquerie, uno di quei moti plebei tradizionalmente soffocati nel sangue. Purtroppo per lui l’insurrezione popolare ricorda piuttosto quella del 14 luglio 1789, quando un pugno di pazzoidi che non avevano letto né Diderot né d’Holbach, né Rousseau né Meslier hanno offerto al pensiero illuminista la fiaccola di una libertà che continua a rischiarare il mondo, allorché la parola “libertà” è invece corrotta. Siamo in diritto di parlare di una poesia fatta da tutti quando la coscienza umana smonta la menzogna che identifica la libertà con la libertà di commercio, la libertà di sfruttare, di uccidere, di avvelenare. Come potrebbe il governo non essere condannato a uno sgomento crescente? Come potrebbe comprendere che quella che è cominciata non è una lotta contro lo Stato ma una lotta per la vita?

9. Lei dice che il “vecchio potenziale di credulità non ha alcuna difficoltà nell’approfittare delle predizioni scientifiche che, dal cataclisma nucleare a quello ecologico, passando per il valzer macabro delle pandemie, hanno un enorme successo”. Aggiungerebbe i teorici della collapsologia tra questi “commercianti”?

Io saluto le sentinelle che vigilano. Che le sirene d’allarme risuonino in ogni luogo per mettere in guardia contro il degrado climatico, l’avvelenamento agroalimentare, l’inquinamento industriale e il cinismo di un governo che protegge Total, ma istaura una tassa sul carburante. Ciò contribuisce al risveglio delle coscienze ma queste manifestazioni non faranno cambiare di una virgola la politica degli Stati, indissolubilmente asserviti alle multinazionali che fanno del pianeta un deserto. Nel solco della sconfitta dei militanti si sviluppa dunque un’ideologia della catastrofe ineluttabile, un sentimento di fatalità. Il mercato della paura è là per farsi carico della disperazione di chi ha l’impressione di battersi invano. Un’energia considerevole si dissipa nell’angelismo delle buone intenzioni, nell’indignazione impotente delle proteste di piazza. Non sarebbe più utile investire questa energia nella lotta che le ZAD conducono nelle loro regioni contro le nocività, le imprese inquinanti, l’avvelenamento delle terre, dell’acqua, del cibo? È a questo livello locale che trovano senso ed efficacia le vere rivendicazioni in favore del clima e dell’ambiente.

10. Lei ci ricorda che ogni pensiero sovversivo è portatore di una nuova tirannia. Se riuscissimo a sovvertire contemporaneamente il capitalismo planetario, la società dei consumi, quella dello spettacolo e persino l’uso della moneta, di quale tirannia dovremmo allora diffidare?

Senza dubbio del riflesso predatore, di quel residuo di animalità non superata, del fascino morboso esercitato dal potere. Fin dall’apparizione delle Città-Stato datano le guerre, la risoluzione dei conflitti attraverso la violenza, il patriarcato, la gerarchia che divide la società in signori e schiavi. Quel che una menzogna secolare attribuisce alla natura umana è in realtà l’effetto di una denaturazione che tocca l’uomo e la donna, li disumanizza attraverso un sistema di sfruttamento, impone loro una separazione fittizia con una testa dirigente, emanazione del lavoro intellettuale, e un corpo forzato al lavoro manuale. Più che la ripetizione di suppliche morali, l’instaurazione di uno stile di vita verrà a capo di questa tara che ci affligge da millenni.

11. Lei propone di “avanzare verso una metamorfosi in cui l’uomo, artista totale della propria esistenza, diventerebbe un essere umano in un processo sperimentale capace di aprire il campo di tutti i possibili”. Non è proprio questo campo di tutti i possibili, questa libertà che tetanizza? Non è forse la paura l’ostacolo maggiore all’avvento dell’Homo ecologicus?

L’annotazione di Scutenaire “Poveri uccelli che non mangiate se non con gran paura” si applica all’esistenza quotidiana di milioni di donne e uomini trattati dal sistema di sfruttamento economico e sociale come un misto di bestie da soma e di bestie da preda. Finché la volontà di vivere non avrà abolito la lotta di sopravvivenza (struggle for life) e fatto tabula rasa delle arene della miseria concorrenziale, la paura resterà onnipresente. Solo ne verrà a capo (di essa e della sua sorella gemella, la colpevolezza) una gioia di vivere che non ha bisogno che di audacia e ancora di audacia per rivendicare la sua sovranità assoluta.

12. Quali consigli di lettura darebbe alle generazioni future?

Imparare innanzitutto a decifrare la loro esistenza, quella che è loro imposta da una società di predatori e quella che dal fondo del cuore, desiderano con passione. Consiglio loro, incidentalmente, di sfogliare a titolo d’informazione il libro più durevolmente vietato e occultato della storia, Il discorso della servitù volontaria scritto da un adolescente di diciassette anni, Etienne de la Boétie.