«Oggi su domani. In memoria di Benedetto Vecchi», di Sergio Bianchi

Benedetto era, per necessità professionale, relazionato a molte aree di pensiero e di azione. Dirigere per decenni le pagine culturali di un giornale come «il manifesto» lo obbligava ad avere uno sguardo largo sui panorami sia delle istituzioni che dei movimenti. Nonostante questo è stato fino alla fine un ragazzo del ’77, un autonomo, un comunista. E un autodidatta. Si era cioè fatto intellettuale, e raffinato, percorrendo con tenacia un proprio percorso di formazione; un «intellettuale dai piedi scalzi», come lo ha giustamente definito Paolo Virno.

Benedetto l’ho conosciuto nella seconda metà degli anni Ottanta. Di ritorno con Nanni Balestrini dalla Francia ero approdato a Roma e con Primo Moroni lavoravamo a L’orda d’oro. Della prima edizione di quel libro, che poi non è stato dimenticato, stavo scrivendo il capitolo sul ’77 e mi è capitato per trafile occasionali di incontrare Benedetto e altri suoi compagni che mi raccontarono utilmente cos’era stata per loro la straordinaria meteora di quel movimento.

Benedetto era da poco entrato a far parte de «il manifesto» come tecnico informatico ma già aveva cominciato a scrivere brevi articoli proprio sugli effetti dell’introduzione delle tecnologie informatiche nei processi di produzione, sia materiale che immateriale. Siccome in quel periodo per campare lavoravo in uno scantinato di Monteverde come operatore al montaggio di audiovisivi per reti televisive sia pubbliche che private, voleva che gli raccontassi nei dettagli in cosa consistevano, com’erano fatti, i costosi macchinari utilizzati in quel covo di lavoro nero cognitivo. Prendeva appunti su un libriccino e a volte mi telefonava anche sul lavoro. Così, pian piano, diventammo amici. Ci scambiavamo consigli di lettura, i film da vedere e cominciò il rito, mai più abbandonato, delle nostre cene a due nelle cucine delle case che mi trovavo qua e là ad abitare. Era una buona forchetta e a parte i peperoni mangiava di tutto, e gli piaceva anche bere bene. Si parlava per ore (fumando tanto, troppo) di quel che era accaduto al nostro movimento, di quando e come si era sbagliato, dei morti, dei feriti e dei prigionieri, di quel letamaio culturale, politico e sociale che ci toccava di vivere come risultato della nostra sconfitta. Ma non davamo solo le spalle al futuro, analizzavamo con scrupolo anche quel presente con l’ansia e il desiderio di percepire dei segnali, anche i più flebili, di un cambiamento di rotta in quelle relazioni sociali cosi asservite alle logiche che avevamo combattuto.

Finii in una casa straordinaria abitata da alcuni stravaganti figli della buona borghesia napoletana: un attico fatto da due appartamenti accorpati con una grande terrazza che dava sul parco di Largo di Villa Bianca. Era una specie di comune frequentata da decine di persone. Tutte le sere si mangiava insieme come in una trattoria e il fine settimana si facevano feste che si prolungavano fino all’alba. Lavoravamo tutti, perlopiù precariamente, per il cinema, la televisione, la pubblicità, l’editoria. I miei rapporti privilegiati erano con Manolo Luppichini ed Eugenio Cappuccio, diventati poi registi seri, Massimo Gaudioso diventato sceneggiatore di molti film di successo tra i quali L’imbalsamatore, Gomorra e Dogman, ma soprattutto con Mauro Trotta col quale più tardi diedi corpo al progetto della rivista «DeriveApprodi».

Ci si vedeva spesso anche con Benedetto, che nel frattempo acquistava spazio e autorevolezza sulle pagine culturali del suo giornale. Cadde il Muro e subito dopo arrivò la Pantera. Quel movimento che aspettavamo, che chiuse quei mai abbastanza maledetti Ottanta aprendo insieme orizzonti e scenari nuovi. In un battibaleno rinacquero le riviste: «Futur antérior» a Parigi, «Altre ragioni» e «Millepiani» a Milano e molte altre più effimere. A Roma nacque «Luogo Comune», e lì dentro ci ritrovammo io, Mauro e Benedetto. Una redazione assembleare (troppo assembleare per garantirne la continuità) composta da Paolo Virno, Marco Bascetta, Andrea Colombo, Papi Bronzini, Augusto Illuminati, Lucio Castellano, Franco Piperno, Lanfranco Caminiti, Giorgio Agamben, Massimo De Carolis, Enzo Modugno, Giovanni Giannoli, Franco Lattanzi, Massimo Ilardi e molti altri. In assoluto il meglio del «pensiero critico» romano. Le donne però erano pochissime: Alessandra Castellani, Bia Sarasini, Angela Scarparo. Quasi una totalità di uomini. Eggià… qualcosa voleva pur dire.

«Luogo Comune» fu uno spartiacque, in soli quattro numeri costruì i paradigmi teorici che fecero da base a molto dell’agire dei movimenti nel quindicennio a venire. Seminari, riunioni, presentazioni si susseguivano. Avevamo la netta sensazione di essere finalmente usciti dal pantano, di aver ricostruito delle nuove idee-forza capaci di diffondersi socialmente. Ma dopo tre numeri la macchina si inceppò. L’assemblea redazionale era troppo ampia e i suoi discorsi prendevano direzioni disomogenee che rischiavano di creare confusione annullando la forza dei paradigmi fin lì costruiti. O almeno così pensarono alcuni, i più autorevoli però. Forse la vecchia idea che il partito epurandosi si rafforza li convinse. Così, mentre il grosso della partecipazione andava in dispersione, prepararono il quarto numero. Senz’altro il migliore, ma per paradosso anche l’ultimo. Dopo il terzo numero non passò la proposta di formalizzare una redazione motivata con le ragioni di rendere il lavoro più efficiente e coeso. Benedetto, Mauro e io eravamo i più giovani e in accordo con la proposta della formalizzazione della redazione, pur sapendo ovviamente che non ne avremmo fatto parte, o forse Benedetto sì. Infatti poi lui seguì la fattura del quarto numero, mentre io e Mauro ci mettemmo a delirare sull’ipotesi di una nuova rivista tutta da inventare. Non avevamo il minimo dubbio sul fatto che il punto più alto dell’intelligenza analitica e della conseguente elaborazione teorica stesse nella componente, diciamo così, più omogenea di «Luogo Comune», ma eravamo anche convinti che le altre soggettività in dispersione erano comunque preziose. Inoltre, forse per il semplice fatto di essere più giovani, avevamo un occhio più attento e una qualche concreta internità a quel che il movimento della Pantera aveva prodotto, al fatto che i suoi animatori si stavano riversando nei centri sociali alfabetizzandoli, togliendoli da un difensivismo autoreferenziale che li aveva fin lì obbligati a un isolamento e a una scarsa significanza nei conflitti sociali. In sostanza pensavamo che quel ribollire di nuova soggettività in costruzione era una referenza diretta e di massa a quanto «Luogo comune» aveva elaborato. Certo, esisteva il problema di come organizzare il lavoro progettuale, e poi redazionale, evitando il guazzabuglio assembleare, di come tenere insieme e ricavare ricchezza teorica da una partecipazione larga e anche disomogenea senza che ciò fosse di impedimento alla realizzazione concreta del progetto. Discutemmo per settimane su quel rompicapo finché una sera capimmo che l’uovo di Colombo era lì a portata di mano: non si sarebbe fatta alcuna redazione fissa ma redazioni specifiche numero per numero in base alle tematiche scelte. E quella fu la formula che funzionò per 26 numeri, dal 1992 al 2005.

Benedetto seguiva con puntualità quel frenetico discutere mio e di Mauro con la sua solita paziente e discreta attenzione. Il suo contributo prezioso consisteva nell’informazione che sapeva darci del dibattito teorico interno e internazionale, dato che per il suo lavoro al «manifesto» divorava quintali di libri al mese. Ci diedero retta Lanfranco Caminiti e Lucio Castellano, insieme a Bifo da Bologna. Ma soprattutto sapevamo di avere l’appoggio concreto di quel placido leone di Nanni Balestrini, che di riviste ne aveva fatte fin dagli anni Cinquanta, e di Primo Moroni che scrisse il testo «fondativo» dal quale venne tratta la frase che comparve nella copertina del n. 0: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente».

Mentre tessevamo la rete delle collaborazioni e il recupero dei testi da pubblicare (tra i quali anche quelli di Agamben e di Negri) assistevamo sbigottiti alla velocità con la quale si sbriciolava il sistema dei partiti della prima repubblica. Stampammo il numero 0 nell’improbabile mese di luglio del 1992. Un classico formato A4 impaginato con uno dei primi programmi di computer grafica da Massimo Kunstler, che fu autore anche del logo della testata DeriveApprodi, nominazione che decisi io col consenso di Mauro, ma che però fece incazzare Bifo che la riteneva, chissà perché, di «sapore cattolico». Riuscimmo a convincere il distributore Joo a mandarne nelle librerie 700 copie. Una roba da matti, a luglio, un prodotto del genere mischiato alle letture da ombrellone. Andarono esaurite in una settimana. Benedetto, che aveva partecipato con il suo del tutto pertinente articolo Lo spazio informatico e la Pantera ’90, scrisse poi la recensione alla rivista su «il manifesto» dove sottolineava il fatto che quel progetto nasceva da un ambito collettivo del tutto informale costituto da quella che cominciava a delinearsi come la nuova forza-lavoro cognitiva in formazione. Il progetto consolidò una propria continuità costruendo a ogni numero della rivista una specifica rete che andava a relazionarsi alle altre già esistenti. Benedetto seguì passo passo la costruzione di quel processo di complessa tessitura tenendo viva l’analisi sui suoi temi privilegiati. Sul n. 1 scrisse Lavoro: ora che niente è più come prima; sul n. 7 Frontiera dell’impresa a rete; sul n. 9/10 Cyberspazio e azione politica. In quegli anni il movimento era come un aereo che dalla Pantera aveva cominciato a correre sulla pista acquisendo sempre più velocità senza però riuscire a decollare. Finché arrivò la rivolta zapatista e la prospettiva di un nuovo, inedito, internazionalismo. E lì l’aereo, magicamente, si staccò da terra.

A metà del ’95 il neonato editore Castelvecchi mi chiese di lavorare da lui. Si era costruito in fretta un’immagine di intraprendente «innovatore» del mercato della piccola editoria. Mi diede dello spazio, e per quanto possibile me ne presi dell’altro. Conveniva a entrambi, anche se sapevo di non c’entrare niente con quel compiaciuto surfare piuttosto a caso su una superficie che faceva perlopiù dell’effimera schiuma.

Benedetto aveva capito l’importanza del passaggio, e avendo a che fare tutto il giorno con i libri sapeva indicarmi le dritte opportune del momento, così come sapeva dissuadermi da testi magari alla moda ma che rischiavano di portare su binari morti. Fu così che in virtù delle reti costruite in precedenza fu possibile portare a quell’editore parecchi testi importanti, come Millepiani di Deleuze e Guattari, Panegirico di Debord, L’inverno è finito di Negri, Centri sociali che impresa, a cura di Moroni e Tripodi, Woobinda di Aldo Nove… Poi a Castelvecchi si associò Francesco Coniglio, uno tra i principali editori di fumetti d’autore, ma anche grande esperto musicale. Francesco mi permise la realizzazione di una collana di DeriveApprodi che pubblicò 10 titoli e funzionò da prototipo per il futuro.

La rete si era fatta fitta, le cose parevano mature per tentare l’avventura di una casa editrice. Passavamo notti intere a discuterne. I complici più immediati a Roma erano Ilaria Bussoni e Lanfranco Caminiti, più defilati Daddo Fortuna, Eugenio Cappuccio, Manolo Luppichini, Andrea Wohr, la grafica che era subentrata a Kunstler, poi c’erano Giorgio Boldrin a Tradate, Eleonora Stanzani a Bologna e Pino Tripodi e Elisabetta Galasso a Milano, ma si tramava con altre decine di persone sparse in tutta Italia e anche in Francia. In quelle sere Benedetto arrivava per cena, sfinito dal lavoro, ma resisteva come tutti fino a tardi. Poi a ’98 iniziato Francesco ruppe con Castelvecchi. Poco dopo il dado fu tratto e a settembre pubblicammo i primi due libri della nuova casa editrice: le riedizioni di Spinoza, di Toni Negri e di …ma l’amor mio non muore, curato da Gianni-Emilio Simonetti. La pista era segnata. Una pista che ha portato a pubblicare fin qui 600 titoli.

Lanfranco Caminiti, che contribuì ad avviare concretamente la casa editrice, ha reso un’illuminante descrizione dell’agire della nostra rete nel corso del decennio Novanta: «…Nel deserto c’era rimasto solo il pensiero politico. A iosa, strabordante, eccedente. Ma sommerso. Che succede quando hai un patrimonio teorico enorme ma non il tempo storico? Ti chiudi in convento e lo conservi. Ne fai codici, digesti, pandette. Metti i monaci a lavorarci sopra, a arricchire il lascito con miniature e mappe e disegni. Che succede quando hai una religione ma non i fedeli? Predichi ai passeri, sperando che un giorno acquisiscano la parola. Questo erano le riviste degli anni Novanta. Questo era «DeriveApprodi», come le altre. Codici miniati e prediche ai passeri. Pochi altri ferventi monaci arrivavano, pronti a perpetuare il lavoro, ma le chiese restavano vuote. Ci si passava l’un l’altro le profezie, come fossero terzine di Nostradamus capaci di indovinare gli accaduti. Era così. Tra le oscure righe, la profezia era chiarissima. Ma restava una pratica di iniziati. Di illuminati. Di massoni. Poi gli anni Novanta finirono. E finirono con Seattle. I passeri arrivavano in stormo e facevano un gran baccano».

Sì, fecero un gran baccano. E Benedetto di quel baccano, che dopo Seattle portò a Genova, ne seguì ogni specifico rumore e stonatura. Non limitandosi alla registrazione delle cronache dei dibattiti che lo attraversavano ma cercando di arricchirlo col suo lavoro di offerta su «il manifesto» di quel che riteneva il meglio della produzione teorica in circolazione a livello internazionale. Un lavoro prezioso, fatto con accortezza e modestia, a volte contestato con argomenti speciosi se non addirittura stupidi. Ma anche in quelle circostanze ho sempre visto Benedetto sfoderare una pazienza infinita nel cercare di spiegare a chi strillava il funzionamento di un quotidiano che aveva al proprio interno molte diverse posizioni perennemente in bilico. Partecipò alla progettazione e realizzazione dei «giornali di DeriveApprodi» da distribuire in migliaia di copie in occasione dei cortei di massa che si susseguivano: «Immaterial workers of the world», «Ora o may day», «Fermare i saperi di guerra», «Contro i centri di detenzione temporanea».

A quei cortei partecipavamo incordonati in forma certo diversa da quella dei nostri tempi giovanili. E ci si faceva spesso anche dell’ironia sopra. Certo, la macelleria perpetrata a Genova rodeva, e tra di noi meno giovani ci si guardava a riguardo con un certo imbarazzo e sentimento di odio impotente per i macellai. Ma non avemmo neppure il tempo di ragionare sul da farsi in quel movimento impetuoso e confuso che arrivò l’abbattimento delle Torri gemelle e poi la guerra, che divenne permanente. Seguì l’esplosione della bolla finanziaria e la crisi economica. Sembrava un piano preordinato. Guardavamo strillare i ragazzi «Noi la crisi non la paghiamo», sapendo che non sarebbero stati in grado di dare seguito pratico a quegli strilli. Da lì l’aereo andò in stallo, si avvitò su se stesso e cominciò lentamente ma inesorabilmente a precipitare.

Un assunto di fondo della nostra formazione teorica recita che la teoria nasce dalle lotte, e non viceversa. In assenza di lotte di massa si è obbligati a inseguire la frammentazione, il particolare il discontinuo, ciò che fa da transito, da passaggio, e per farlo ci si deve dotare di adeguate lenti di ingrandimento. Nacque così il laboratorio teorico di Uninomade e dopo la sua implosione quelli di Euronomade, Effimera e Commonware. Io non aderii a quel percorso, mandavo avanti il lavoro complesso e gravoso della casa editrice e costruii con altri la Cooperativa Doc(k)s che intendeva sperimentare la possibilità di elaborare una qualche strategia adatta a valorizzare quel che si definiva la «cultura indipendente» prodotta dal reticolo incomunicante delle piccole e medie «imprese culturali». Benedetto aderì al percorso di Uninomade e poi, in maniera più partecipata, a quello di Euronomade. Ma non smise comunque mai un solo momento di seguire anche il lavoro di Doc(k)s partecipando a tutti i suoi principali eventi: le fiere nazionali dell’editoria indipendente Book Pride e Bellissima, il convegno I fiori di Gutenberg, il festival sull’infanzia Impunito, i seminari, le adunanze. In tutte quelle circostanze non solo contribuì all’elaborazione dei progetti ma intervenne anche con discorsi e scritti.

Benedetto diceva troppo spesso troppi sì a troppe persone, vincolandosi di conseguenza a impegni le cui scadenze faceva poi fatica a rispettare. Col risultato di farne incazzare molte. Basti dire che gli è capitato una volta di fare incazzare pure me, ma non ci conoscevamo ancora molto bene. Poi ho capito come stavano le cose, com’era il suo carattere, qual era il contesto nel quale lavorava, e nel limite del possibile, quando raccoglievo le lamentele dei suoi autori, uffici stampa ed editori insoddisfatti per le lungaggini delle uscite, cercavo di giustificarlo, non sempre riuscendoci però. Riguardo queste faccende negli ultimi anni tra noi era diventato solito scambiarci delle battute ironiche. Mi capitava per esempio di sollecitare una recensione che aveva promesso a un nostro libro e che tardava. Dopo alcune scadenze andate buche gli facevo la chiamata il cui tono sapeva interpretare come definitiva. Allora mi diceva con decisione: «Esce domani!». Il giorno dopo sfogliavo il giornale e puntualmente il pezzo non c’era. Allora lo chiamavo. Lui rispondeva sornione: «Che c’è?». «Benedetto, cazzo, mi avevi detto che usciva oggi». «No – rispondeva lui ancora più sornione – intendevo dire che usciva oggi su domani, tu dopo trent’anni non hai ancora capito il linguaggio giornalistico…». «Sì, oggi su domani, mi pari Totò mi pari: Giovanotto, ti ho detto che ti pago domani, e oggi che cos’è? oggi è oggi, e domani è domani…». Insomma, ’sta storia di «oggi su domani» sapevo ormai che era l’espediente ultimissimo al quale faceva ricorso in caso di estrema complicazione.

Benedetto lavorava tanto, forse troppo. Mi ha dato il suo ultimo scritto, un saggio su «rivolta e rivoluzione», il giorno prima di andarsene, e ne ha voluto anche discutere. Ha lavorato fino all’ultimo esattamente come Nanni. In molti ci hanno detto: «Ma come, eravate quelli del rifiuto del lavoro e avete passato la vita a non far altro che lavorare». A loro rispondiamo con le parole di una canzone del ’77 e sul ’77 di Claudio Lolli che sul lavoro di Benedetto calzano a pennello: «Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile, le pagine le giravo sempre con il fuoco. Nessun maestro è stato mai talmente bravo, da respirarsi il mio ossigeno ed il mio gioco. Ed il lavoro l’ho chiamato piacere, perché la semantica è violenza oppure è un’opinione». Benedetto adorava la sua famiglia, gli brillavano gli occhi ogni volta che gli capitava di citare sua moglie Laura e sua figlia Marianna. Ma lo faceva di rado, perché a dispetto della sua personalità pubblica era negli affetti alquanto riservato. Così come era sempre discreto e gentile nel trattare gli affetti degli altri. Verso l’universo femminile poi aveva una curiosità infinita. Ed è stato sempre presente, e soprattutto leale, con chi considerava amico e amica. Io lo so bene. E adesso, attorno al mio tavolo è rimasta una sedia terribilmente vuota.

Sergio Bianchi, 19 gennaio 2020

Un assaggio

Benedetto era, per necessità professionale, relazionato a molte aree di pensiero e di azione. Dirigere
per decenni le pagine culturali di un giornale come «il manifesto» lo obbligava ad avere uno
sguardo largo sui panorami sia delle istituzioni che dei movimenti. Nonostante questo è stato fino
alla fine un ragazzo del ’77, un autonomo, un comunista. E un autodidatta. Si era cioè fatto
intellettuale, e raffinato, percorrendo con tenacia un proprio percorso di formazione; un
«intellettuale dai piedi scalzi», come lo ha giustamente definito Paolo Virno.