I cavalli-vapore del sapere*

*Questo testo fu pubblicato, senza firma, sul n. 1 della rivista «Luogo Comune» del
novembre 1990.

Il movimento degli studenti, che ha reso di gran lunga più civili e frequentabili le università italiane nell’inverno scorso, merita una riflessione spregiudicata. Non tanto per le sue gesta effettive, che pure hanno avuto il pregio di rompere il silenzio frastornato degli anni Ottanta, quanto per la condizione generale di cui è sintomo attendibile. A farla breve, la lotta degli studenti ha preso atto nel modo più opportuno, cioè criticamente, di una situazione in cui la cultura e la comunicazione linguistica assolvono un ruolo centralissimo in ogni piega del processo produttivo. Ha cominciato almeno a sillabare le questioni etiche e politiche che sorgono in questo contesto.
Sono questioni che riguardano direttamente tutte quelle figure del lavoro dipendente, la cui attività ha nel sapere e nel linguaggio la propria materia prima: ricercatori, tecnici, informatici, addetti all’industria culturale, impiegati dei media, precari d’ogni risma. In attesa che qualcuno escogiti un termine meno goffo, chiamiamo costoro intellettualità di massa. A chi obiettasse che così si pecca di vaghezza, unificando con un espediente verbale mansioni e livelli di reddito troppo diversi tra loro, si può rispondere: è proprio un rapporto generico con il ruolo lavorativo ciò che caratterizza specificamente l’intellettualità di massa. Non un unica competenza, ma l’attitudine all’«agire comunicativo» in generale. Del resto, un tempo, anche il termine «lavoro» pareva vago fino all’insignificanza: si era calderai, tessitori o meccanici, non «lavoratori». Salvo che, di lì a poco, la parola apparentemente vuota divenne la più concreta e calzante, anzi la sola in grado di esprimere con precisione la semplice erogazione di astratta energia psicofisica.
Parlando di intellettualità di massa, non ci si limita a enumerare i ruoli connessi all’attività mentale (per centrali che comincino a diventare nell’attuale produzione di merci): si intende piuttosto una qualità e un segno distintivo di tutta la forza lavoro sociale in epoca postfordista. Una qualità che ben si attaglia anche al neoassunto Fiat, il quale, già nei tardi anni ’70, a chi gli chiedeva quale fosse la sua attività, si guardava bene dal rispondere: lavoro in verniciatura, preferendo informare: mi occupo di musica o di cinema o di imparare le lingue. Il rapporto preminente (e, esso sì, davvero caratterizzante) con questa o quella costellazione culturale e linguistica riguarda persino gli strati più diseredati dell’immigrazione extracomunitaria. A parte il fatto che molti di loro sono scolarizzati fino alla laurea, è difficile non vedere che, per i neri che raccolgono pomodori a Battipaglia, il problema di un lavoro precario e sottopagato non è estrapolabile da quello di un confronto, anzi di un attrito, tra lingue, modelli etici, forme di vita.
Durante il lungo apogeo della fabbrica fordista, l’attività è muta. Chi lavora, tace. La produzione è una catena silenziosa, in cui è ammesso solo un rapporto meccanico tra il gesto antecedente e il gesto conseguente. Nella metropoli contemporanea, invece, il processo lavorativo materiale è descrivibile empiricamente come complesso di atti linguistici, sequenza di asserzioni, interazione simbolica. Il punto decisivo, si badi, non sta nella crescita smisurata dell’industria della comunicazione, bensì nel fatto che l’«agire comunicativo» prepondera in tutti i settori industriali, compresi quelli più tradizionali (a proposito: cos’altro significa il discorso di Cesare Romiti sulla «qualità totale», se non il tentativo di sollecitare e mettere a frutto una certa cooperazione linguistica, ovvero gli aspetti della soggettività che esorbitano dalla singola mansione parcellizzata?).
L’industria della comunicazione svolge, semmai, un ruolo analogo a quello assolto in passato dall’industria dei mezzi di produzione: è, cioè, un settore particolare, che però determina i moduli operativi dell’intera società.
Che il lavoro coincida progressivamente con l’ambito linguistico, ciò non attenua ma radicalizza le antinomie del modo di produzione dominante. Il linguaggio è, insieme, il terreno del conflitto e la posta in palio, il luogo della massima espropriazione e della rivolta più risoluta. In gioco non è affatto un «giusto scambio» linguistico, qual è quello propugnato da Habermas e dagli altri teorici della comunicazione trasparente. A causa della stretta connessione tra produzione e linguaggio, la rivendicazione della libertà di linguaggio, se non vuol scadere a parodia, significa niente di meno che abolizione del lavoro salariato. È questa l’effettiva contesa cui può metter mano l’intellettualità di massa. E di cui sono un sintomo le lotte degli studenti. Language is a virus, il linguaggio è un virus, cantava Laurie Anderson: proprio come un’infezione, dalle facoltà occupate le parole della critica sono tornate per un momento a dar contagio.
Riguardo all’intellettualità di massa, occorre evitare però quelle micidiali semplificazioni in cui cadono coloro che cercano sempre confortevoli ripetizioni di esperienze trascorse.
Un modo di essere che ha il suo fulcro nel sapere e nel linguaggio non può venir definito secondo categorie economico-produttive. Non si tratta, insomma, dell’ulteriore anello di quella catena i cui precedenti sono, che so, l’operaio di mestiere e l’operaio-massa. Gli aspetti caratteristici dell’intellettualità di massa, diciamo la sua identità, non possono venir reperiti in relazione al lavoro, ma prima di tutto sul piano delle forme di vita, del consumo culturale, degli usi linguistici. Tuttavia, e questa è l’altra faccia della medaglia, proprio quando la produzione non è più in alcun modo lo specifico luogo di formazione dell’identità, proprio allora essa si proietta su ogni aspetto dell’esperienza, sussumendo sotto di sé le competenze linguistiche, le inclinazioni etiche, le sfumature della soggettività.