Avete tempo anche per mangiare? Allora fate più pezzi

 

di Luciano Parlanti, tratto da «1969: quando gli operai hanno rovesciato il mondo. Sull’attualità dell’autunno caldo», di Paolo Ferrero

Entrai alla Fiat nel ’59. In quel periodo la disoccupazione era incredibile, c’era anche gente che pagava per essere assunta alla Fiat, e tutti quelli che venivano assunti venivano messi sotto una disciplina bestiale. Già alla visita medica era difficile passare: se avevi qualcosa non ti assumevano, assolutamente. Dovevano avere gente sana, proprio perché dovevano sfruttarli fino all’osso. Già dalla visita medica volevano dimostrare come erano organizzati.
Fatta la visita medica ci presero da parte in una sala e ci fecero la morale, dicendoci appunto che eravamo dei privilegiati, che c’erano tanti disoccupati e che tra tutti questi avevano scelto proprio noi, e quindi di non fare i furbi. Poi da lì ci portarono a Mirafiori, nelle officine, dove c’erano i capi, i quali si sceglievano gli operai: «Io prendo questo»; «Io mi prendo quello». Andavano più o meno a simpatia. Guardavano in faccia la gente e prendevano quelli che gli andavano, ci scambiavano proprio come bestie.
Mi misero in una squadra a lavorare. La prima cosa che notai era che i capi venivano, in quattro o in cinque, a vedere l’assunto. Venivano lì, ti osservavano bene mentre lavoravi, parlavano tra loro come per dire: «Lo provo io, poi se non va bene lo passo a te, e vediamo come va…». Cioè, si scambiavano gli uomini tra loro come se fossero delle cose.
La disciplina che c’era in Fiat era proprio quella: dopo aver bollato andavi a lavorare, non avevi nessun
contatto con i tuoi compagni, più che in tre non potevi parlare, mangiare non potevi mangiare se non nei dieci minuti di intervallo. In quei dieci minuti allora potevi mangiare a andare al gabinetto, ma c’erano delle code enormi ai gabinetti perché durante il lavoro non ti davano mai il cambio. Avrebbero dovuto darti il cambio per andare al gabinetto, invece i capi non te lo davano e ti dicevano piuttosto di lavorare più in fretta, di anticipare il lavoro che così magari, invece di dieci minuti ti avrebbero dato un quarto d’ora di intervallo. C’era chi pisciava nelle sciocche per risparmiare tempo e perché non ce la faceva più. A me è capitato di pisciare nelle sciocche più volte. Poi un capo reparto ci chiamò a rapporto per dirci che l’urina ossidava le scocche e che non bisognava più fare l’urina nelle macchine. Allora si pisciava dentro le bottiglie di Coca Cola.  Guai a bollare in ritardo. Quando facevi tre ritardi in un mese al quarto ti licenziavano, anche se c’erano dei barotti che arrivavano da lontano. Loro dicevano: « Se non ti va stai a casa, se non ce la fai è inutile che vieni qui». Ti mettevano sempre con la paura e l’affanno, sempre di corsa da casa alla fabbrica,  sempre di corsa per andare a lavorare.
Dopo mangiato, in refettorio, tu non potevi stare cinque minuti in più a mangiare, o a chiacchierare con un compagno, non ne avevi tempo perché attaccavano subito la catena di montaggio. Come finivi di mangiare la linea partiva. Secondo me, tutta quella disciplina che avevano messo aveva lo scopo sì di farti lavorare tanto, ma anche di impedirti di avere degli allacciamenti con gli altri operai. Infatti capitava che se tu chiacchieravi un po’, finito il lavoro passava il capo e ti diceva: «Sa sa, via, circolare, prendi una scopa e fai pulizia, prendi uno straccio e pulisci l’elettrodo, pulisci la macchina»… A loro giravano le scatole a vederci chiacchierare, e così siamo stati isolati l’uno dall’altro, ci ha portati all’individualismo.
A quei tempi le categorie influivano molto, ci dividevano. C’era la corsa al ruffianismo. Loro davano per esempio la seconda categoria al fuori-linea, uno che era capace di fare diverse mansioni. Ma l’importante non era tanto il fuori-linea, perché loro prendevano un qualunque operaio e gli dicevano: «Guarda, tu oggi sei fuori-linea». Il fatto è che loro ti mettevano fuori-linea per provarti: un elemento che era un po’ rivoluzionario, per esempio, in fuori-linea che faceva? Aiutava gli altri. Se andava uno che soffriva, uno che non ce la faceva più, altri in difficoltà, indietro nel lavoro, ’sto fuori-linea andava ad aiutarli. Il capo capiva che quel fuori-linea era uno non adatto alla Fiat, perché la pensava già diversamente. Difatti una volta che toccò anche a me fare il fuori-linea il capo mi disse: «Guarda che tu non devi aiutare il Tizio, il Caio, tu devi raccogliere qualche pezzo di carta in giro, ma l’importante è che tu devi sentire quello che dicono. Poi riferirmi le cose a me.
Praticamente il fuori-linea lo usavano da spia. Usavano anche le categorie per costruire il ruffiano. Difatti quando uno aveva la seconda categoria non gli si diceva: «Oh hai avuto la seconda; che bravo che sei stato».
Gli si dava il nome di ruffiano, perché per arrivare alla seconda, quello lì, non aveva fatto una rotazione di lavoro, ma una rotazione dell’informazione al capo.
Un altro metodo di disciplina era dividere gli spogliatoi: c’era lo spogliatoio degli operai delle linee, quello dei capi, quello della revisione. Ci avevano divisi anche negli spogliatoi, perché loro volevano dare
importanza all’individuo: «Tu, dio buono, hai la seconda categoria, non è giusto che ti cambi insieme a un manovale. Devi cambiarti insieme a gente della tua altezza», hai capito!
Il guardione veniva anche a guardare nel tuo armadietto, perché loro volevano vedere cosa avevi dentro, se avevi giornali, se avevi magari «l’Unità»… Difatti nessuno leggeva. Era assolutamente vietato leggere. Se c’era un operaio che portava un giornalino – «Topolino», tanto per dire – veniva licenziato in tronco. Non è questione di «Topolino», ma perché da «Topolino» tu poi, un domani, potevi portare magari un opuscolo, o un volantino, o il giornale… E loro ti colpivano per non fare politicizzare poi gli operai.
Un’altra forma di disciplina era di impedire anche di fare colazione mentre lavoravi: infatti capitava che tu magari mangiavi un pezzo di pane mentre passava il capo; se eri un ruffiano o un crumiro magari chiudeva anche un occhio, ma se quel giorno gli giravano un po’ i pallini, diceva: «Ah avete il tempo anche per mangiare, allora fate pezzi in più».