«Lo spazio informatico e la Pantera ’90», di Benedetto Vecchi

È difficile parlare di spazio informatico e Pantera. La prima ragione riguarda la nozione di spazio informatico. Affrontare un’astrazione come quella delle realtà virtuali fa sempre tremare i polsi, vista la valenza simbolica che essa ha assunto nel movimento studentesco. L’altra ragione è molto semplice: la Pantera è un animale strano, può nascondersi nella foresta, lasciare il proprio territorio e cercarne un altro.
Così è stato anche per il movimento studentesco. Dopo le occupazioni delle università, molti collettivi, gruppi e associazioni hanno volto lo sguardo altrove rispetto alla contesa immediata sulla legge Ruberti. In questi ultimi due anni, nelle università ci sono state esperienze di lavoro sulla questione ambientale, sulla 180, la legge sulla chiusura degli ospedali psichiatrici, sull’obiezione di coscienza o seminari di denuncia sulle pressioni del complesso militare industriale nei confronti dei progetti di ricerca nelle facoltà scientifiche. Altri collettivi hanno invece continuato a interrogarsi su di un altro tema caro alla Pantera, cioè il rapporto tra la produzione culturale e il processo lavorativo.
Molti ricorderanno però la parola d’ordine della Pantera sull’autonomia della cultura dal mondo delle imprese, una rivendicazione che ha rappresentato una cesura con la storia dei movimenti studenteschi degli anni ’70. Una rottura, quella della Pantera, prima di tutto semantica che ha messo in evidenza ciò che Alfred Sohn-Rethel ha chiamato, nel suo libro Il denaro, lapriori in contanti , recentemente tradotto, la «spontaneità dell’intelletto». Sappiamo che lo studioso tedesco pensava a un’analisi materialistica del processo cognitivo, che con il metodo galileiano si era configurato alla società come puro lavoro intellettuale, emancipato da qualsiasi legame con le attività manuali. Per Sohn-Rethel, infatti, l’attività concettuale implica che, nel momento stesso della sua costituzione, essa tagli qualsiasi legame con la sua genesi. Tra il gennaio e il marzo del ’90, gli studenti avevano scoperto però un’altra verità: non aveva più senso interrogarsi sulla neutralità o meno della scienza o della cultura, perché esse erano diventate parte integrante del processo produttivo. La genesi dell’attività concettuale, si leggeva nei documenti studenteschi, era a portata di mano, perché inscritta nelle nuove forme di produzione reticolari, in cui il sapere tecnico-scientifico e la stessa attività comunicativa erano diventate l’elemento fondante della produzione capitalista post fordista.
Il passaggio alla socializzazione del proprio sapere è stato a questo punto quasi obbligato. Ciò è stato più evidente quando sono finite le occupazioni dell’università e il movimento si è disperso. Era già successo in Francia nel 1986, quando il collettivo Materia grigia aveva messo a disposizione degli studenti che contestavano il progetto di riforma universitaria le sue conoscenze del Minitel, il servizio telematico nazionale. L’accesso al Minitel doveva servire agli studenti per mantenere i contatti tra le città, ma anche come una perenne minaccia di bloccare tutte le informazioni economiche e finanziarie che «viaggiavano» sulla rete telematica francese. In Italia, il percorso è stato più accidentato e meno lineare di quello francese. Il caso più evidente di messa in comune dei saperi sono state le reti telematiche degli ambientalisti, dei pacifisti e dei gruppi cyberpunk, collegate a reti telematiche internazionali: per esempio, Econet o Peacenet, che hanno svolto durante la Guerra del Golfo un ruolo essenziale nella diffusione delle notizie sulle attività del movimento contro l’intervento armato in Iraq. Nate grazie alla facilità d’uso di un personal computer, le reti telematiche indipendenti hanno trovato in molti Centri Sociali i nodi naturali della rete in formazione. Per i promotori di questi network, non era importante ciò che si comunicava, quanto la possibilità di poter potenzialmente comunicare. Le reti di computer sono importanti perché possono permettere una comunicazione altrimenti impossibile. Con la soppressione dei vincoli delle distanze, nelle reti rivive una potenziale comunità autosufficiente, in cui la libertà di parola e la possibilità di essere insieme, anche se fisicamente distanti, tende la comunicazione potenzialmente esplosiva e sovversiva. La proposta di comunità che queste reti telematiche ci restituiscono ha parentele prossime con le comunità tecnico-scientifiche insediatesi nei meandri della metropoli. Ma con una sostanziale differenza. Le reti telematiche dei gruppi cyberpunk o degli ecologisti alludono a comunità fondate sulla propria autovalorizzazione come gruppo sociale, che sperimentano forme di azione politica alternative, partendo dalle diverse conoscenze messe in comune. Ben diverse sono invece le comunità tecnico-scientifiche che si presentano nello scenario metropolitano come gruppi professionali e che dello status professionale fanno la loro bandiera nell’arena politica. Ma un elemento le accomuna: esse sono le due diverse forme in cui si manifesta una nuova composizione di classe nata sulle ceneri della fabbrica fordista. Le similitudini e le differenze che contraddistinguono le due esperienze sono i poli tra cui oscilla questa forza-lavoro intellettuale. Ma su questo occorre andare a fondo per cercare la via di uscita in un labirinto in cui è facile perdersi.
1). La presenza di comunità tecnico-scientifiche è da decenni un dato costante nel paesaggio metropolitano. La produzione scientifica e tecnologica, dice la vulgata tecnocratica, è la cartina di tornasole dello sviluppo economico: per questo sono stati previsti luoghi appositi dove concentrare tutta l’intellighenzia tecnico-scientifica. Penso soprattutto al progetto milanese per il riuso delle zone della Pirelli e della Bicocca, o alle tecnopolis francesi a Montpellier, Lille e Nantes. Diverso è il caso della Silicon Valley o della 128 Route a Boston, entrambe negli Stati Uniti: lì, le due aree tecnologiche sono cresciute per germinazione spontanea, grazie al terreno fertile rappresentato dalla presenza di prestigiose università. Cresciute nei centri di ricerca ai margini della città, le comunità tecnico-scientifiche sono diventate con il tempo il perno su cui ruotano tutti i maggiori progetti di ristrutturazione urbanistica, fino a diventare il fulcro su cui dovrebbe ruotare l’intera vita produttiva nella metropoli. Luoghi di produzione immateriale, i poli tecnico-scientifici hanno però superato gli angusti confini dei laboratori di ricerca e si sono presentati nello scenario metropolitano come il cuore pulsante della metropoli e hanno dato ospitalità a una nuova forza-lavoro intellettuale.
Secondo lo studioso marxista americano Harry Cleaver, anche all’interno delle comunità scientifiche esiste però un conflitto latente tra questa forza-lavoro, depositaria del sapere sociale necessario allo sviluppo di tecnologia, e il capitale: ha come oggetto l’autovalorizzazione del gruppo di lavoro e del singolo. È quindi frequente l’uso delle tecnologie disponibili per i propri interessi. In questo modo, ricercatori e «colletti bianchi» stringono legami sociali oltre le mura del posto di lavoro e formano comunità parallele a quelle professionali. Così, informa Cleaver, ci troviamo di fronte a un paradosso: la stessa forza lavoro che usa le reti riservate Internet e Bitnet, le piega per promuovere network telematici indipendenti, come la European Counter Network, La Pen-L (Progressive Economist Network) e la Activ-L (Activ Mailing List).
2). A questo punto una digressione sullo spazio informatico è necessaria. Non solo per l’importanza che esso ha avuto nella breve vita della Pantera, ma perché ci dice molte cose sulla proposta di comunità politica espressa da quel movimento studentesco e sul suo rapporto con la metropoli.
In quanto «macchina universale», afferma la vulgata tecnocratica, il computer può essere usato per risolvere ogni problema, anche il più ostico e difficile. Se poi il binomio da risolvere ha come incognita le metropoli, le lodi della tecnologia informatica rasentano l’apologia. Non solo perché il computer potrebbe soccorrere in extremis l’idea di una programmazione dello sviluppo metropolitano, come asseriscono i novelli tecnocrati, quanto per le potenzialità taumaturgiche derivanti dal suo uso, che renderebbero armonica la crescita caotica della metropoli; e tutto senza alcun intervento umano. Con la sua diffusione il computer ha così potuto sostituire l’idea stessa di progetto e la metropoli per la vulgata tecnocratica è tornata a essere il laboratorio dove esercitare le vocazioni razionalizzatrici del nostro vivere sociale. C’è però nella costruzione di una macchina informatica una fase in cui essa è un disegno muto, simile in questo a una mappa toponomastica di una metropoli. Per la macchina si parla di componenti e di circuiti, ognuno con una caratteristica propria, connessi secondo un preciso principio organizzativo. Diversamente, la toponomastica di una metropoli coinvolge ben più che strade e case, rinviando alle relazioni sociali che ne sono alla base. L’analogia del disegno di un computer con una mappa toponomastica di una metropoli si ferma qui, anche se per entrambe sono applicati gli stessi criteri di interpretazione. Tanto nel disegno di un computer che in una mappa cittadina compaiono agglomerati di case, strade e piazze. La consultazione di una mappa cittadina non rivela mai nulla sulle forme di vita che essa ospita. Per ottenere ciò dobbiamo usare i codici adatti per interpretare il vivere sociale. Invece, la ricostruzione del percorso di un segnale elettrico nei meandri di un computer è un’operazione per amanti dell’inutilità. È ciò che accade al protagonista del film disneyano Tron, che compie il viaggio all’interno di un computer alla ricerca del cattivo di turno, alla stessa stregua di un giovane sprovveduto che attraversasse, nella notte, un quartiere dominato da una banda rivale.
La metropoli e il computer sono entrambi un labirinto, di cui non interessa sapere l’ingresso o l’uscita, bensì il percorso giusto per non smarrire la strada. Nel caso del computer, ci troviamo di fronte, secondo lo psicologo cognitivista Douglas Hofstadter, a un labirinto armonico, costruito secondo princìpi organizzativi, rintracciabili in ogni manuale scolastico. Per muoversi nella metropoli invece, per usare le parole di Paolo Virno, occorre un buono stradario che ci guidi tra i giochi linguistici che qui trovano terreno ricco per germinare. Allora il solo rapporto che esiste tra un computer e la metropoli risiede nella divergente percezione dello spazio che entrambi propongono. Limitato e definito quello della metropoli, senza confine quello del computer i luoghi raggiungibili dalla macchina informatica sono infatti potenzialmente infiniti. Il computer ha la potenzialità di creare uno spazio artificiale, che supera i confini fisici della macchina stessa, arrivando a comprendere tutta la metropoli. Non è solo la possibilità di trasmettere a distanza la voce e l’immagine che appartengono anche ad altre tecnologie, come il telefono e la televisione, ma nel computer avviene un tendenziale annullamento della metropoli stessa, sostituita da un agglomerato di numeri binari interpretabili solo con i codici informatici. Possiamo dire che la metropoli arriva a specchiarsi nel computer, che si propone come unica bussola per orientarci in essa. Con una particolarità: i punti di riferimento sono, di volta in volta, stabiliti dall’operatore alla consolle. Su questa previsione hanno scommesso in molti. La possibilità di un’informatica distribuita, in cui ogni nodo della rete era gerarchicamente equivalente ad un altro, ha accompagnato le parallele modificazioni nelle metropoli occidentali. Un piccolo e bello tecnologico per una città abitata da comunità autosufficienti, che interagiscono tra loro come mondi a sé, con propri stili di vita, culture e linguaggi. Per questo, lo schermo di un computer diventa una consolle per viaggiare in uno spazio virtuale, come accade nei libri di fantascienza dello scrittore americano William Gibson. Citare Gibson serve per introdurre un dubbio: cioè che le realtà artificiali non siano altro che l’immagine riflessa delle trasformazioni nella metropoli.
Torniamo alla Pantera. Lo psicologo cognitivo Douglas Hofstadter sarebbe contento del destino che ha accompagnato, nella breve stagione della Pantera, la sua macchina preferita, il computer. Oggetto affascinate, come la sua parente prossima, l’intelligenza artificiale, nelle intenzioni dello studioso americano doveva illuminare il mondo e aiutarlo a trovare l’armonia perduta. Le vicende umane non sono andate proprio nella direzione auspicata da Hofstadter nel 1979, ma il computer si è comunque guadagnato un posto d’onore da cui è diffìcile spodestarlo. Abbiamo visto come in quanto “macchina universale” può risolvere ogni problema, anche il più ostico e diffìcile. Per gli studenti della Pantera è stato lo strumento usato per sperimentare forme di democrazia non rappresentativa.
3). Il rifiuto della delega all’interno della Pantera non era un peccato di democraticismo, bensì esprimeva la convinzione che il proprio sapere e esperienza fossero incommensurabili, e che il movimento fosse il luogo prescelto in cui “condividere parole e azioni”, come scrive Hannah Arendt in Vitaactiva. Per questi motivi lo spazio informatico era per la Pantera, anche se embrionalmente, la potenziale sfera pubblica di una comunità politica in formazione. Scrive la Arendt: “La sfera pubblica, in quanto mondo comune, ci riunisce e tuttavia ci impedisce, per così dire, di caderci addosso a vicenda” Possiamo quindi comprendere perchè il luogo deputato alla costruzione di un mondo comune fosse il punto di incontro di semplici segnali elettrici (i bit), altrimenti insignificanti. Soltanto che il luogo scelto dal movimento degli studenti era ben diversa dall’agorà greca. Lo spazio virtuale costruito dalle piccole reti telematiche della Pantera costituiva la messa a frutto di saperi e competenze, la cui autonomia veniva difesa strenuamente. La costruzione di una sfera pubblica non aveva bisogno quindi di un’agorà. Il luogo di incontro diventava uno dei tanti nodi della rete, mentre nessun limite veniva posto al numero dei soggetti partecipanti alla comunicazione. L’indifferenza per la localizzazione del nodo comunicativo non poteva che mutare la percezione dello spazio metropolitano. La rete telematica diventava essa stessa la mappa cognitiva necessaria per muoversi all’interno della sfera pubblica costruita dal movimento.
Sebbene la costituzione di una sfera pubblica, in cui la comunicazione reticolare era innalzata a tratto distintivo dell’azione politica del movimento studentesco, sia stata l’obiettivo dei promotori delle reti telematiche, è altresì vero che il modello comunicativo proposto era lo stesso di un sistema autoreferenziale.
In un breve saggio commissionato dalla multinazionale Shell, il neurofisiologo Francisco Varela scrive che “l’attività della comunicazione non rappresenta un trasferimento dell’informazione da emittente a ricevente, ma è piuttosto la comunicazione che diventa il formarsi reciproco di un mondo comune, attraverso un’azione congiunta: noi formuliamo il nostro mondo in termini di esistenza, come atto sociale” La comunità politica intravista nelle maglie della rete della Pantera doveva fare i conti con un ostacolo imprevisto, rappresentato dal limite del linguaggio che accompagna sempre la vita dei movimenti sociali nella metropoli, quando essi smettono gli abiti che gli sono propri: quelli della Pantera sono stati la comunicazione e il sapere.
4). La presa d’atto dei limiti del linguaggio espresso dai movimenti sociali non ha, in questo caso, nessuna sintonia con l’adagio postmoderno sulla frammentazione sociale. In questo caso, ci troveremmo di fronte a un gioco truccato di specchi, in cui ogni gruppo sociale si riflette nella metropoli e viceversa. Invece, ciò che abbiamo davanti, e che il movimento della Pantera ha evidenziato, è la fine di un lungo ciclo di ristrutturazione capitalistiche ha modificato il paesaggio sociale, rendendolo opaco e di difficile interpretazione. La produzione fordista sottintendeva un’idea di metropoli, mentre quella basata sul sapere e sulla comunicazione ha come contraltare la città abitata da costellazione di stili di vita culture e linguaggi apparentemente incomunicanti e autosufficienti dal punto di vista politico. In un documento della Pantera romana si affermava che “c’e stato un cambiamento qualitativo e quantitativo nei metodi e negli effetti del dominio e del controllo sociale. Sono le basi più profonde del comportamento umano il campo di azione dei nuovi domini” Il gioco truccato di specchi tra movimenti sociali e sfera pubblica metropolitana trova in questa frase la miglior esemplificazione analitica. Per la Pantera, la posta in gioco era semplicemente la possibilità di costituire una autonoma sfera pubblica.
In fondo, la lettura postmoderna dei movimenti sociali mossi da singole issue ha trovato nella metropoli la linfa vitale per trasformarsi in proposta politica e lì contratta il suo posto al sole. Una rappresentazione del sociale consolatoria e rinunciataria di ogni possibile trasformazione radicale dell’esistente. Va, però, evitato con sospetto ogni rifiuto di una più precisa ricognizione delle costellazioni sociali che popolano la metropoli.
E’ questo, anzi, un paesaggio necessario e indispensabile per possedere una cartografia delle mutazioni sociali in atto. Parallelamente a questo, la sperimentazione di forme democratiche non rappresentative è la strada da perseguire per costituire una comunità politica propriamente intesa. Un luogo dove “condividere parole e azioni”, Ma che sia legato strettamente alla messa in comune del proprio sapere e conoscenza.
Questo non significa che le differenze tra i diversi stili di vita e identità vadano sacrificati sull’altare della comunità politica. Parafrasando Hannah Arendt, nella società la distinzione e le differenze tra i soggetti sociali sono garantiti solo attraverso il discorso e l’azione. Che, per la filosofa tedesca, sono l’essenza della sfera politica. Soltanto che negli attuali rapporti di produzione, il discorso e l’azione politica non possono essere separati dal sapere sociale, dalle esperienze e dalla capacità comunicativa che li connotano. Un percorso che la Pantera ha indicato. E che occorre riprendere.