KRITIK 2

È in preparazione «Kritik2. Prontuario di sopravvivenza all’agonia del capitale» che sarà pubblicato a marzo. Vi diamo qui di seguito alcuni piccoli assaggi.

 

«La poesia è una roba che non
ve l’immaginate nemmeno
La poesia è il giubileo delle
energie vitali che dilagano
sul pianeta avvelenato
La poesia
Fa
Malissimo
Cagatevi sotto
La bestia dell’apocalisse è arrivata»

«L’ora delle sollevazioni mondializzate
Alla prima ondata di sollevazioni cominciata con le insurrezioni arabe e mai veramente concluse, succede ormai una nuova onda caratterizzata da un approfondimento della circolazione delle modalità della rivolta. Si Tahrir ha esteso la sua influenza in tutto il pianeta, dalla Puerta de Sol a Gezi Park fino alle Nuits Debout in Francia, questo consisteva solo nell’occupazione delle piazze. Ma eccoci ora entrati nell’era delle sollevazioni mondiali. Da una parte dall’altra del piegata, gilets jaunes e laser, application e slogan, tecniche di saccheggio e modalità di invasione pacifica, la grammatica della rivolta è sempre più condivisa. Da Algeri a Santiago a Bagdad a Hong Kong da Quito a Khartoum da Conakry a Beirut milioni di persone si sono messe in movimento, centinaia di persone sono morte, ma sono tornate in grande quantità a sfidare di nuovo il gas e le pallottole. Una parola d’ordine multilingue è apparsa, sulla facciata di un grattacielo cileno, o scritta su un muro di Hong Kong: «Non torneremo alla normalità perché a normalità è il problema».
Oggi la normalità è l’implacabile tentativo di sottomettere la società alle norme pinochettiane-thatcheriane, mentre il pianeta brucia, l’acqua sta finendo, i mari crescono di livello e si svuotano di vita, l’aria diviene sempre più irrespirabile da Sydney a San Paulo a Mexico a Pechino a Delhi. Gli storici del futuro ricorderanno che gli anni Venti del Ventunesimo secolo furono quelli in cui una seconda onda di sollevazioni multiformi fu unificata da un nemico comune: una normalità irrespirabile»

«Nichilismo catastrofista.
Un po’ come nell’alba all’odor di napalm di Apocalypse Now, il fuoco e le fiamme irradiano il sorgere di questi anni Venti d’Occidente, in una sorta di compiaciuta auto-rappresentazione del giudizio universale.
Squillino le trombe! Calino gli angeli della morte! Sulle note dei requiem e dietro i corrucciati volti dei commentatori televisivi, la catastrofe si impone quotidianamente come forma di narrazione: le foreste bruciano, i crocifissi si ergono decadenti sulle ceneri delle cattedrali, l’estinzione della specie umana è ormai argomento di conversazione da bar. Con orgoglio, cordoglio e terrore, il Capitale ci annuncia cioè che il tempo – il suo stesso tempo – è finito: manca un minuto alla mezzanotte, si salvi chi può.
Esiste un vecchio detto, uno di quelli fatti per esorcizzare la materializzazione delle realtà che ci fanno paura, che dice che quando si sogna la morte di qualcuno gli si allunghi la vita: dimostrazione che a volte sono le categorie più semplici a offrire una valida chiave di interpretazione della realtà. L’enunciazione della fine imminente colloca infatti il dispiegarsi della Storia su una linea retta, secondo un avvicinarsi tendenziale – ma mai definitivo – a un punto morto, incarnazione di un futuro inesistente. Ed è proprio attraverso questa necrofagia che il Capitale, come in un gesto scaramantico, scongiura la sua stessa fine, e lo fa, quasi paradossalmente, proprio cancellando ogni possibilità di prospettiva dei propri attori. È sul nichilismo dell’apocalisse annunciata, infatti, che il Capitale riesce a innestare la sua, di prospettiva: fagocitando il futuro – e con esso le soggettività – e risputando i resti di un eterno presente, si assicura cioè che ordine, gerarchie e priorità vengano ristabilite, perché se il tempo è finito, possiamo pure star sicuri che quel poco che rimane non verrà di certo impiegato per rovesciare l’esistente. A fare il paio con il nichilismo
catastrofista sarà piuttosto il consumo individualista d’esperienza, una sorta di corsa contro il tempo per spuntare la lista delle «10 cose da fare prima di morire» e poi ritirarsi a fare la vita che avremmo sempre voluto fare – e chi, in questi tempi oscuri e convulsi, non si ritrova a sognare una vita tranquilla, fatta di comode certezze e volti familiari?»

«Odio e sviluppo tecnico.
Un punto dirimente è rappresentato dal rapporto tra odio e sviluppo tecnico. L’equiparazione tra distruttività e odio farebbe prevedere un aumento dell’odio in relazione all’aumento dei mezzi tecnici d’annientamento.
La tecnica militare è oggi in grado di incrementare a dismisura la distanza tra le parti in conflitto. La teledistruzione di raid aerei senza pilota porta al culmine un processo di cambiamento bellico cominciato a partire quanto meno dalla Prima guerra mondiale. Uccido a distanza, non combatto corpo a corpo, elimino senza odio. Distruggo nella calma di chi, immune alla passione, prima usa il joystick che guida un drone lontano migliaia di chilometri e poi va a fare la spesa al supermercato. «Questo killing without hate corrisponde al fucking without love, non a caso storicamente contemporaneo». L’«indifferenza» che per Freud costituisce l’orizzonte costruttivo dell’ontogenesi dell’odio si riaffaccia sulla scena come forma, apatica ed estrema, di annientamento. D’altro canto, se la si intende in senso ampio e dunque non pregiudicato, la tecnica pare in grado di incrementare quanto addolcire la portata distruttiva dell’odio»

«Critica delle militanza liofilizzata.
Le zecche sono una sottocultura sterile, ignorante, volutamente o meno, di quello che succede là fuori, all’esterno dalla propria bolla, nella vita vera, nei segreti laboratori della composizione di classe: oggi le periferie e le provincie. Semplicemente perché, per la maggior parte, non viene da qui, dalle terre di nessuno, ma fa parte di quel ceto medio mediamente progressista, altamente istruito, sicuramente metropolitano che va a ingrossare la sinistra liberale e democratica. Che preferisce impegnarsi in logoranti e sterili polemiche, molto spesso online, sulla «inclusività» di un certo lessico («sessisti!»), sulla problematicità di un certo «modo di fare» («fascisti!»), sulla bruttezza di certi settori popolari («razzisti!») o dare sfoggio della spocchia accademica derivata dagli importantissimi seminari che si consumano nelle aule universitarie, piuttosto che inchiestare le soggettività sociali realmente esistenti, scommettere sulla loro potenzialità e nelle loro ambiguità, dall’interno di un radicamento e di una legittimità conquistate verso i propri referenti. Oggi l’unico collettivo con del vero radicamento nei quartieri è quello degli spacciatori, se volete saperlo. Ma lo sapete, dato che anche nei vostri spazi la cocaina è diventata il motore dei rapporti, degli scazzi, delle alleanze, della stessa attività politica».

«Oltre il femminismo.
I temi della questione di genere vengono costantemente messi alla prova dalla materialità dei rapporti di forza, dal disvelamento dei dispositivi di classe, dalle asimmetrie di potere su cui si sorregge il dispiegamento del capitalismo, diversamente da quanto ci raccontiamo con le storielle sulla «sorellanza» – una costruzione discorsiva basata sull’idea sociologica dell’identità dell’oppressione femminile, come se essere donne fosse automaticamente sinonimo di impotenza e vittimità.
Ogni giorno io vado al lavoro in una delle innumerevoli cooperative di gestione dell’accoglienza, quelle che per mettersi a posto la propria cattiva coscienza quelli di sinistra dicono aiutino i rifugiati, che in realtà costituiscono la redditizia merce del business plan. Sul posto di lavoro i miei capi sono cape, tutte donne, femministe per giunta. Con me, per farmi digerire un salario di merda, turni di lavoro folli e straordinari non pagati, non usano il bastone patriarcale, usano la carezza matriarcale. E vi garantisco che è molto peggio.
All’inizio degli anni Novanta, quando io nascevo, si parlava di femminilizzazione del lavoro: perché abbiamo paura di parlare della femminilizzazione del potere, di divenire donna del capitale? Le donne sono più libere, però che tipo di libertà è? È il nodo attorno a cui oggi, credo, potrebbe essere ripensata la questione di genere, oltre il femminismo».

«Ribelle e rivoluzionario.
È vero che il ribelle è ancora colui che sa amare meglio, ma sa anche odiare; e la ribellione tende a diventare rivoluzione quando la bontà come l’odio straboccano. È vero che il ribelle è ancora colui che distrugge, l’iconoclasta che non si comprende. Ma quando egli diviene rivoluzionario non ha che uno scopo: costruire, creare»