«Un anno che ne vale dieci», di Gabriele Polo

Difficile dire quando cominciò, ma quello che è passato alla storia come «autunno caldo» inizia ben prima degli ultimi mesi del 1969: si annuncia già nella primavera di quell’anno tra la Fiat Mirafiori e la Pirelli Bicocca, per poi esplodere nel luglio con gli scontri di corso Traiano a Torino, tirare il fiato con le ferie d’agosto e precipitare in una conflittualità permanente da settembre.
Ma più di qualche semplice avviso arriva già un anno prima , quando – mentre scoppiavano le università – gli operai di Valdagno abbattevano la statua del conte Marzotto, quelli di Marghera si ribellavano a Edison e Montecatini, i sindacati chiamavano alla mobilitazione contro lo sfruttamento dei braccianti, le gabbie salariali e per la riforma delle pensioni. O, addirittura, tutto era iniziato con gli scioperi riusciti – dopo qualche anno di fallimenti – per il contratto degli elettromeccanici del ’66, o nel luglio del ’62 in piazza Statuto a Torino, con l’assalto alla sede della Uil, colpevole di aver firmato un accordo separato. O, persino, il vero debutto era stato due anni ancor prima: il luglio ’60 e «i ragazzi con le magliette a strisce». Insomma, una storia più lunga di qualche mese autunnale, impossibile fissarne l’avvio in un solo evento o in un solo giorno. Certa, invece, è la data di conclusione del lungo autunno: 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana e – a seguire – un precipitoso chiudere del contratto più complicato e rappresentativo – quello dei metalmeccanici. Da lì inizia un’altra storia, dentro e fuori le fabbriche, troppo segnata dal quadro politico generale e dalla «mobilitazione generale» di tutti i poteri, palesi e occulti.
Quella «conclusione» del secondo biennio rosso fu uno spartiacque storico. Ma l’anno degli operai (dopo quello degli studenti) ha rappresentato in sé a prescindere da un atto finale così drammatico una cesura del Novecento italiano, anche se si tende a non ricordarla (a differenza di quella del ’68), a rimuoverla, abbattendone memorie e conquiste. Si sperimentò allora – e durò per quasi un decennio – un nuovo concetto di partecipazione politica, già annunciato dalla contestazione studentesca, imperniata attorno al concetto di democrazia diretta e incarnata dall’assemblea come luogo di decisione finale. Ne vennero travolte (e poi cambiate) le istituzioni della rappresentanza sindacale, si radicalizzarono le forme di lotta, s’innovarono gli strumenti della comunicazione del e nel movimento.
I «nuovi operai» – prodotto dell’immigrazione meridionale e del taylorismo estremo dell’industria italiana – divennero protagonisti di un processo di formazione politica in un incontro-scontro con la tradizione del movimento operaio organizzato. Rivolta e contrattazione, ribellioni e riforme composero un mix unico nella storia del paese. E lo cambiarono. A partire dalla fabbrica, dai luoghi di lavoro, segnandone per alcuni anni la vita quotidiana e i rapporti di potere; fornendo un esempio – troppo sbandierato e poco praticato – di «nuovo mondo possibile», quello sintetizzato nello slogan più inutilmente gridato del decennio post-69: «Il potere dev’essere operaio». E forse varrebbe la pena capire meglio cosa fosse davvero quel «potere», nelle sue manifestazioni reali, prima che nelle sue proiezioni politiche (poi tirate da tutte le parti, dal Pci al partito armato, passando per i «gruppi»). E, soprattutto, quale fosse l’origine di quella richiesta di potere, quale ne sia stato il merito. Cercavano maggior libertà, quegli operai. Da una condizione, che con il crescere di un’industria ad alta intensità di lavoro e a basso tasso d’innovazione, era diventata insopportabile: nei ritmi troppo alti, nel controllo «militare» dei capi, nei salari troppo bassi. E – fuori c’era la volatilità di un welfare approssimativo, case troppo costose o abitazioni penose, la prospettiva di una pensione misera; mentre la società dei consumi balenava miraggi a tutti accessibili allontanando per sempre l’austera routine dell’era contadina, la famiglia non era più l’ammortizzatore sociale di un tempo e l’alfabetizzazione (scolastica e televisiva) prometteva mobilità sociale. Condizione materiale e possibilità promesse cozzavano tra loro.
E, così, la libertà quegli operai la trovarono soprattutto in un protagonismo – per alcuni una vera scoperta esistenziale – che li portò negli anni successivi a «governare» le loro fabbriche pur senza «possederle».
Fu soprattutto l’uscita da quella che era la precarietà di allora: con salari decenti e «uguali per tutti» (è del ’69 la fine definitiva delle zone salariali – dette gabbie – oggi in qualche modo riproposte), la certezza di una pensione – pubblica – basata sul «patto solidale tra generazioni» (quello che la previdenza privata manderà in crisi e il sistema delle assicurazioni ora vuole smantellare del tutto), un welfare e una sanità meno dipendenti dall’eterna sussidiarietà della famiglia italiana (riforme poi svuotate e a loro volta «riformate» in chiave privatistica), una serie di diritti che rendevano le persone non più ricattabili, permettendo loro – ad esempio – di poter esprimere anche sul posto di lavoro la propria opinione, di decidere sulla propria condizione, di eleggere i propri rappresentanti (conquiste codificate in accordi, contratti e in uno Statuto, poi progressivamente cancellati o resi vani da un’altra precarizzazione, del tutto materiale, quella coperta con l’deologia della flessibilità e accompagnata da appositi accordi sindacali e leggi sindacali e leggi parlamentari).
Riuscissimo a evitare la nostalgia del tempo perduto (e di ciò che concretamente è stato sottratto dalla controrivoluzione liberista), ricollocandolo nella materialità vissuta dai suoi protagonisti, l’autunno caldo ci aiuterebbe a comprendere il potere – l’ambivalenza di continuità e innovazioni del capitalismo –, ma soprattutto le discontinuità che possono metterlo in discussione praticando un «altro mondo».