«Autorità di transito della classe lavoratrice», di Chicco Galmozzi

Il testo di Paolo Ferrero «1969: quando gli operai hanno rovesciato il mondo» (DeriveApprodi, 2019) non è un saggio storico ma una riflessione politica, ben argomentata, attorno al significato politico del ’69 operaio. Ma a partire da un ragionamento sul significato politico dell’evento si aprono anche interessanti prospettive storiografiche.
A partire dalla definizione di quel ciclo di lotte come ciclo di offensiva operaia in grado di unificare su scala nazionale l’intero fronte proletario, di allineare, a partire dal soggetto operaio delle grandi fabbriche del nord, un intero blocco proletario. Giustamente il punto di partenza è che il ’69 operaio è stato anticipato non solo dalle lotte operaie dei tessili e dei chimici del ’68, che avevano il contratto di categoria in scadenza un anno prima di quello dei metalmeccanici, ma da una serie di lotte operaie e bracciantili al sud (si ricorda Avola e Battipaglia) oltre che degli edili in particolare contro le «gabbie salariali» che anticipano l’egualitarismo come uno degli elementi centrali delle lotte successive. Il secondo elemento importante individuato è la partecipazione allo «spirito del tempo»: il fascino esercitato soprattutto sulle leve più giovani della nuova classe operaia di alcune suggestione del ’68, in particolare l’egualitarismo e l’antiautoritarismo.
L’importanza dell’egualitarismo non risiede solo nella sua capacità di scardinare sul terreno degli aumenti uguali per tutti, dell’inquadramento unico e della divisione rigida in categorie, la stessa gerarchia costruita all’interno della classe operaia ma proprio nel fondare una nuova «comunità operaia», un soggetto collettivo che a partire dalla propria forza si configura come alternativa generale di governo sociale. Qui risiede l’autorità sociale della classe operaia perché il ciclo di lotte che parte nel ’68 non solo mette in discussione lo sfruttamento e le gerarchie nei posti di lavoro ma è anche una più generale «messa in discussione delle classi dominanti» e del loro modello societario. Al quale le lotte ne contrappongono radicalmente un altro, con l’organizzazione e con la forza necessari per praticarlo. I risultati immediati dell’irruzione dell’antiautoritarismo nell’immaginario collettivo operaio non sono tanto riscontrabili nella sua storica avversione al dispotismo di fabbrica e alla catena di comando
padronale, che non è mai venuta meno in tutta la storia della classe operaia, ma nella critica alle forme storiche di organizzazione del movimento operaio ufficiale. È nel ’69 che nascono le assemblee operaie come luoghi non solo di decisione ma di elaborazione delle linee politiche rivendicative e di lotta, e i delegati come nuova e capillare forma di rappresentanza operaia di base.
Ferrero ricorda che queste forme di organizzazione compaiono nei reparti per iniziativa diretta degli operai con buona pace sia del tentativo Confederale di intestarsene le origini e sia della ottusa pregiudiziale dei gruppi extraparlamentari che nei delegati non vedevano che il tentativo sindacale di mettere le briglia al movimento di lotta. Il crudo dato riportato da Ferrero vale di più di qualsiasi analisi: nel luglio del 1969 tra i 199 delegati eletti alle linee della Fiat, ce ne sono solo 70 iscritti al sindacato e di questi solo 28 iscritti alla Cgil.
Anche sulla questione della forza e dell’esercizio della violenza operaia Ferrero non è reticente anche se preferisce usare la definizione edulcorata di forme di lotta «non convenzionali» e «conflitti non convenzionali». Tuttavia il ’69 operaio e proletario viene sempre appellato nei termini di «rivolta» e si sa che la rivolta non è un pranzo di gala…
Certamente Ferrero appare preoccupato di stabilire in ogni caso la non continuità fra le pratiche, anche violente, del movimento e il fenomeno della lotta armata.
Ferrero ha ragione quando sostiene che la classe operaia non aveva alcuna visione mistica o ideologica della violenza. La violenza era un dato oggettivo, intrinseco alla disumanità dello sfruttamento e del carattere dispotico del comando che lo garantiva e in questo senso di fatto la violenza si afferma come elemento costitutivo, perfino «normale» del conflitto di classe. Su questo punto Ferrero più che dirlo lo lascia intendere o lo fa dire ai capi operai intervistati nelle loro rievocazioni. Ha pienamente ragione però su un altro punto: la concezione operaia della violenza è sempre stata strumentale al raggiungimento dei propri obiettivi e alla modificazione dei rapporti di forza concreti nei reparti. Una scelta dettata dal valore d’uso della violenza e non una adesione strategica a un modello rivoluzionario. In questo senso è vero la suggestione della disponibilità ad «alzare il tiro» da parte delle formazioni armate sia stato un grande equivoco perché, ragionevolmente, tra la gogna e le botte a un dirigente o il sabotaggio delle linee e l’attacco «al cuore dello Stato» ce ne passa… Però occorre contestualizzare, perché nel 1969, e per alcuni anni ancora, le azioni contro il comando di impresa condotte all’esterno (i sequestri lampo dei dirigenti, ad esempio) erano vissuti come proiezione esterna delle pratiche esercitate nei cortei interni e nessuno credo possa negare senza coprirsi di ridicolo il fatto che queste azioni godessero di consenso e di popolarità. In secondo luogo va detto che per quanto minoritaria l’opzione armata era presente nel dibattito operaio. Secondo i dati ufficiali del ministero degli Interni alla sola Fiat sono stati imputati di banda armata 62 operai. E alla Fiat, come alla Magneti Marelli, all’Alfa Romeo o alla Sit Siemens non si trattava di «infiltrati», come recita l’ignobile definizione corrente, ma di capi operai, delegati, spesso addirittura membri degli Esecutivi dei Consigli di fabbrica, rispettati e con ampio consenso. Qualunque giudizio politico se ne voglia dare, cosa che risulta facile a posteriori, sul piano storiografico è impossibile negare la presenza di questa opzione, cosa per altro dimostrata dalle enormi difficoltà che hanno sempre incontrato Pci e sindacati a far schierare frontalmente contro le masse operaie che pur non essendo d’accordo erano più inclini a considerare i militanti della lotta armata «compagni che sbagliano» che provocatori.
Questo, naturalmente, va detto sul piano storiografico e non sul piano della lezione da trarre dal ’69 operaio che rimane quella che solo un grande movimento di massa è in grado di connotarsi come autorità sociale e contropotere, e che nessuna forma di organizzazione esterna ai movimenti di classe può ambire al ruolo di rappresentanza.
Sul lascito del ’69 Ferrero indica una traccia interessante per il lettore: ancora una volta torna il concetto di «rivolta» e la necessità impellente di pensare, oggi, la rivolta.
Infine, in una discussione nella quale sono assenti gli operai, trovo apprezzabile che Ferrero nel testo abbia dato la parola a loro, che della storia in questione sono stati i veri protagonisti.
Questi capi operai, protagonisti di quella grande stagione, mi piace ricordarli con le parole di Toni Negri con cui ricorda i tempi de «La Classe»: «Gli operai con i quali ti ritrovavi e con cui parlavi avevano in testa una tematica organizzativa, politica e sindacale assolutamente avanzata e avevano per loro conto percorso lo stesso cammino che tu avevi percorso. Questi operai erano delle avanguardie in senso pieno, lavoratori che ti davano mature indicazioni di azione e che a livello intellettuale e politico risolvevano problemi reali, non semplicemente di descrizione della fabbrica, ma di definizione di linea politica generale».