L’anno della riscossa operaia.

Dopo un decennio di sconfitte, le tappe verso l’esplosione del ’69

di Andrea Colombo

… [Per poter ben parlare del ’69 bisogna arretrare fino a quegli anni ’50]. Un decennio di sconfitta, seguito alle grandi lotte del ciclo 1947-50, dalla resistenza opposta alla strategia dei licenziamenti nel ’46 allo sciopero insurrezionale dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio ’48, dal lunghissimo sciopero nella Padana del giugno ’49 all’ultimo tentativo di resistenza operaia a Torino, nella primavera del ’50.
La controffensiva si gioca tutta tra il ’50 e il ’53, con l’epurazione dei principali quadri operai, guidata dalla Fiat che inaugura la pratica dei «reparti-confino», nei quali vengono concentrati i militanti non sottomessi alla disciplina di fabbrica. La campagna del ’53 contro la legge-truffa segna un punto a favore della sinistra ma alla Fiat, per la prima volta, lo sciopero «politico» fallisce. Nelle elezioni di Commissione interna del ’55, la Fiom perde la maggioranza passando dal 63,2 al 36,7 per cento. La situazione nelle altre fabbriche è sempre durissima, anche se meno disperata: un forte sciopero dei chimici e del settore della gomma, con la Pirelli all’avanguardia, nel ’55; un esasperato braccio di ferro, durato 120 giorni e concluso con un accordo perdente, al porto di Genova sempre nel ’55; una vertenza che conquista la riduzione d’orario a parità di salario alla Olivetti di Agliè e poi di Ivrea nel ’56.
La classe operaia che esce battuta dallo scontro del dopoguerra ha poco in comune con quella che tornerà in scena, alla fine degli anni ’50, con il grande sciopero degli elettromeccanici milanesi. Modificata la composizione, mutato il ruolo all’interno del processo produttivo, sovvertito il rapporto con le istituzioni del movimento operaio. Da noi non si era ancora davvero affermato il processo di razionalizzazione introdotto, a partire dagli anni venti, con la parcellizzazione taylorista del meccanismo di produzione e quindi con la centralità dell’operaio di linea dequalificato e deprofessionalizzato. I quadri operai che avevano guidato le agitazioni del dopoguerra erano adulti (sia perché la perizia necessaria richiedeva una certa esperienza, sia perché i giovani erano stati coinvolti in massa nello sforzo bellico), qualificati e ben radicati nel territorio circostante la fabbrica. Il movimento operaio contava sulla loro affezione a un lavoro sentito in qualche misura come proprio e su una coscienza politica formatasi in anni di vita e militanza all’interno della fabbrica.
Gli anni ’50 sconvolgono radicalmente questo assetto, anche se il movimento operaio impiegherà un decennio per accorgersene. A partire dalla fine dei ’40 la Fiat apre la strada a una ristrutturazione taylorista del processo produttivo che comporta in primo luogo l’espulsione degli operai più anziani e professionalmente qualificati, che erano anche gli «indesiderabili» in quanto formavano lo strato più sindacalizzato. Nel ’54-55 lo sviluppo economico permette un tentativo di espansione sul mercato europeo: si impone di conseguenza una ulteriore riconversione, che passa per il rinnovo degli impianti e una massiccia automazione. In una situazione di disciplinamento realizzato, il capitale immette nelle fabbriche forza lavoro nuova, assume decine di migliaia di immigrati del tutto privi di specificità o addestramento professionale e li colloca intorno alle catene di montaggio che costruiranno, di lì a poco, il «boom».
Lo sviluppo economico innesca, nello stesso periodo, il gigantesco flusso di migrazione interna che tocca il suo picco nei primi anni ’60, si arresta nella fase congiunturale ’64-67 e poi riprende, pur senza raggiungere i livelli precedenti, nel ’68-69. La prima ondata arriva dalle campagne del nord, dal Piemonte rurale e soprattutto dal Veneto. Il grosso della popolazione immigrata subentra in un secondo tempo e proviene dal sud. I giovani meridionali scendono dal «treno del sole» con sulle spalle la valigia di cartone legata con lo spago, in tasca la raccomandazione del parroco e tra i sogni, al primo posto, l’ingresso nel «paradiso Fiat», che garantisce un salario relativamente alto, assistenza e garanzie.
Nei ’60, dunque, la grande maggioranza delle maestranze è rappresentata da operai giovani e senza qualifica, non sindacalizzati, tra cui moltissimi immigrati. Figure sospette per il movimento operaio tradizionale, deboli e ricattabili, per lo più apertamente ostili alla «politica» di qualsiasi colore. Ragazzi privi di tradizione sindacale come di qualsiasi possibile identificazione con il proprio lavoro, del tutto incomprensibili per la mentalità e l’etica del movimento operaio. Soggetti apparentemente destinati a subire senza resistenze l’ideologia del consumo e dell’integrazione sociale, l’allettamento delle «tre M» (moglie, macchina, mestiere) su cui il capitale italiano fonda le sue fortune anche più che sulla repressione. Eppure proprio questi «nuovi» operai, obbedienti e controllati, diffidenti nei confronti dei partiti di sinistra e del sindacato, conquistati dal sistema di valori funzionale al piano del capitale, si riveleranno portatori di una insuperata carica di antagonismo e animati da una rabbia insanabile.
Se si ricercano le assonanze tra la situazione degli ultimi anni ’50 e quella di oggi, i parallelismi saltano agli occhi, come pure le sostanziali diversità. In entrambi i casi una ristrutturazione tecnologica basata su una precedente sconfitta operaia, che comporta la radicale trasformazione del sistema di produzione. In entrambi i casi, l’emergere di figure sociali inedite, le cui caratteristiche sembrano garantire una duratura pace sociale e un agevole esercizio del dominio. Certo, la ristrutturazione attuata nel decennio che abbiamo alle spalle è di dimensioni assai più vaste rispetto a quella di trenta anni fa. Lo scivolare al centro dell’apparato produttivo del sapere tecnico- scientifico, della comunicazione e della cultura intesa nella sua accezione più vasta, ha posto in primo piano figure che sembrano non aver più nulla in comune con l’immagine operaia a cui siamo abituati. Intellettuali dai piedi scalzi, proletari del lavoro intellettuale diffuso, facilmente conquistati dalle ideologie e dalle scale di valori adeguate allo sviluppo del nuovo sistema produttivo.
L’omologazione globale, l’esigenza di ridurre ogni forma di produzione a un unico modello dominante, sono ormai esigenze obsolete, al punto che forse il principale carattere della fase attuale è la proprio compresenza di modi di produzione diversissimi, legati a periodi storici tra loro distanti. La fabbrica, pur senza scomparire, ha irrimediabilmente perso la sua centralità, con tutto ciò che essa comportava in termini di coesione e unificazione, di luogo materiale capace di fare da leva e di garantire identificazione collettiva. Il quadro non sembra dunque autorizzare alcuna speranza. Ma, come insegna l’esperienza del ciclo dominato dall’operaio- massa tra i ’50 e i ’60, questo soggetto quanto mai frammentato, questi «operatori» programmati per combattere una continua guerra di tutti contro tutti ed essere così opportunamente «messe a profitto», sono la principale forza capace di riaccendere una conflittualità radicale e ambiziosa, che non si ponga come massimo obiettivo il miglioramento funzionale della democrazia.
Può tornare utile, per azzardare ipotesi sugli slittamenti fuori programma che possono ribaltare funzionalità e obbedienza in conflitto e critica radicale, tornare ancora agli anni ’60. A una offensiva culturale non dissimile, per quanto meno agguerrita, da quella attualmente in corso. Non a caso, proprio in quella fase fiorirono le varie teorizzazioni che immaginavano una classe operaia irrimediabilmente «integrata» grazie alle lusinghe del consumismo, priva di ogni potenziale antagonista, e anzi in tutto funzionale agli interessi dello sviluppo capitalistico.
Va detto che la mitologia articolata intorno all’integrazione operaia non si basava su inganni o miraggi.
Certo, il «paradiso Fiat», al pari di tutti i suoi più modesti epigoni, si rivelò un inferno. L’esperienza dell’emigrazione comportò traumi laceranti, in cui si sommavano condizioni abitative disastrose, razzismo sfrontato, lavoro durissimo. Tuttavia l’espansione dei consumi è un fatto, così come il raggiungimento di una occupazione massiccia. La rabbia che si affaccia a Piazza Statuto nel ’62, serpeggia negli anni seguenti ed esplode infine nel ’69, con il culmine e l’esaurimento dell’intero ciclo, non va addebitata a promesse ignorate, ma invece proprio alle impreviste conseguenze del mantenimento di quelle stesse promesse.
L’accesso al consumo doveva garantire una disciplina fondata sul consenso, mise invece in moto un doppio processo conflittuale: da un lato rese inevitabile la richiesta di una partecipazione infinitamente meno limitata alla ricchezza sociale, dall’altro finì per evidenziare i limiti del consumo come veicolo di soddisfazione e realizzazione. La piena occupazione, a sua volta, permise di scoprire, e di rifiutare immediatamente, la realtà di un lavoro, precedentemente mitizzato a causa della penuria e della disoccupazione. Sempre la piena occupazione, infine, allentò la pressione dell’«esercito industriale di riserva» e la ricattabilità degli operai diminuì in proporzione.
Il salario, come richiesta di una partecipazione alla ricchezza sociale svincolata dalla produttività, e la guerra contro il lavoro invece che per un diverso lavoro, saranno così le costanti nelle lotte degli anni ’60, fino a trovare nel ’69 una esplicita e formalizzata espressione.
Di fatto le ipotesi che consideravano il «benessere» come soporifero anticorpo capace di essiccare alle radici la coscienza antagonista escono smentite e addirittura capovolte dal ciclo degli anni ’60. Tra le indicazioni che partono dai giorni del ’69, questa è forse la più adeguata al presente e la meno compresa da ciò che resta del movimento operaio. Allora la sinistra, condizionata da una tradizione ideologica intrisa di moralismo populista e rigorismi di ogni sorta, non riuscì a intravedere la valenza sovversiva che traversava il consumismo come «altra faccia» della produzione di consenso e stabilì una presunta incompatibilità tra consumi e conflitti di classe. Oggi, l’affondo degli anni ’80 ha portato alle estreme conseguenze la strategia fallita nei ’50: sconfìggere ogni possibile antagonismo anche e soprattutto sul piano culturale. Imporre mentalità, sistemi di valori, classifiche dei bisogni e dei desideri che soffochino sul nascere ogni conflittualità radicale. Scoprire in anticipo le linee di tendenza opposte che albergano in questo stesso apparato culturale apparentemente privo di contraddizioni e incrinature, individuare le diverse declinazioni possibili degli elementi che puntellano l’ordine regnante in occidente: il ciclo dell’operaio massa invita a percorrere questa strada, si offre come modello impareggiabile per mettere a fuoco gli assetti possibili del prossimo decennio.
Lo sciopero degli elettromeccanici milanesi, nel ’58-59 inaugura un decennio di crescente rabbia operaia.
Nel giro di pochi anni, la ripresa coinvolge tutte le principali fabbriche a esclusione della Fiat, dove, nonostante la mobilitazione nella sezione Grandi motori, falliscono nel ’59 ben 11 scioperi contrattuali. Le ore di sciopero complessive nel paese passano dai 33 milioni del ’56 ai 73,5 del ’59, il doppio della media degli anni ’50, per poi scendere di nuovo ai 73,5 milioni nel ’60.Dopo l’accordo contrattuale, la conflittualità in fabbrica decresce relativamente e il teatro dello scontro si sposta nelle piazze. Dal 30 giugno al 7 luglio, la rivolta contro il governo democristiano di Tambroni, appoggiato dall’esterno dai voti determinanti del Msi. rappresenta il debutto ufficiale, la presentazione in società del nuovo soggetto operaio: le «magliette a strisce», giovani schedati dai sociologi come sottoproletari, neanche considerati veri e propri operai. Il luglio ’60 non determina la ripresa delle lotte, ne è invece la prima conseguenza fuori dalla fabbrica. Segnala l’esistenza di un carattere tutto politico della nuova conflittualità operaia difficilmente sospettabile.
Lo stacco tra partiti della sinistra e operai raggiunge infatti il suo livello massimo proprio all’inizio del decennio. La percentuale di operai occupati iscritti al Pei è passata nel corso di 10 anni dal 30,5 per cento all’11,6 e nel ’62 – anno di massima conflittualità nelle fabbriche con 181,3 milioni di ore di sciopero – si ridurrà al 10,3. Il numero delle «cellule» comuniste scende a sua volta dalle 11.272 del ’50 alle 5917 del ’62.
Sempre nel ’62, l’anno della ripresa delle lotte alla Fiat, la Fiom tocca il minimo storico nelle elezioni di Commissione interna Fiat (27 per cento).
Mentre l’opinione comune trovava in questi dati una conferma della inaffìdabilità politica e sindacale degli operai di linea e immigrati, fin dalla metà dei ’50 gruppi di militanti avevano iniziato a studiare la nuova composizione di classe, individuando proprio negli operai dequalificati e depoliticizzati la principale forza antagonista latente. Di questi studi si trovano tracce non solo nella produzione dei Quaderni rossi ma anche in alcuni fondamentali convegni, da quello organizzato dall’Istituto Gramsci nel ’56 a quello milanese del ’60 su «Trasformazioni tecnologiche e società italiana» fino al convegno sulla Fiat organizzato dal Psi, nel quale viene accennata una analisi delle «forze nuove» del tutto opposta a quella ancora corrente nel movimento operaio, con la parziale eccezione della Fiom.
Nel ’62, a Torino, le anticipazioni di questi militanti trovarono una conferma globale. Tra gennaio e marzo due agitazioni molto dure alla Lancia e alla Michelin, con scioperi interni ed esterni, scontri con crumiri e polizia e perfino un assalto alla villa di Doubrèe, il padrone francese della Michelin. Alla Fiat, dove per tutto il ’61 si erano avute fermate spontanee in alcune sezioni, la Fiom dichiara all’inizio di febbraio uno sciopero che, come d’abitudine, fallisce. In maggio cominciano le agitazioni in vista del rinnovo dei contratti dei metalmeccanici: sulla partecipazione degli operai Fiat non conta nessuno. Invece, il 19 giugno 7.000 operai scioperano e altrettanti si fermano all’interno degli stabilimenti. Il 23 giugno, per la prima volta da anni, riesce uno sciopero nella principale azienda italiana: 60.000 operai restano fuori dai cancelli, presidiati dai picchetti a cui partecipano anche operai Lancia e Michelin. Per il 26 e 27 il sindacato proclama un nuovo sciopero a cui la direzione, ormai preoccupatissima, reagisce con la «sospensione del lavoro», cioè la serrata, negli stessi giorni. Si arriva così alla proclamazione di un nuovo sciopero per il 7, 8 e 9 luglio.
Nel pomeriggio del 6 si viene a sapere che la Uil e il sindacato giallo Sida hanno firmato un accordo separato ed esortano gli operai a non scioperare. Nonostante i due firmatari avessero raccolto, nelle ultime elezioni di Commissione interna, il 63 per cento dei voti, la mattina del 7 lo sciopero è totale. La Fiat imputerà la riuscita dello sciopero alla durezza dei picchetti, che sono in effetti molto rigidi, bloccano e rovesciano le auto dei dirigenti. Nel pomeriggio, gruppi di operai della Uil si radunano di fronte alla sede del loro sindacato, in Piazza Statuto, per protestare contro la firma dell’accordo. Cominciano subito le prime cariche della polizia, mentre continuano ad affluire, autonomamente, gruppi di operai che occupano la piazza e la tengono, scontrandosi con la polizia, fino alle 4 del mattino.
Il giorno dopo, domenica, la giornata scorre abbastanza tranquillamente, ma il lunedì riprendono sia il picchettaggio di fronte agli stabilimenti, sia gli scontri in Piazza Statuto, che proseguono ininterrottamente dalle 11 del mattino alle 2 di notte. L’intero movimento operaio, inclusa una parte dei Quaderni rossi, attacca i dimostranti trattandoli da provocatori fascisti prezzolati dalla Fiat. Per la maggior parte, gli arrestati e i fermati sono giovani immigrati. La sini stra ufficiale, abituata a considerare gli operai qualifìcati come solo punto di riferimento politicamente Smaturo, dimostra così di non aver compreso i mutamenti subiti dalla composizione di classe in seguito alla ristrutturazione. Sfruttando criteri sociologici rozzi e antichi, nelle «magliette a strisce» di Piazza c Statuto riconosce solo una massa di teppisti buoni c per ogni provocazione. Non a caso il leit motiv del Pei e della Fiom sarà che in Piazza Statuto «non c’erano gli operai» ma solo disoccupati e malavitosi.
Piazza Statuto è una di quelle date fondamentali che fanno da spartiacque e che, espunte da ogni storiografìa ufficiale, compongono una specie di «storia segreta» più incisiva e determinante di quella universalmente celebrata. Come il 3 luglio ’69, battaglia di Corso Traiano, o il 17 febbraio 77, cacciata di Lama dall’università di Roma. Nella rivolta torinese del luglio ’62, era già scritto per intero ciò che doveva seguire. I tratti del soggetto operaio che egemonizzerà le lotte degli anni successivi e insieme la miopia del movimento operaio, incapace di cogliere per tempo il nuovo quadro sociale. Quando, dopo la primavera ’69, la realtà dell’operaio massa si imporrà a chiunque, sarà in un certo senso già tardi perché il processo possa esprimersi in tutte le sue potenzialità.
Nel ’63, mentre il paese si avvia orama decisamente verso l’esperimento di centro-sinistra, il capitale sembra riprendere l’iniziativa, partendo ancora una volta dalla Fiat, ma in realtà si tratta di una continua rincorsa dell’iniziativa operaia, che scandisce con la sua mobilitazione i ritmi dell’intero ciclo. Così definiva la situazione, nel ’67, Romano Alquati: «Nessun grosso salto tecnologico, nemmeno a scadenza intermedia. Lo scontro con la classe operaia viene rinviato anche per la passività operaia. Si ha un aggiornamento tecnico progressivo, che porta leggermente più avanti la meccanizzazione delle linee. Una serie di ristrutturazioni organizzative, con molti spostamenti e trasferimenti interni di forza lavoro, continuamente redistribuita, che servono, da un lato a spezzare l’organizzazione interna degli operai come un non lavoro e, contemporaneamente, a preparare successive meccanizzazioni».
Per stroncare la crescente rivolta, il capitale punta sulla riconversione tecnologica, e usa l’innovazione in funzione direttamente antioperaia, per impedire il formarsi di gruppi coesi, per dividere i nuclei organizzati, per sottrarre alla conflittualità ogni controllo sull’intero processo di produzione. Le lotte del ’68-69 sapranno volgere a proprio vantaggio proprio questi assetti ristrutturati. Individueranno e bloccheranno i punti deboli capaci di paralizzare l’intera produzione. Scopriranno nello sciopero e nel corteo interno, nel «gatto selvaggio», delle fermate improvvise, armi micidiali perché incuneate proprio nel cuore della produzione razionalizzata.
Nel ’64, la parte più arretrata del capitale italiano impone la «congiuntura», la parziale flessione dell’economia come contrattacco di fronte all’offensiva operaia degli anni precedenti. La conflittualità nelle fabbriche, di conseguenza, scende dai 104,7 milioni di ore di sciopero del ’64 ai 55,8 del ’65. Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, nel ’66, si conclude con una sconfitta, ma già nell’anno precedente la Fiat aveva raggiunto l’obiettivo, previsto per il *67, del raddoppiamento di produzione.
Nonostante la flessione, lotte più o meno spontanee si accendono negli anni fra il ’62 e il ’68 un po’ dappertutto. Nel febbraio del ’65 lo sciopero della Pirelli per il rinnovo del contratto della gomma segna uno dei principali capitoli delle lotte dei ’60. La conflittualità operaia rimarrà relativamente alta a Milano per tutti gli anni seguenti, soprattutto alla Pirelli Bicocca, che anticiperà l’ondata di autonomia operaia del ’69 partendo già nell’inverno ’68 con un lunghissimo sciopero autonomo. Si costituirà nel corso di quella lotta il fortissimo Comitato unitario di base della Bicocca, uno dei principali esempi di auto-organizzazione operaia.
Nel ’66 la Fiom torna a vincere le elezioni di Commissione interna alla Fiat. Nel ’67 parte la mobilitazione al Petrolchimico di Porto Marghera, dove l’intervento del gruppo legato alla rivista Classe operaia, erede dei Quaderni rossi, è più metodico e capillare. Anche a Marghera, l’intervento del Comitato operaio, già attivo nel ’67, anticipa, sia nelle forme di lotta sia nell’organizzazione autonoma, il biennio ’68-69, e proprio a Marghera, nell’agosto ’68, la tensione serpeggiante in moltissime situazioni toccherà uno dei suoi punti massimi, con il blocco del cavalcavia tra Mestre e Venezia e l’intervento della polizia.
Tra il ’67 e il ’69 si verifica una seconda ondata migratoria verso il nord. Superata la fase «congiunturale», le grandi fabbriche, Fiat in testa, riaprono le assunzioni. Il progetto prevede una nuova fase di sviluppo paragonabile a quella di inizio decennio. La Fiat è pronta a inaugurare l’ultramoderno stabilimento di Rivalta. assume 15.000 nuovi operai nei primi mesi del ’69 e altrettanti nuovi posti di lavoro annuncia per l’autunno.
La composizione sociale di questa nuova ondata d’immigrazione è diversa dalle precedenti: l’estrazione è più urbana che rurale, gli emigranti di solito hanno già alle spalle esperienze di lotta anche in fabbrica. Il successo alla Fiat dello sciopero generale indetto dalla Cgil per le pensioni il 7 marzo ’68, avverte tutte le parti in causa che la flessione subita dalle lotte a metà decennio è ormai del tutto superata. Agitazioni e scioperi spontanei si accendono un po’ dappertutto durante «l’anno degli studenti» e portano alla nascita di numerose strutture organizzative autonome. Anche per questo si diffonde una generale aspettativa per la prossima stagione contrattuale, l’autunno ’69 che interessa sei milioni di operai. Tanto più che i tre sindacati Cgil, Cisl e Uil sembrano pronti a presentarsi uniti all’appuntamento.
Il ’69 inizia però ben prima dell’autunno. La tappa centrale, e forse la fase culminante dell’intero anno, è l’imprevisto e fortissimo sciopero autonomo della Fiat in primavera. Sciopero autonomo della Fiat, che trova completamente spiazzati sia l’azienda che i sindacati. La prima si trova a dover fronteggiare un’anticipazione delle agitazioni che vanifica ogni pianificazione. I secondi devono vedersela con una generazione operaia ormai padrona dell’iniziativa, e modificare di conseguenza sia gli obiettivi che la strategia.
La Fiat e la «triplice» faranno tesoro dell’esperienza. La Fiat blocca le assunzioni annunciate e, subito dopo l’estate, si incarica di aprire lei anticipatamente la vertenza contrattuale mettendo in cassa integrazione 30.000 operai. I secondi, pur subendo l’iniziativa autonoma, dimostreranno in autunno una presenza e una capacità di recupero insospettate in primavera. In definitiva, leggere il ’69 per anticipare il quadro degli anni ’90, significa prima di tutto ricercare le controtendenze che possono rimettere in moto una critica radicale del presente non già nonostante la composizione debole dei soggetti produttivi ma invece proprio a partire da quella composizione, intesa in tutta la sua ambivalenza e contradditorietà. In secondo luogo, osservare la incredibile capacità di divisione e frammentazione minuta dispiegata in quest’ultimo decennio, risulterà forse meno spaventoso ove si ricordi come le magliette a strisce del ’69 riuscirono a trasformare in punto di forza un assetto studiato apposta per aumentarne la debolezza, individuandone le fragilità e le smagliature.
E ancora, se qualche consiglio si potesse chiedere agli operai massa di Piazza Statuto e Corso Traiano, forse l’esortazione a non tentare di liberarsi dalla presa culturale del dominio sfuggendola e demonizzandola sarebbe tra i primi e più preziosi. Se ideologia consumista e mistica dell’integrazione sociale finirono per rivoltarsi contro gli interessi che dovevano servire, oggi industria cultural spettacolare e individualismo esasperato potrebbero rivelarsi anche loro armi a doppio taglio, golem capaci di ribellarsi al proprio creatore.

* Questo testo è stato pubblicato la prima volta su «Il Bimestrale del manifesto – Autunno operaio» il 12.12.1989