«Piattaforme digitali e spazio urbano. Il caso Airbnb», di Sarah Gainsforth

 

L’industria del turismo è una delle più grandi industrie mondiali con un contributo economico globale di oltre 8,8 trilioni di dollari nel 2018, secondo il World Travel & Tourism Council. L’emergere di piattaforme di prenotazione online e di OTA (Online Travel Agencies) come Expedia, Booking, Travelocity e molte altre, ha contribuito alla crescita del settore in parte rivoluzionandolo. 

Le piattaforme digitali hanno infatti ampliato il mercato con l’ingresso di soggetti non professionisti nel settore dell’ospitalità, fornendo un’offerta di viaggi e alloggi convenienti e facilmente accessibili. Compagnie online che operano in questo ambito includono HomeAway, HosueTrip, FlipKey, ma la piattaforma di maggior successo nel settore turistico online è Airbnb.

 

Origini

Nata nel contesto della cosiddetta sharing economy, Airbnb è una piattaforma digitale che intermedia domanda e offerta di ospitalità privata, attiva in quasi 100mila città in 191 paesi del mondo con circa 6 milioni di annunci di alloggi affittati a turisti e residenti temporanei nel 2019. La piattaforma è nata nel 2008 a San Francisco in California, e si è diffusa rapidamente fuori dagli Stati Uniti a partire dal 2012.

Contrariamente a quanto la narrazione corrente ci ha abituati a credere, Airbnb non è la creatura di tre giovani creativi che non riuscivano a pagare l’affitto. Se questo è stato il punto di partenza, è stato solo grazie a una consistente iniezione di capitale di ventura che la piccola start-up è diventata l’impero che è oggi. L’idea iniziale dei tre amici consisteva infatti nell’affittare posti letto su materassi ad aria a sconosciuti di passaggio in città, ma il lancio della piattaforma digitale fu avviato durante il periodo di formazione nella scuola per start-up più importante della Silicon Valley, Y Combinator. Qui l’idea iniziale fu rivisitata e modellata per diventare vendibile, con l’accantonamento di alcune regole inziali –quella per cui gli ospiti dovessero dormire su materassi ad aria e che l’host dovesse essere presente. Per far partire il sito i fondatori reclutarono attivamente gli host compiendo viaggi regolari a New York, dove bussavano alle porte di potenziali host per convincerli ad ospitare su Airbnb. Airbnb ha dunque aperto un nuovo mercato, creando l’offerta e innescando gli effetti di rete per far crescere la compagnia. Infine, l’idea fu finanziata con 585mila dollari da Sequoia Capital, il pioniere del venture capital nella Silicon Valley, e l’astronave partì.

Novità

Uno dei principali motivi del successo di Airbnb è il suo luogo di nascita. La Silicon Valley è un ecosistema innovativo fondato in gran parte sui fondi pubblici che hanno finanziato alcune delle innovazioni principali del secolo scorso, come la Rete, finanziata con centinaia di miliardi di dollari dal Dipartimento della Difesa americano. L’innovazione tecnologica alla base del successo di Airbnb poggia dunque su basi molto più ampie e collettive di quanto vorrebbe la retorica del merito, dell’auto-imprenditoria e della creatività individuale.

La novità di Airbnb è la sua piattaforma digitale. Il sito web di Airbnb permette infatti a turisti in cerca di alloggio e host con proprietà da locare per brevi periodi di interagire facilmente. Alla nascita di Airbnb esistevano siti web come Couchsurfing per la condivisone gratuita di posti letto , e siti dove pubblicare annunci per l’affitto turistico di case vacanza e seconde case, ma questi ultimi non gestivano il pagamento. In secondo luogo, a differenza di altre piattaforme per l’affitto d case-vacanza, Airbnb prese di mira le città e le case abitate contribuendo alla crescita del turismo urbano

La filosofia di Airbnb si andava modellando intorno al concetto di condivisone nel contesto della crescita della cosiddetta sharing economy, una economia basata su un modello che privilegia l’accesso alla proprietà di beni e servizi. Una delle principali innovazioni della sharing economy sono i sistemi di rating, inizialmente salutati come uno strumento di creazione di fiducia tra utenti. Nel contesto dell’espansione negli ultimi 10 anni del modello della piattaforma, con la forte interdipendenza tra lato dell’offerta e lato della domanda, la retorica della micro-imprenditorialità, del potere democratico e redistributivo della rete ridefinisce gli utenti come «liberi imprenditori di sé stessi». Su questa retorica Airbnb ha costruito la propria immagine come una comunità inclusiva fondata, appunto, sulla fiducia. Ma è invece proprio sull’anonimato, a sua volta alla base della creazione di sistemi reputazionali online, che si basa il successo delle piattaforme digitali. Queste forniscono soluzioni ai problemi pratici della vita urbana, di cui l’anonimato è un tratto distintivo – non ai problemi di fiducia tra umani. I sistemi di rating degli utenti creano la fiducia necessaria perché sia possibile la transazione economica: l’amicizia c’entra ben poco. La novità di Airbnb è infatti la gestione del pagamento attraverso la piattaforma, con la trattenuta di una percentuale per ogni transazione mediata. Si tratta dunque in primo luogo di una transazione economica definita però come “condivisione”. Le nuove possibilità di interazione offerte dalle piattaforme digitali hanno ampliato il mercato di prodotti da assoggettare a transazioni economiche, con la mercificazione della casa, del tempo, delle esperienze.

Impatto

La proliferazione di Airbnb è avvenuta in un contesto di recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di finanziarizzazione della casa su scala globale. Gli effetti della produzione dello spazio per utenti progressivamente più ricchi, ovvero del fenomeno della gentrificazione, una strategia di crescita economica urbana globale, produce effetti drammatici nei luoghi dove le piattaforme atterrano: le città. Airbnb non è l’unico attore responsabile della progressiva turistificazione delle città, ma ha giocato un ruolo di primo piano nel produrre un salto di scala nei processi di gentrificazione. La destinazione di tante case, sottratte a residenti stabili, a turisti di passaggio, ha aggravato l’emergenza abitativa che in molte città ha raggiunto le proporzioni di una crisi umanitaria. Airbnb ha infatti determinato da una parte un aumento dei canoni di locazione e dall’altra la contrazione dell’offerta di case in affitto, perché l’affitto breve è più remunerativo di quello ordinario.

Esistono ormai diversi studi sull’impatto di Airbnb sui canoni di locazione. Una ricerca del dipartimento di Economia dell’Università di Boston ha trovato che a ogni 12 annunci su Airbnb per zona censuaria corrisponde una perdita di case sul mercato ordinario del 5,9%, un aumento dei canoni di locazione dello 0,4% e un aumento dei valori immobiliari dello 0,76%. Su scala nazionale i ricercatori hanno stimato che Airbnb ha contribuito a un aumento dell’1% dei canoni di locazione e del 2% dei prezzi delle abitazioni fra il 2012 e 2016[1].

Secondo un rapporto del dipartimento del bilancio di New York i canoni di locazione sono aumentati del 25% tra il 2009 e il 2016, con un aumento dell’1,5% dei canoni ogni 1% di unità abitative su Airbnb[2]. A New York, il primo mercato di Airbnb negli Stati Uniti, gli affitti brevi inferiori a 30 giorno sono illegali dal 1929. Eppure gli annunci su Airbnb raggiunsero un picco di 67.100 unità tra il 2016 e il 2017[3] perché senza dati non c’era modo di controllare la situazione e far applicare la legge. La metà degli annunci era per case intere, un settore che generava il 75% dei profitti[4].

Un recente studio su Barcellona ha stimato che nel 2015 era sufficiente affittare l’alloggio su Airbnb per 10 notti al mese per guadagnare l’equivalente di un canone ordinario mensile. Lo studio ha rilevato un impatto significativo della piattaforma significativo sui canoni e sui valori immobiliari: nelle zone a maggior concentrazione di annunci gli affitti sono aumentati del 7%, e i prezzi degli annunci del 19%[5].

Resistenza

Proprio a Barcellona, New York e nella città natale di Airbnb, San Francisco, è iniziata la resistenza a questa nuova e aggressiva forma di finanziarizzazione della casa. Nel 2014 un gruppo di consiglieri, attivisti per il diritto alla casa e organizzazioni del settore alberghiero di New York diede vita a un’ampia coalizione, ShareBetter, per combattere il proliferare di Airbnb. La battaglia contro lo strapotere della piattaforma si sarebbe avvalsa, a New York ma non solo, dei dati estratti dal sito di Airbnb ed elaborati da Inside Airbnb, il progetto dell’attivista-ricercatore Murray Cox, che mappa gli annunci su Airbnb in molte città del mondo ed è diventato un punto di riferimento internazionale. Nello stesso periodo gli attivisti dell’Unione Inquilini di San Francisco iniziavano a protestare fuori dalle case affittate su Airbnb. Qui il sindacato ha dato vita a una coalizione di soggetti diversi, ShareBetter San Francisco, le cui pressioni hanno contribuito all’approvazione di uno dei primi regolamenti che ha bloccato il proliferare di Airbnb. È su questi due livelli, quello delle mobilitazioni dal basso e quello giuridico, che si declina oggi la resistenza allo strapotere di Airbnb.

A partire dal 2014 molte città statunitensi ed europee hanno iniziato a imporre limiti normativi alla crescita incontrollata della piattaforma. Le norme sinora approvate individuano alcuni criteri per regolamentare l’attività su Airbnb distinguendo tra attività occasionale e imprenditoriale, attraverso l’introduzione di limiti del numero di notti e di alloggi locati. Generalmente si intende occasionale l’affitto breve per un massimo di 90, 60, o 30 notti, a seconda della città.

Ma normare la piattaforma si è rivelato finora assai complesso sia per l’attività di lobbying portata avanti da Airbnb presso le istituzioni, sia perché le norme che regolano le piattaforme digitali in Europa e negli USA sono obsolete. Per esempio la Section 230 della Communications Decency Act, contenuta nella Telecommunications Act del 1996 – la legge che regola l’internet negli USA – è stato pensato come strumento che tutela la «libertà di parola» su internet alla sua nascita.La norma stabilisce che «nessun fornitore o utente di un servizio informatico interattivo può essere considerato come l’editore o l’autore di informazioni fornite da un altro fornitore di contenuti informativi». Oggi questa è diventata uno strumento di strapotere delle piattaforme digitali considerate non responsabili per i contenuti pubblicati su di esse da utenti terzi. La battaglia odierna tra Airbnb e le città negli USA si svolge tutta su questo terreno. La battaglia intrapresa dall’amministrazione di San Francisco mirava ad aggirare la Section 230 stabilendo che la piattaforma può ospitare annunci illegali ma non può processare transazioni economiche per questi annunci guadagnando una percentuale. Per evitare una sconfitta in tribunale, Airbnb patteggiò ed eliminò dal sito gli annunci irregolari privi del permesso e del numero di licenza emesso dal Comune. Quando la nuova ordinanza di San Francisco entrò in vigore gli annunci diminuirono della metà. Oggi le piattaforme digitali hanno un nuovo sistema di registrazione che richiede il numero di permesso, mentre gli host sono tenuti a inviare un resoconto trimestrale al Comune, che ha creato un nuovo ufficio speciale per monitorare gli affitti brevi. Questa linea di attacco, che aggira la Section 230, si è dimostrata vincente anche nella causa tra Airbnb e Santa Monica, persa dalla piattaforma. La sentenza ha infatti stabilito che Airbnb è molto più che una semplice piattaforma perché gli annunci sono regolati e in parte creati dalla piattaforma stessa. Il processo Airbnb vs Santa Monica segna un importante punto di svolta nella capacità delle città di arginare la crescita incontrastata e monopolistica delle piattaforme digitali.

In Europa molte città hanno introdotto dei limiti all’attività di Airbnb, ma la battaglia legale in corso si è spostata a livello della Commissione Europea. La Procura di Parigi ha infatti avviato una causa contro Airbnb perché la piattaforma violerebbe la normativa nazionale in materia di agenti immobiliari, ma secondo un parere dell’avvocato della Corte di Giustizia Ue, Airbnb non violerebbe questa norma perché offrirebbe «servizi immateriali», regolati dalla Direttiva europea 2000/31 sul commercio elettronico, che godono di un regime di particolare favore in cui i margini di intervento lasciati agli Stati membri sono molto ridotti. Un rapporto di Corporate Europe Observatory[6] ha tracciato le attività di lobbying esercitate da Airbnb presso la Commissione Europea a partire dal 2015, quando molte città hanno iniziato a introdurre regole e politiche abitative per tutelare gli affitti residenziali. La European Holiday Home Association, di cui fa parte Airbnb, ha speso circa 500mila dollari per l’attività di lobbying, proprio a favore della Direttiva e-Commerce e su quella Servizi. Se il parere dell’avvocato della Corte fosse confermato le città avrebbero le mani legate. Per questo nel gennaio 2018 otto città hanno inviato una lettera alla Commissione chiedendo un’iniziativa legale per garantire l’accesso ai dati delle piattaforme. «Le piattaforme possono ora evitare di condividere i dati con noi, e lo troviamo folle», ha affermato il vicesindaco di Amsterdam, città capofila della coalizione.

La battaglia sui dati, il petrolio delle piattaforme, assume un ruolo sempre più centrale per il governo delle città, mentre il tema della mobilità si rivela come il terreno cruciale dei conflitti urbani odierni. La battaglia per il diritto alla città vede infatti contrapporsi da una parte gli interessi di una élite cosmopolita, favoriti dalle politiche pubbliche mirate ad attrarre capitali e turisti, che fa della mobilità transnazionale e dell’abitare temporaneo uno stile di vita. Dall’altra ci sono coloro che rivendicano il diritto ad abitare e attraversare la città, e che denunciano la creazione di spazio urbano esclusivo destinato a pochi, la privatizzazione delle infrastrutture, dei servizi pubblici locali, in una parola, del welfare. Airbnb infatti rappresenta uno strumento di welfare ombra privato, oltre che di accumulazione di profitti, e in quanto tale è spesso tollerato dalle istituzioni. Dunque la battaglia per il diritto alla città parte dalla demistificazione dei processi che investono dall’alto le città. Il turismo come politica industriale e strumento di crescita economica, nel contesto della governance imprenditoriale delle città, e il modello di estrazione di rendita targato Airbnb, stanno trasformando la nostra società di diritto in società di diritto dei consumatori. È su questo terreno che si gioca lo scontro sul futuro delle città.

 

[1] In J. Bivens, The economic costs and benefits of Airbnb, Economic Policy Institute, 30 gennaio 2019 <https://www.epi.org/publication/the-economic-costs-and-benefits-of-airbnb-no-reason-for-local-policymakers-to-let-airbnb-bypass-tax-or-regulatory-obligations/>

[2] New York City Comptroller Scott M. Stringer, The Impact of Airbnb on NYC Rents, aprile 2018. <https://comptroller.nyc.gov/wp-content/uploads/documents/AirBnB_050318.pdf>

[3] D. Wachsmuth, A. Weisler, Airbnb and the Rent Gap: Gentrification Through the Sharing Economy, Forthcoming in Environment and Planning A: Economy and Space, febbraio 2018, p. 13.

[4] D. Wachsmuth, D. Chaney, D. Kerrigan, A. Shillolo, R. Basalaev-Binder, The High Cost of Short Term Rentals, School of Urban Planning McGill University, 30 gennaio 2018 (il report analizza i dati nel periodo settembre 2014 e agosto 2017).

[5] M. A. Garcia-López, J. Jofre-Monseny, R. Martínez Mazza, M. Segú, Do short-term rental platforms affect housing markets? Evidence from Airbnb in Barcelona, MPRA Paper No. 96131, 23 Sep 2019

[6] Corporate Europe Observatory, How online rental platforms use the EU to defeat cities’ affordable housing measures, 2 maggio 2018, < https://corporateeurope.org/en/power-lobbies/2018/05/unfairbnb>.

 

da Crítica Urbana. Revista de Estudios Urbanos y Territoriales, Vol.3 núm.10 Qué turismo. A Coruña: Crítica Urbana, Enero 2020