I latitanti erano loro

di Paolo Virno

C’è un modo di ricordarsi degli anni ’70 , della rivoluzione italiana, che è un incubo non privo di aspetti comici. È un modo di ricordare riferito a una catena di repressioni alle quali sfuggimmo a stento, quando sfuggimmo. Fascisti, servizi deviati, lo strapotere dello Stato e della grande industria, ovunque una repressione che a volte costrinse a una legittima difesa. Anni da inseguiti, anni da latitanti in pectore, perché anche chi non lo era doveva sentirsi tale. Ma noi sappiamo che è vero l’esatto contrario: i latitanti erano loro. Noi li abbiamo messi sotto una pressione sociale, politica e culturale dalla quale ancora adesso stentano a riprendersi. Noi abbiamo esercitato potere sulle loro vite mettendoli in condizione di non nuocere. Allora si è allargò la capacità di decidere alternativa a quella dei padroni e dello Stato in ogni anfratto dell’organizzazione sociale, che si trattasse del quartiere, del reparto di fabbrica, della scuola, dell’università e persino talvolta dell’esercito. A comandare spesso eravamo noi. Mai una generazione ha esercitato tanto potere sociale e per così lungo tempo. Mai quelli che di solito incutono paura hanno avuto così tanta paura per se stessi, per le loro abitudini, per i loro lussi, per i loro usi e costumi. Raramente è capitato di incutere tanta paura a coloro che abitualmente per mestiere, e per natura, intimorisce il prossimo, intimorisce chi sta sotto, intimorisce chi lavora. Vi era una spaccatura fra i poteri. Il potere non era più solo concentrato in una parte. Donne uomini ragazzi, talvolta persone anziane esercitavano il loro potere. Questa è la verità degli anni Settanta.

Quelle fotografie di Daddo e Paolo che ci vengono da un tempo lontano sono un frammento eloquente, e commovente, di questa verità. Il 2 febbraio 1977 accade qualcosa di drammatico a Daddo e a Paolo che incendiò la prateria sociale su uno di quei temi che, paradossalmente, era al di fuori dall’orizzonte del movimento. Perché noi non eravamo prioritariamente antifascisti. Ora pare invece che gli anni ’70 furono soprattutto anni di resistenza al fascismo, alla repressione ai servizi deviati. No, la verità è che potemmo quasi sempre serenamente disinteressarci dei fascisti, e questo non perché non fossero talvolta un ostacolo da togliere dalla nostra strada ma piuttosto perché per noi erano politicamente inessenziali. In nostro obiettivo era la barbarie moderna, la continuazione del lavoro salariato, quello sotto padrone. Era a quel nucleo di violenza concentrata che riservavamo la nostra attenzione. L’episodio che quelle fotografie ci ricordano – ricordandoci un amico, Daddo, che non c’è più, la sua biografia i suoi tragitti – si riferisce all’antifascismo come accadimento stravagante. Quelle fotografie ci parlano ancora – e parlano anche alle persone più giovani – con tanta potenza perché è con il movimento del ’77 che è cominciata la nuova epoca nella quale siamo ancora immersi. Perché fu allora che vece irruzione sulla scena – con qualche rozzezza che le anime belle ci perdoneranno – un nuovo soggetto sociale: quello del lavoro precario, del lavoro part-time, del lavoro intellettuale di massa. Entrò senza grazia e senza compromessi, carico di una forza politica dirompente, quello che sarebbe diventato il soggetto sfruttato dei decenni successivi. Un soggetto capace di seminare panico tra quelli che per mestiere seminano panico. Per questo diciamo che il ’77 è il nostro futuro alle spalle. Nel senso che i nuovi modi di produzione, quello che è stato chiamato con un termine pigro postfordismo, l’organizzazione del lavoro intermittente, precario, intellettuale, si presentò all’inizio come grande potere di questi soggetti. I medesimi che oggi sono sottomessi ma che all’inizio mostrarono quello che potrebbero tornare a essere.

Quelle fotografie, inoltre, hanno un tonalità propria. Walter Banjamin, che di fotografia si occupava, disse che guardando l’antica fotografia di una ragazza pescivendola, quel che si cercava di comprendere era il modo in cui quella ragazza guardava il mondo, quali erano i suoi desideri, i suoi modi di esistere. Ma, ancora di più, quel che si provava a immaginare era addirittura il futuro di quella ragazza, ciò che sarebbe stato di lei. Ecco, io credo che si provi qualcosa di non molto diverso guardando quelle foto di solidarietà assoluta tra compagni comunisti e rivoluzionari, così come furono Daddo e Paolo in quell’occasione. Guardando quelle foto, anche per chi ha vissuto quegli anni, anche per chi Daddo e Paolo ha conosciuto di persona, si pone una domanda come ritorno sul luogo di quelle emozioni, di quel modo di essere, di quella capacità straripante di esercitare contropotere. E cioè: quei volti come guardavano le vie d’attorno? come guardavano i loro simili? come guardavano i diversi i nemici? quali affetti e passioni erano nei volti che quelle fotografie ci restituiscono? Ma, ancor di più: qual è stato il loro futuro? Perché la potenza di una foto è quella di farci interrogare su quali erano i tanti futuri possibili accanto a quel che è stato il futuro reale, concretamente accaduto. Ciò vale per la pescivendola della foto di Benjamin, come vale per la foto di Daddo e Paolo, come vale per il movimento del ’77 nel suo complesso. Come dire che in quelle immagini un interrogativo resta del tutto aperto: sappiamo ciò che è realmente seguito a quelle immagini ma esse ci spingono a chiederci quali altri futuri possibili esistevano e sono ancora lì racchiusi in attesa di essere riscattati e semmai, ragionevolmente, attualizzati.