Davide Steccanella su «Figli dell’officina» di Enrico Galmozzi

“Questa testimonianza è un documento fondamentale per la ricostruzione storica di una componente di quella conflittualità politica e sociale che ha infiammato il nostro paese negli anni Settanta dello scorso secolo”, si legge sulla quarta di copertina di Figli dell’officina di Enrico Galmozzi.
Al termine della lettura, dico subito che non è un libro “facile”, posso dire che è vero che è una “testimonianza”, in quanto è scritto da chi ha direttamente partecipato ai fatti che racconta, ed è vero che è “fondamentale”, in quanto, ricostruendo quella “componente sociale” di quel conflitto, e che è poi quella operaia, ne aiuta a comprendere meglio, a distanza di quasi cinquant’anni, il suo significato storico.
Con questo lavoro potremmo dire che la casa editrice romana DeriveApprodi completa l’opera di ricostruzione esclusivamente “storica” di quel periodo dopo i precedenti testi dedicati alle origini di Autonomia operaia, Brigate rosse e Potere Operaio, definitivamente sfatando una delle principali vulgate da sempre inquinanti la gran parte della pubblicistica sul fenomeno della lotta armata in Italia.
Come ricostruito nel testo di Marco Clementi, Paolo Persichetti e Elisa Santalena, che aveva non a caso per sottotitolo Dalle fabbriche alla campagna di primavera, non soltanto le Brigate rosse, ma anche Prima Linea, ci spiega Galmozzi, sono nate nelle fabbriche milanesi.
Il dato, che per chi conosce quella storia potrebbe ritenersi assodato, risulta invece ancora oggi tenuto rigorosamente celato ai più, perché contrario alla ricostruzione che vuole a tutti i costi un terrorismo avulso dalla conflittualità sociale e politica di quegli anni, e quale sia stato il partito maggiormente interessato a promuovere questa tesi (del tutto sbagliata) lo lascio alla facile immaginazione del lettore.
Ma è il solo dato che consente di ricostruire in termini corretti quella storia e a distanza di cinquant’anni credo possa essere giunto il momento di farlo, perché come risulta chiaro anche dalla lettura di questo libro, è una storia del Novecento che a un giovane d’oggi potrebbe apparire… preistoria.
E per meglio chiarire quanto sto dicendo, possiamo mettere a confronto il libro di Galmozzi con un altro testo che pure ricostruisce i primi tre attentati posti in essere nel trapasso dal 1974 al 1975, quelli alla Cisnal, alla Scaini Accumulatori e alla Sip.
Nella requisitoria scritta il 4 febbraio 1982 dal PM Armando Spataro nei procedimenti penali riuniti 921 – 80F G.I e 228 – 81 F G.I (“concernenti Prima Linea e Comitati Comunisti Rivoluzionari, Metropoli”), è scritto a pag. 816 del II° volume che: “verso le ore 16 del 28.10.74, due giovani, travisati e armati, facevano irruzione nella sede della Cisnal di Sesto San Giovanni, sita in via Risorgimento 75, legavano ed imbavagliavano l’impiegato presente e si impossessavano dello schedario degli iscritti”.
Nel libro di Galmozzi si legge a pag. 92: “in quei mesi la lotta operaia verteva sulla questione degli straordinari contro i quali, partendo dai picchetti operai che impedivano l’accesso nelle fabbriche maggiori si passava a ‘spazzolare’ le piccole fabbriche dove il lavoro continuava al termine dell’orario normale e al sabato mattina. (“L’obiettivo era quello di stabilire collegamenti stabili, di rompere l’isolamento delle situazioni, di costruire un riferimento territoriale fondato sulla circolazione della forza operaia”, dirà Roberto Rosso in Vite sospese di Diego Novelli e Nicola Tranfaglia). Sarà su questo terreno che in poco tempo questa pratica arriverà a costituirsi formalmente nelle ronde operaie. Alla fine di ottobre il gruppo decide di compiere la prima azione armata. Sarà l’irruzione all’interno della sede del sindacato fascista della Cisnal di Sesto, dalla quale saranno asportati archivi ed elenco iscritti e corrispondenza che proverà i legami del sindacato con le direzioni e la sua organizzazione dell’opera di crumiraggio”.
Quanto al secondo episodio, nella Requisitoria Spataro si legge a pag. 818: “verso le 11.30 del 18 marzo 1975, dopo una manifestazione indetta da organismi sindacali, una quindicina di persone, travisate ed armate di spranghe, facevano irruzione nella sede della Scaini Accumulatori, devastandone gli uffici. Contemporaneamente, nella stessa giornata, un altro gruppo di persone, a bordo di una Fiat 500 rubata lanciava attraverso le finestre alcune bottiglie incendiarie all’interno della sede della D.C di Sesto S. Giovanni. I due fatti venivano congiuntamente rivendicati con un unico volantino a sigla Potere proletario armato”.
Nel libro di Galmozzi si legge a pag. 124 che: “una ronda composta da una cinquantina di manifestanti fa irruzione nello stabilimento Scaini nella quale era avvenuto qualche giorno prima il licenziamento di due operai per motivi disciplinari. Interessante sottolineare la partecipazione degli occupanti delle case Gescal perché aiuta a comprendere il legame che intercorreva fra lotta operaia e lotte sociali sul territorio e nelle quali i protagonisti erano i medesimi. Sia l’occupazione delle case Gescal che quella, negli stessi giorni, di una ventina di appartamenti in via del Riccio nel quartiere Rondinella, avevano come protagonisti famiglie di operai, principalmente della Breda Siderurgica e della Magneti Marelli”.
Quanto al terzo, nella Requisitoria Spataro si legge a pag. 820: “verso le 11.30 dell’11 aprile 1975, una decina di giovani armati di bastoni e spranghe di ferro, facevano irruzione nella centrale SIP di via Marco Aurelio 26 e dopo avere duramente percosso il guardiano danneggiavano seriamente apparecchiature e connessioni telefoniche strappando anche i fili dei telefoni in servizio”.
Nel libro di Galmozzi si legge a pag. 127: “dal punto di vista politico l’azione si inserisce al centro delle diffuse pratiche di autoriduzione che si registrano in quel periodo e delle tematiche relative alla riappropriazione della ricchezza”.
È evidente confrontando questi due testi, scritti con finalità ovviamente diverse, che la elencazione dei fatti in mera chiave giudiziaria non aiuta a capire un bel niente di quella storia che ha comunque coinvolto e per lunghi anni un notevole numero di cittadini, oltre 6000 dei quali condannati ad anni di carcere per banda armata, reato che oggi neppure quasi sappiamo esistere.
Ed è questa la parte più interessante di questo libro, che non vuole essere l’ennesima storia di Prima linea, ma solo la ricostruzione delle sue origini operaie, aprendo lo spazio a numerosi temi di possibile confronto, uno tra i tanti la tesi che a un certo punto del libro viene esposta, senza per vero che l’autore mostri di abbracciarla, secondo la quale sarebbe stata proprio la fine della classe operaia, intesa come il modello novecentesco su cui poggiarono molte dottrine rivoluzionarie di allora, a determinare la sconfitta della lotta armata.
Questo libro ci consente anche di conoscere la complessa realtà che caratterizzava nei primi anni Settanta il bacino industriale di Sesto S. Giovanni, ai tempi definita “la Stalingrado d’Italia”, e la storia delle progressive fratture prodottesi all’interno dei tanti gruppi extraparlamentari nati in Italia alla fine degli anni Sessanta e che condurranno alla seconda parte, e che sarà la più sanguinosa, del “decennio lungo del secolo breve”.
Potremmo dire che questo libro, che nelle intenzioni iniziali si propone anche di sfatare l’ulteriore leggenda che vorrebbe Prima linea un’emanazione armata del movimento del ’77, tesi alquanto bizzarra, non fosse altro che per l’aspetto cronologico, in realtà spiega anche la successiva nascita di quell’insurrezione diffusa che farà dire anni dopo all’ex ministro Cossiga in un’intervista a Aldo Cazzullo pubblicata sul «Corriere della sera» del 25 gennaio 2007 che: “Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’Università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì. Ma la chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate rosse e Prima linea”, “Sta dicendo che se potesse tornare indietro non manderebbe più i blindati all’Università di Roma o a Bologna?”, “Mi farei più furbo. Incanalando la violenza verso la piazza, l’avremmo controllata meglio, e alla lunga domata. Riconquistando la piazza, si spinsero le teste calde verso la violenza armata”.
Il libro però si conclude prima, citando il volantino di rivendicazione dell’appena nata Prima linea dopo l’attentato del 1976 alla sede dei dirigenti Fiat di Torino, in cui si leggeva che “l’unica direzione che riconosciamo sono i cortei interni, gli scioperi selvaggi, i sabotaggi, gli invalidamenti degli agenti nemici, l’esuberanza spontanea, la conflittualità extralegale”.
Su tutto quanto accadrà dopo è già stato scritto tantissimo da altri, per cui motivo in più per apprezzare questa testimonianza particolare dell’ex operaio Galmozzi, preceduta da un’interessante ricordo di Piero Del Giudice e del circolo Lenin scritto da Paolo Margini, fermo restando che se qualcuno preferisce continuare a pensare che un bel giorno alcuni scriteriati decisero per pura follia giovanile di attaccare militarmente lo Stato democratico scatenando la contro-reazione compatta della brava classe operaia fedele al Pci di Berlinguer e alla Cgil di Luciano Lama, lasci perdere questo libro e si rivolga alla pubblicistica più diffusa su quegli anni, che di certo non manca.