«Grande è la confusione sotto il cielo…», di Paolo Pozzi

(…) L’Autonomia operaia a Milano nella primavera del ’77 era un bel casino. Proprio un bel casino. Provo a raccontarvela molto in breve.
C’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista «Rosso» (di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore); il gruppo che si riuniva intorno alla rivista «Senza tregua» e il gruppo cosiddetto del Casoretto o detto anche dei «belliniani».
Cerco di spiegare in poche parole qual era la differenza tra questi gruppi. «Rosso» era «movimentista», che allora voleva dire individuare il soggetto della rivoluzione nell’«operaio sociale». Con questo termine si indicava il soggetto antagonista che stava nascendo nella produzione ormai diffusa su tutto il territorio a seguito della pesante ristrutturazione messa in moto dal capitale nella grande fabbrica per sconfiggere le lotte dell’«operaio massa». Quindi, dalla grande fabbrica alla fabbrica diffusa. Ma non solo. La produzione necessitava sempre più di maggiore socializzazione e cooperazione perché al capitale non serviva solo la forza fisica dei soggetti ma soprattutto la forza intellettiva. La produzione investiva ormai l’intera vita dei soggetti.
L’oppressione era quindi generale e l’insubordinazione nei luoghi di lavoro e nella vita sociale finiva per porre da subito il problema del potere. Non si trattava solo di richiedere più salario e meno orario sui posti di lavoro ma di praticare fin da subito una vita totalmente altra.
L’antagonismo diventava frontale. La politica non serviva quindi solo per «rompere le linee in fabbrica», ma la lotta delle avanguardie operaie doveva saldarsi con la rivolta delle donne contro la famiglia che perpetuava l’oppressione, con l’estraneità degli studenti alla scuola e alla vita normalizzata che li attendeva nel futuro, con la lotta degli omosessuali contro la sessualità eterosessuale come norma. Insomma, per dirla con le parole del numero di «Rosso» uscito subito dopo il festival del proletariato giovanile di Parco Lambro nel giugno del ’76: «Il proletario che lotta incomincia sempre più presto, è un ribelle prima di diventare un lavoratore, perché la talpa rivoluzionaria sta arando ogni campo di lotta, dalla famiglia, al quartiere, alla scuola… Il comunismo è giovane e nuovo, è la totalità della liberazione». In uno slogan: «Tutto è politica, anche il modo con cui si fa politica». Una vera miscela esplosiva!
Rosso era forte con i Collettivi politici operai (Cpo) all’Alfa, alla Face, alla Siemens e con i Collettivi politici studenteschi (Cps) nelle scuole, Liceo classico Berchet in testa.
Senza tregua, era più operaista. I compagni della «Corrente» e della «Frazione», che in Lotta continua avevano portato avanti la battaglia politica «per l’armamento di massa», se ne erano andati nel ’74 sbattendo la porta da quel gruppo da loro ormai considerato del tutto pacifista e imbelle. Si erano portati dietro un bel numero di operai. Erano forti alla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni e all’Innocenti di Lambrate. Poi si erano incontrati con i potoppini scalzoniani e avevano dato vita alla rivista «Senza tregua» e ai Comitati comunisti per il potere operaio. Erano anche forti nella bergamasca. Anche qui per limitarsi a Milano e alla Lombardia. Il cuore del loro progetto era l’operaio della grande fabbrica. Gli operai dei Comitati erano seri, ma anche un filino tetri. Quando l’Enrico della Marelli parlava del controllo operaio sulla produzione, e da lì a cascata su tutto il resto del mondo, a noi dell’ala frikkettona di «Rosso», quelli di «Rosso tutto il resto» per capirci, ci passava un brivido per la schiena. Questi, se vincono, ci proibiscono le canne! Con grande sollievo si venne poi a sapere che le canne se le facevano pure loro.
Poi c’era il Casoretto, meglio conosciuto come la «banda Bellini», dal nome del suo leader riconosciuto e incontrastato Andrea Bellini. Era un servizio d’ordine coi fiocchi nato dall’antifascismo militante e radicato in un quartiere operaio chiamato appunto Casoretto. In quegli anni c’erano scontri a ripetizione con i neri e i compagni morivano sparati dalla polizia o ammazzati dai fascisti. Nelle giornate di aprile del ’75, quando dopo la morte di Varalli e Zibecchi i compagni avevano assaltato il «covo di via Mancini», sede del Movimento sociale italiano, quelli del Casoretto si erano distinti. Alla grande. Quando i «belliniani» si inserivano nei cortei con i loro spolverini grigi gonfi di bocce all’urlo: «Basta, basta con i parolai, armi armi armi agli operai» incutevano un certo rispetto anche tra gli amici. (…)
Accanto a quella che noi chiamavamo «autonomia organizzata» viveva, in modo totalmente magmatico, un’«autonomia diffusa» molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del settembre ’77 a chiusura del convegno contro la repressione venne stimata dalla polizia di 100.000 persone, il che vuol dire che eravamo 200 o 300.000.
L’autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore stava con l’autonomia operaia.
Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai.
C’erano le donne di via dell’Orso che oltre l’autocoscienza, per la quale quelle di via Dogana erano insuperabili, facevano danni ai negozi di Luisa Spagnoli. Si diceva che la Spagnoli impiegasse nella produzione dei vestiti le proletarie rinchiuse nel carcere di Spoleto. Recitava il volantino: «Oggi due boutiques della signora Spagnoli hanno chiuso in perdita: due gruppi di compagne le hanno bruciate… La signora Spagnoli, tutti gli sfruttatori, tutti gli sbirri, i porci, le suore e i collaborazionisti dovranno d’ora in poi fare i conti con la coscienza rivoluzionaria del movimento delle donne». Le donne poi, tutte le donne, ci riempivano la testa con gli slogan: «Compagno in piazza, fascista a letto…», «Nella case, nelle galere, siamo sempre prigioniere», «Tremate, tremate, le streghe son tornate». Erano state al convegno di Pinarella e al ritorno erano, almeno per noi uomini, del tutto fuori di testa. I nemici eravamo diventati noi, non i padroni. Puccio era incazzato con la sua ragazza che gli dava del fascista, lui che dalle medie si prendeva a sprangate con i neri. «Queste sono state a Spinarella», diceva sconsolato.
Alla sera però si andava tutti insieme ai concerti che ci fumava il cervello a furia di riunioni. Naturalmente non si pagava il biglietto. Si sfondava e via. Uno spino rischiarava le idee. E poi una volta l’anno c’era il Parco Lambro di «Re Nudo». E giù con le parole d’ordine: «La coppia uccide l’amore»; «La famiglia rende schiava la donna»; «Perché l’amore deve essere solo e sempre tra uomo e donna?»; «Compagni F.u.o.r.i.».
Sì, quelli del F.u.o.r.i. portavano in giro uno spettacolo bellissimo che si chiamava la Traviata Norma. Stampavano anche un giornaletto: «Il Vespasiano». Come impaginazione ricordava un sacco «Rosso», del resto il grafico era la stessa persona.
C’erano i collettivi di quartiere: Romana-Vittoria, Baggio, Barona, Lambrate-Bovisa, San Siro, la Stadera, Sempione-Garibaldi; Gallaratese, Olmi, Cesano Boscone, Arese-Rho-Pero. A Romana- Vittoria noi di Rosso eravamo fortissimi. «A Romana non si muove foglia che Rosso non voglia», diceva l’Andrea che in Rosso contava un casino. L’Andrea aveva avuto pure l’idea di fare una piccola scuola quadri per i collettivi di quartiere. «Non è che questi possono andare avanti a spaccare tutto, senza capire la fase politica», diceva. Così aveva convinto Toni a fare un piccolo corso accelerato in via Disciplini. Con Baggio era andata così così. Anzi il Matteo, che voleva capire bene, aveva fatto un sacco di domande. Invece quelli di Romana, a sentire il Toni, si erano rotti parecchio. In particolare Degenerato e Degeneratino, i due cucciolotti del collettivo, che non ne potevano più e a un certo punto, senza dare nell’occhio, avevano tirato fuori i coltelli e fatto a fettine un angolo della tavolata riunioni. Così noi la sera dopo, alla riunione dei Cpo, trovammo un grande mucchio di schegge sul pavimento.
E poi c’era il sabato che era un vero festival di iniziative. Quelli di Romana facevano irruzione nelle fabbrichette della zona dove lavoravano in nero un sacco di ragazzi come loro con lo slogan: «Chiudere i covi del lavoro nero». Quelli di Baggio andavano a spikerare ai mercati rionali: «Basta farsi sfruttare così senza il libretto, senza la malattia pagata, senza ferie»; «Al sabato non si lavora».
Con gli operai dell’Alfa, della Siemens e della Face si andava a far la spesa all’Esselunga. E con i carrelli pieni saltavamo le casse con lo slogan: «Non si paga, non si paga».

Si trovava anche il tempo per dibattiti sfinenti sulla differenza tra appropriazione a autoriduzione. Gli emmeelle del Cuculo (Comitato comunista di unità e di lotta) – già, mi ero dimenticato, c’erano anche loro nell’autonomia milanese –, che erano forti in via Padova, andavano a fare la spesa proletaria al supermercato della zona. Ma riempiti i carrelli, una volta alla cassa pretendevano che la cassiera battesse il prezzo a metà. Una perdita di tempo colossale. Era arrivata la pula e aveva blindato tutti. Per fortuna che gli emmeelle erano pieni di avvocati.
Nel pomeriggio c’era la solita manifestazione non autorizzata. E appena si vedevano sbucare i caramba o la pula si partiva con: «Carabiniere, basco nero, il tuo posto è il cimitero»; «Ps, padroni, fate fagotto, arriva la compagna P.38». E tra le tre dita levate a forma di pistola si intravedeva anche qualche pistola vera. Tanto volte al caramba gli venisse l’uzzolo di sparare. Così ci pensava due volte.
E poi, di notte, c’era chi sbullonava i binari del trenino merci dell’Alfa per dar man forte alle lotte della verniciatura, chi bruciava un po’ di macchine di capi e capetti, chi tirava quattro bocce contro il portone delle caserme dei caramba. Che quelle andavano sempre bene. Ogni tanto nella foga si dava il brucio a qualcosa di sbagliato. Successe anche quella notte di un ottobre del ’77 quando arrivò la notizia che i compagni della Baader-Meinhof erano stati «suicidati» a Stammheim. Allora si diede il brucio a tutto quello che suonava tedesco. Volkswagen, Mercedes, Audi e via proseguendo. Si bruciò anche la Gestetner che era inglese. Ma con quel nome se l’erano
cercata.
Anni dopo, per tutto il processo 7 aprile, quel cazzo di Pm lo ripeteva come una cantilena: «Non si curavano di conoscere neppure quello che bruciavano!» E noi dalla gabbia: «Ti è andata proprio di culo, che se ti si incrociava quella notte davamo il fuoco pure a te, bastardo!».
Ma al di là dei ricordi che mi assalgono bisogna pur dire che l’autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni, innanzitutto nel sindacato e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e quindi riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.
Ma l’autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche, era lotta dappertutto. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva «tutto e subito», e questo significava, come abbiamo detto, appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e di autoriduzione.
Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne pochi casi, le prime forme di violenza nacquero infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi.
Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti si tiravano le bottiglie molotov.
Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi, e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; infatti se lo eri, stavano molto più attenti…
C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta si era posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta si era posto il problema che non si poteva aspettare i «due tempi», come nella tradizione comunista classica, cioè prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale.

Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come risposta da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora, o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo. Eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo. Pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione: tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.
Questa era l’autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale ecc. – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso. (…)