«Elogio dello spirito pubblico meridionale. Genius loci e individuo sociale», di Franco Piperno

Vi proponiamo un intervento del tutto controcorrente con i contenuti di quanto è andato manifestandosi in questi giorni – ma anche nel recente passato – con manifestazioni giovanili oceaniche contro la probabile catastrofe planetaria dovuta al perpetrarsi di un disastro ambientare a opera umana. Si tratta di un capitolo di «Elogio dello spirito pubblico meridionale. Genius loci e individuo sociale», di Franco Piperno, pubblicato nel lontano 1997.
Nell’auspicio che a riguardo si apra un’utile e proficua discussione.

PREVISIONI SUL CLIMA E DIVINAZIONI APOCALITTICHE

Una sciagura che il futuro non ci risparmierà sarà il moltiplicarsi, in questo volgere di millennio, delle previsioni climatiche di tono apocalittico. I verdi entrano subito in risonanza con gli oscuri vaticini; e divengono spesso inconsapevoli diffusori di angoscia, dell’angoscia della fine del mondo per colpa dell’uomo.
Queste previsioni climatiche, prodotte con regolarità dagli uffici dove l’Onu coltiva i suoi esperti, non sono frutto di teorie più o meno fenomenologiche che interpretino al meglio le relazioni tra misure sperimentali. Si tratta piuttosto di scenari possibili, cioè di racconti che si dispiegano con dovizia di particolari proprio perch l’oggetto di cui si parla sfugge alla trattazione scientifica.
Si può dire che il clima, per definizione, è sempre stato incerto. I reperti fossili ci dicono che i livelli dei mari, le temperature medie come anche la composizione media degli organismi presenti sulla superficie terrestre hanno subito trasformazioni innumerevoli. La foresta amazzonica, per esempio, ricopriva, dodicimila anni fa, appena una piccola frazione dell’estensione attuale.
Nell’Europa del basso Medioevo, per fare un altro esempio, durante e oltre un secolo, le città del Nord sono vissute in un clima assai meno severo di quello di oggi; così che i monaci francescani poterono trasformare l’Islanda in un miracoloso orto mediterraneo. Infine, per riferirsi alla nostra epoca, basterà ricordare la siccità che, a mo’ di piaga biblica, investì, negli anni Trenta, le regioni occidentali dell’America del Nord – siccità sensualmente riportata nel libro di John Steinbeck Grapes ofWrath.
L’incertezza del clima non è dovuta a ignoranza umana, ma a sapienza della natura. Se la metereologia non è in grado di prevedere quale sarà la temperatura media allo stadio di San Siro quando domenica prossima verrà giocata la partita del campionato di calcio, sembra del tutto improbabile che gli esperti dell’Onu, che sono, non dimentichiamolo, gli Zichichi di tutto il mondo, sappiano invece quale sarà la temperatura della Terra a metà del secolo prossimo venturo.
Il punto è che il clima della Terra è in trasformazione; da sempre. E non per opera dell’uomo, se non in misura locale, quindi minima. Il clima cambia per legge di natura.
La Terra si trasforma; e niente è più rassicurante che essere in grembo alla Terra che da sempre muta di forma senza ascoltare ciò che dicono gli esperti. La «zuppa evolutiva» continua a bollire; il processo di autoperfezionamento lavora con metodo. Si valuta che siano oltre trenta milioni le forme di vita animale presenti sulla Terra; ma oltre il novanta per cento di quelle già apparse sul nostro pianeta sono oggi estinte. Gli esperti dell’Onu, sopravvalutando il ruolo dell’inquinamento industriale, adombrano una Terra in difficoltà a causa della presenza del genere umano. La Terra viene pensata come fosse la Luna, un luminare senza vita, una pura energia in grado di reagire ma non di agire. La nostra Terra, invece, è Gaia, la madre Terra, un organismo vivente capace di autoregolazione con una precisione e una potenza che rendono irrilevante qualsiasi cattiva condotta di qualsiasi specie terrestre, umanità compresa.
Questa letteratura, prodotta dagli esperti internazionali, non è un parto della scienza ma dell’ideologia. Così come i rapporti che l’Onu ci propinava venti anni fa sulla crisi finale dell’economia mondiale nascevano dai contorcimenti del marxismo divenuto dottrina, quelli di questa fine secolo trasudano l’ideologia senza fede dei verdi. Val la pena, quindi, avanzare qualche pubblica critica sul fenomeno dei verdi, oggi che questo movimento sembra aver proseliti, se non tra i dannati della terra, tra i funzionari e i consulenti dell’Onu.

Una questione di autonomia

La qualità che caratterizza l’esperienza politica dei verdi, e ne evidenzia il limite, è un difetto d’autonomia, d’autonomia concettuale dalla cultura e dalle abitudini sociali che pur dichiarano di osteggiare. Ciò rappresenta una netta regressione rispetto alle insorgenze sociali degli anni Settanta. La mancanza d’autonomia culturale appare nella condotta politica dei verdi tutta incentrata nel rivendicare l’intervento della legge piuttosto che nel fare, nel mostrare con l’esempio. Il movimento verde non agisce secondo le regole che proclama come giuste. Esso chiede allo stato nazionale di dare a quelle regole forza di legge, cioè di disporre dei luoghi dell’abitare, degli usi civici del paesaggio. In principio, i verdi potrebbero fondare nuove città o almeno tentare di farlo; per vivere quietamente la vita secondo quel rapporto città-campagna che annunciano per vero. Invece, essi avanzano senza sosta richieste di nuove leggi nazionali che costringano all’omogeneità la molteplicità dei possibili rapporti città-natura. Promuovendo come una emergenza nazionale la questione ambientale hanno offerto l’occasione ai partiti per fagocitare l’intera tematica ecologica. Così, assistiamo al disgraziato straripamento del sistema dei partiti in ambiti e forme di vita che prima erano riuscite a presa sottrarsi alla sua.  La prassi politica dei verdi è costellata di esiti paradossali. Si consideri, come altro esempio, la tematica della «energia pulita». Il suo punto d’approdo, in caso di successo, non può essere altro che una gigantesca riconversione industriale in grado di sommare alla fabbrica che inquina quella che disinquina; insomma, un favoloso affare industriale, un ulteriore sviluppo proprio di quel modo di produrre che pure s’intende combattere.
Il luogo dove la segreta complicità tra gli adepti della mitologia del progresso e i militanti verdi assume tinte propriamente patetiche è l’affannarsi nevrotico per conto del futuro: gli uni per prepararci un domani migliore, gli altri per scongiurarcene uno peggiore. Infatti, il catastrofismo, questa tonalità dell’umore pubblico, altro non è che il mito prometeico nella sua figura rovesciata, il mito pentito che gode la lussuria della confessione.
Così, la credenza superstiziosa nella potenza dell’industria, la speranza in un mondo migliore costruito dalla tecnica, trapassa nel timore angoscioso di perdere ciò che si ha; la visione dell’umanità che mette ordine nella natura, e per questa via la umanizza, scade nell’angoscia plebea della fine del mondo.

La natura non è verde

A ben vedere, per quanto paradossale possa sembrare, la continuità più gravosa tra l’ideologia dei verdi e quella degli industrialisti si realizza proprio nel modo di apprendere la natura, nel modo di concepirla, nelle parole che la nominano. E ciò a ragione del fatto che i verdi intendono parlare a nome dei saperi esperti, della tecnica moderna.
L’ideologia verde critica la civiltà industriale; e in qualche misura prende distanza; ma non si sbarazza certo della concezione ottocentesca della natura, del sentimento della natura fabbricato dalla cultura industrialista. I verdi infatti si rappresentano la natura tramite le forme tecnico-matematiche, cioè linguaggi formali che hanno rotto da sempre ogni rapporto con l’esperienza sensibile, e si sottraggono quindi a ogni tentativo di interiorizzazione.

La scienza moderna, questa madre-figlia prediletta della civiltà industriale, costituisce non solo un patrimonio cognitivo per i verdi, ma addirittura il luogo stesso dal quale desiderano parlare. E ciò fino al grottesco, fino al punto di tacere sul comune senso della natura per perennemente discutere di un qualche buco dell’ozono, fenomeno sul quale l’ultima parola spetta all’immancabile e sempre più improbabile esperto.
Nella cultura dei verdi è assente ogni riferimento sensuale alla natura; la violenza, il dolore, la morte compaiono, quando compaiono, come peccati umani.

L’argomentare dei verdi si snoda lungo tediose sequenze di indici statistici. Ora, accade che gli indici statistici si basino sulla fallacia logica secondo la quale avviene solo ciò che è più probabile; e questo comporta che essi siano di nessuna pertinenza per le forme di vita governate dal principio opposto, quello dell’improbabilità.
In termini rozzi, questo giudizio equivale a ritenere che i verdi hanno interiorizzato i risultati del sapere tecnico-scientifico ma non la crisi dei suoi fondamenti, l’opera contemporanea con la quale questo stesso sapere, con grazia e leggerezza, si autolimita. Così la critica dell’etica del progresso che i verdi elaborano non arriva alla pienezza delle sue possibilità: essa si arresta, turbata perché superstiziosa, sulla soglia del sapere scientifico, non osa penetrarvi; e perciò stesso si priva della consapevolezza linguistica che quel sapere ha, per suo conto, conseguito.
La critica del progresso così come viene svolta dai verdi stinge verso la mezza-verità; incapace come tale di potenza semantica, non tarda a generare la noia.

Il verde non è il colore della rivoluzione

Il difetto di autonomia ha certo a che fare con Torigine del movimento, con il suo concreto formarsi, con la sua storia, storia che qui risulta senza
interesse.
Mette conto, invece, osservare come i verdi, con il loro nudo esistere, hanno già compiuto una impresa lodevole: aprire una discussione a livello di senso comune sul significato di parole come natura, progresso, vita; che non conosciamo perché troppo familiari. Proprio perché si tratta di una discussione sui comuni significanti, essa possiede la capacità di rigenerare il conflitto sociale. Si può dire che, qualunque sia il risultato di questa discussione, essa ha già posto degli ostacoli sulla strada dell’ovvio, destato il senso comune dal sonno dogmatico mostrando la sorgente stessa della libertà collettiva: la coscienza della qualità irriducibilmente linguistica, propriamente convenzionale, di ogni rappresentazione della natura.
Esaurito il movimento verde, la questione della natura può essere ricondotta a quella della lingua; cioè alla produzione semantica, ai modi cooperativi che realizzano l’innovazione linguistica. Ciò che di sovversivo può ancora accadere, dopo aver scoperto che la lingua è una seconda natura e questa a sua volta solo una lingua prima, è che si contragga la buona abitudine di discutere la lingua piuttosto che la natura.
I luoghi dove questa abitudine può essere contratta sono i luoghi della discussione pubblica, della vita politica: luoghi privilegiati della produzione simbolica, là dove la rivoluzione torna all’origine, continua con metodo a svolgersi in se stessa.