Cionondimeno

 

(editoriale al n. 1 della Rivista «Luogo Comune», novembre 1990)

1. Questa rivista ritiene plausibile, anzi conveniente, una critica radicale dei modi di pensare e delle forme di vita oggi prevalenti. È finito il tempo in cui si poteva soltanto limitare il disonore. Non servono più cauti rattoppi a un vecchio ordito concettuale, né risentite postille al dibattito corrente. Importante è aprire nuove feritoie, che diversamente orientino lo sguardo, rovesciando in più di un caso l’ordine di priorità delle questioni: ciò che pare decisivo, può risultare irrilevante, e viceversa. Importante è trovare degni di meraviglia certi clichés cui più non si bada, e ripetitive fino al tedio molte conclamate novità; dividere ciò che sembra simbiotico, e collegare quel che è più lontano; spostare l’attenzione, così da riconoscere il profilo di un volto nel medesimo coacervo di linee dove altri scorgono un’anfora.
La critica della società fondata sul lavoro salariato deve evitare, però, ogni nenia nostalgica sui movimenti di massa del passato. La rivista si attiene scrupolosamente ai soggetti, alle mentalità, alle forme di vita, ai modi di produrre e comunicare, che rappresentano l’esito estremo della modernizzazione e dello sradicamento da qualsivoglia precedente tradizione. Si occupa soltanto dei problemi, ai quali nessuna soluzione arrecherebbe un ipotetico ripristino di condizioni anteriori. D’altronde, solo se saprà afferrare la più recente innovazione e il più inedito sussulto di protesta, la rivista si metterà in grado di ravvisare anche continuità inaspettate con il passato. Nel «soltanto adesso», purché rilevato gelosamente come tale, è possibile poi veder balenare un «fin da allora». Una ritrovata capacità di dire «no» crea i propri predecessori, elegge al rango di contemporanee alcune voci anziché altre, definisce da capo cosa è attuale.
Nel concentrare ogni attenzione sulle crepe che possono lacerare questo presente, la rivista fa suo il molto citato proposito di Walter Benjamin: salvare i fenomeni (o meglio, la loro concretezza) attraverso le idee, rappresentare le idee nei fenomeni. Più che a una stucchevole mediazione tra avances teoriche e dettagli empirici, si mira a un loro immediato cortocircuito. Per la rivista non è un impaccio, ma una virtù, stabilire una relazione diretta tra l’analisi di un paradosso linguistico e una sfumatura esistenziale, una ricerca etica e un fatto di cronaca, un problema epistemologico e il modo di lavorare dei pubblicitari, il marxiano general intellect tecnico-scientifico e i romanzi ciberpunk.
In una società in cui ha tanta importanza la Borsa valori, cioè un ente quanto mai rarefatto e metafisico, il preventivo disprezzo per le astrazioni deve suscitare sospetto. Chi lo esprime è uno yesman, ci si può scommettere. D’altra parte, in una società in cui ogni secrezione spirituale si iscrive nella produzione sociale come un crudo fatto empirico, il millantato distacco dall’opacità dei fenomeni quotidiani suona come una moneta falsa. Chi così si atteggia, ha certamente un cantuccio da difendere nell’industria culturale. Di se stessa, per il momento, la rivista può dire solo: né «pragmatica», né «squisita».

2. La rivista vorrebbe stabilire la propria dimora in quella zona di confine, in cui ogni esperienza è intrisa di ambivalenza, calamitata da opposti poli magnetici. Valga qui un esempio tra i più rilevanti. Ciò che ha caratterizzato gli ultimi due decenni, in Occidente, è la fuoriuscita dalla società del lavoro. La virtuale riduzione del lavoro necessario a porzione trascurabile di una vita; la possibilità di concepire la prestazione salariata come increscioso episodio di una biografia, invece che come ergastolo e fonte di duratura identità: è questa la grande trasformazione, di cui siamo protagonisti talvolta inconsapevoli, testimoni non sempre attendibili.
L’erogazione diretta di fatica è divenuta un fattore produttivo marginale, un «miserabile residuo». La scienza, l’informazione, il sapere in genere si presentano come «il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza». Essi, non più il tempo di lavoro. Tuttavia questo tempo, anzi il suo «furto», continua a valere quale principale parametro dello sviluppo e della ricchezza sociali. La fuoriuscita dalla società del lavoro costituisce, pertanto, un teatro di furiose antinomie e di paradossi sconcertanti. Essa avviene pur sempre nelle forme prescritte dal sistema sociale basato sul lavoro salariato. Flessibilità come regola dispotica, disoccupazione da investimenti cui fa da beffardo contrappunto l’aumento degli straordinari, riedizione di rapporti di dipendenza premodemi per controllare individui non più disciplinati dalla fabbrica: tutto ciò è sotto i nostri occhi.
La rivista si propone di seguire da presso la fuoriuscita dalla società del lavoro: sia come nuovo dominio, sia, soprattutto, come occasioni di libertà. Nella zona grigia in cui soggiorniamo, l’intero spettro della vita sociale è attraversato dalla contesa tra due possibili calendari, dalla percepibile alternativa tra due opposte organizzazioni del tempo. Non sembra un esercizio superfluo ragionare come se l’«altro» calendario, quello che pone al centro la ricchezza e la dignità del non-lavoro, fosse socialmente vigente. Interrogandosi, quindi, sulle forme di vita che si delineano, allorché decade l’intero sistema di «appartenenze», ruoli, identità, che al lavoro è strettamente correlato.

3. La rivista è ambiziosa. Non mero contenitore di inquietudini teoriche, né orgoglioso e appartato «dissi e salvai l’anima mia». Suo proposito dichiarato è incidere sul senso comune, contribuendo dunque a modificare la più immediata percezione della realtà sociale. A immagini familiari intende sostituire altre immagini, che familiari possano diventare. Disinteressata a speciali squisitezze, la rivista ha la pretesa di far intravedere, corrodendo gli attuali, altri possibili luoghi comuni.
Prendere a proprio oggetto il «senso comune», già implica una scelta di merito. In tal modo, infatti, si privilegia l’insieme di fenomeni nei quali viene in vista la totale coincidenza tra produzione e cultura, modelli operativi e immagini del mondo, tecnologie e tonalità emotive. Si respinge ogni scissione metafisica (ma anche ogni collegamento «in ultima analisi») tra corpi e anime, tra cause materiali ed effetti spirituali (o viceversa). Nella situazione che è nostra, in cui il sapere e la comunicazione linguistica sono divenuti materia prima dei processi di lavoro, i cosiddetti «fatti» dell’esistenza quotidiana si presentano come viluppi teorici; e, rispettivamente, le «idee» non rispecchiano lo stato delle cose, ma ne sono una componente.
Naturalmente, la stretta compenetrazione, anzi l’identità, tra forme culturali e articolazioni dello sviluppo materiale può avere versioni diverse e contrastanti. Rendendo visibili i molteplici sentieri alla cui confluenza si situa il «senso comune», la rivista aspira a criticare l’attuale conformazione di quest’ultimo e, insieme, ad anticiparne un’altra, ora solo latente. Così facendo, persegue un obiettivo preciso, circoscritto e però decisivo: dar forma e voce allo smottamento su posizioni critiche e conflittuali di una parte significativa dell’intellettualità di massa.
Smottamento maturo, e per certi versi già in corso, come attestano le recenti lotte degli studenti. L’intellettualità diffusa, talvolta integrata in reti produttive avanzate, talvolta marginale e dai «piedi scalzi», è il bandolo di tutte le matasse: materializza in se stessa le trasformazioni degli ultimi anni, l’incastro indissolubile di sapere e produzione, la dissoluzione delle identità tradizionali, i chiaroscuri insiti nella fuoriuscita dalla società del lavoro, i sentimenti oggi preminenti.

4. Cinica e idealista nello stesso tempo, abile ad adattarsi eppure perennemente fuori posto, ricca di memoria ma estranea ad ogni tradizione, l’intellettualità di massa è attraversata da ogni sorta di contraddizioni. Per di più, questa contraddittorietà è vissuta a sua volta in modo ambivalente: da un lato come un’intima ricchezza, dall’altro come un problema assillante. Un problema a cui tutte le ideologie dominanti in Italia negli anni ’80 – in apparenza così variegate e puntigliosamente pronte a beccarsi tra loro – offrono di fatto una stessa, desolante risposta: l’aggiramento, la rimozione, il silenzio. Così, i neo-illuministi del progresso rispolverano a ogni occasione una presunta razionalità «moderna» che esclude da sé ogni ambivalenza e ogni incertezza radicale, fino a voler imporre ai singoli la stessa logica astratta che li opprime –
magari agghindata dal gergo tecnocratico dell’informatica o della teoria dei sistemi. Per contro, i tanti pensatori deboli o indeboliti dal maltempo fanno a gara a esaltare proprio questa ambivalenza, purché da essa sparisca ogni elemento di disagio o di conflitto; a elogiare la leggerezza purché se ne rimuova l’insostenibilità; ad annunciarci la buona novella che la società si è fatta tanto più libera e felice quanto più appare grigia ed opprimente, benché di questo magico rovesciamento quasi nessuno si accorga tranne loro. A completare il quadro, gli squisiti spregiatori della società di massa (marchiati in fronte con l’ideogramma delle edizioni Adelphi) custodiscono in una solitudine a larga tiratura la rimpianta memoria del Sacro, insensibili al fatto che da tempo ormai, lungi dallo sparire, i paradossi, gli enigmi e i fantasmi dell’antica metafisica hanno preso posto nel profano e sono divenuti il pane quotidiano di migliaia di persone. Ovunque, infine, il gergo indeterministico delle nuove scienze, applicato come una cattiva metafora all’esistenza sociale, spoglia quest’ultima delle sue tensioni e delle drammatiche alternative che la animano: impossibile precisare la posizione dei corpuscoli sociali, la loro direzione, l’esito delle loro interazioni.  Ovviamente, sarebbe futile polemizzare con queste posizioni per il gratuito gusto del confronto; il punto è che, come già si diceva, l’intimo intreccio di idee e fatti è tale, che la concreta realtà dell’intellettualità di massa non è scindibile dai gerghi e dai modelli con cui essa comprende se stessa. E’ perciò che un ribaltamento del senso comune è un passaggio essenziale per innescare quella defezione che la rivista si propone; ed è perciò che un attacco privo di tatto all’«ideologia italiana» degli anni ’80 resta un punto imprescindibile di tale programma.

5. Solo una critica radicale degli attuali rapporti di produzione è in grado di scuotere lo stagno postmoderno: mai e poi mai un afflato progressista o un virtuoso illuminismo democratico. Ma questa critica radicale stride, oggi, con i modelli politici, culturali, organizzativi ereditati dalla storia della sinistra. Anzi, più che stridere, ne è impedita.
Il lavoro come valore e lo Stato come fine: in questa temibile coppia sta la causa effettiva della crisi comunista in Occidente. Una crisi che è maturata nei punti alti del conflitto sociale, allorché, per così dire, si respirava a pieni polmoni: ben prima, dunque, dell’arretramento generale di questi ultimi anni. Quando tutto sembrava andare per il giusto verso, proprio allora si è avuta una drastica divaricazione tra la cultura della sinistra – lavorista e statalista, appunto – e i comportamenti conflittuali operai e giovanili. E’ allora che si è consumato un lungo addio da parte di tutti coloro che si sono battuti contro la coazione al lavoro salariato, dubitando inoltre che lo Stato (la sua «presa») rappresentasse un obiettivo di liberazione. Ammesso che sia davvero esistito un album di famiglia, è negli anni dell’onda alta che molti hanno girato le spalle alla macchina fotografica, cominciando a uscir fuori dall’inquadratura (…)