Sulla crisi della militanza politica (2)

0. In un passato ormai lontano abbiamo fatto la critica radicale della forma-partito tradizionale. Bene. Non si torna indietro. Per andare avanti, però, dobbiamo fare una critica radicale della forma-movimento tradizionale. Qui viene il difficile.

1. Dagli anni Settanta abbiamo vissuto una reale anomalia italiana: dire «sono un militante di movimento» significava dire un militante che organizza l’autonomia di classe. Quell’anomalia è in qualche modo proseguita, forse rinnovandosi o forse trascinandosi, negli anni Ottanta e Novanta, dentro la resistenza alla controrivoluzione capitalistica. È venuta la fase dei centri sociali, per un periodo determinato importante spazio di spontaneità generazionale ed espressione politica, poi il ciclo «no global», che già era un’altra cosa. Lì, al tramonto del vecchio millennio, quell’anomalia si è esaurita. Se ora dici «sono un militante di movimento» la gente pensa ai 5 stelle, o fuori dall’Italia a quelle mobilitazioni che iniziano e finiscono, «single issue» nell’algido lessico anglosassone. I militanti hanno perfino smesso di definirsi militanti e hanno iniziato a chiamarsi attivisti: non è stato un adeguamento tattico, ma una resa strategica.

2. Cosa viene dopo la forma-partito tradizionale e la forma-movimento tradizionale, ancora non lo sappiamo. Sappiamo invece l’urgenza di porci la questione. Chi pensa la militanza come qualcosa da abbandonare definitivamente a quelle forme, nel felicemente ambiguo Novecento, sbaglia. La militanza è attuale, o inattuale in senso nietzscheano. Va dunque reinventata, perché sempre il militante si reinventa. Questa è la nostra scommessa, qui e ora.

3. «Il rivoluzionario è un uomo perduto in partenza», scriveva Nečaev. «Non ha interessi particolari, affari privati, sentimenti, relazioni, proprietà, non ha nemmeno un nome. Tutto in lui è assorbito da un unico interesse che esclude tutti gli altri, da un unico pensiero, una passione: la rivoluzione». Un’altra sentenza è ancora più famosa: «La conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente solo chi veramente odia». E poi, in continuità, il Tronti dello spirito libero: «L’amicizia politica è ciò che hanno in comune, ciò che accomuna, quelli che sono contro. E l’azione dell’essere contro consacra le grandi amicizie». Non abbiamo bisogno di un eroico Catechismo, ci mancherebbe. Ancor meno, però, abbiamo bisogno delle liturgie e del cantar messa nelle parrocchiette di «movimento», tra le quattro mura di un centro sociale o di una sala universitaria, dove l’unico interesse che esclude tutti gli altri è quello personale, dove l’unico pensiero che conta è la gestione della propria miseria, la riproduzione dei propri affari privati, la sopravvivenza di ciò che è morto da tempo.

4. L’attivista non è un militante. Ha a cuore una causa particolare, l’umanità, se stesso. Il militante sa che la causa particolare, l’umanità e se stesso sono pervasi dal capitale, se lo portano dentro, ne esprimono i fini. E dunque li odia. Sì, odia se stesso e l’umanità che siamo, perché odia il capitale che ci portiamo dentro.

5. Esiste un mercato dell’attivismo. Vuoi mobilitarti per difendere le balene, i poveri, i centri sociali? Ma certo, puoi farlo! Se una causa ti annoia, puoi sempre cambiare. Come su netflix, di scena in scena puoi scegliere come continuare. Poco conta che il film l’hanno fatto altri ed è di loro proprietà. Tu hai la libertà del consumatore, cioè la libertà democratica. Mare o montagna, coca o pepsi, fast food o slow food, pop o rock, ogm o biologico, centro commerciale o mercatino equo-solidale, localino o centro socialino. Se poi, dopo aver bazzicato tra una causa e l’altra, sei proprio stufo, allora puoi finalmente vendere le tue capacità acquisite nel «movimento» in qualche industria più o meno creativa. Che bel mondo, eh?

6. Oh, sì, attivisti, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri soporiferi striscioni, le vostre felpe autocelebrative, le vostre terrificanti playlist. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo «liberi» di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso.

7. Rintanati nei nostri spazi residuali, che puzzano di muffa e di sfiga, non aspettiamo neppure più che la notte passi. Perché a quella notte ci siamo abituati, è diventata la nostra forma di vita, fonte di riconoscimento e ragione di esistere. È la luce che ci terrorizza. In questa oscurità, invece, riproduciamo i nostri ghetti, chiedendo per favore che ce li lascino, cercando di convincere le istituzioni che in fondo conviene anche a loro mantenerci in questo stato terminale: così le città potranno mostrare la loro biodiversità, tanto democratiche da consentire di esistere perfino a zecche e marginali. Del resto siamo come una controcultura finita da tempo, come chi oggi va in giro con la cresta: non suscita né timore né scandalo, solo indifferenza o ilarità. E se poi c’è qualche fuocherello, tranquilli, ci pensiamo noi a spegnerlo. Siamo gruppi di un movimento irreale che detesta qualsiasi movimento reale, perché svela l’inganno. Il nemico, infatti, non è chi ci ha costretto a sopravvivere a lume di candela. Il nemico è chi si ostina a ricercare l’aurora.

8. Ci sembra di vederlo il vecchio barbone di Treviri mentre si aggira tra i residui del centrosocialismo, in mezzo alle macerie dei bar autogestiti e gettando un occhio agli interminabili comunicati tutti uguali tra loro (a proposito, ma davvero c’è ancora chi li legge, al di là di chi li scrive?). Eccolo lì, scuotere l’arruffata capigliatura: ho seminato draghi per raccogliere pulci. Attualizziamola: per raccogliere zecche.

9. Continuiamo a parafrasare. Auspicando tale rottura e riassumendo in una parola quanto abbiamo scritto, alla domanda: che fare? possiamo rispondere brevemente: liquidare il centrosocialismo! Non i centri sociali come spazi fisici, per carità: dove esistono li difendiamo, dove non esistono non ne sentiamo affatto la mancanza. Del resto, al di là di un sempre più ristretto noi, non gliene frega niente a nessuno. Quando ci sorprendiamo a esclamare, con un riflesso pavlovliano: «il centro sociale non si tocca!», ci viene sempre in mente la vignetta di un Altan d’annata: e chi lo tocca? a me fa schifo solo a guardarlo. Dobbiamo liquidare il centrosocialismo che ci portiamo dentro, l’aver fatto del ghetto, sfigato e compatibile, la nostra identità.

10. Non ce l’aspettavamo, ma l’abbiamo organizzata. Com’è ormai noto, così rispondeva Alquati a chi gli chiedeva se loro, gli operaisti, si attendessero l’insorgenza di Piazza Statuto. Il militante non strologa nel futuro, non è un ciarlatano. È un profeta: vede quello che gli altri non vedono, dice quelli che gli altri non osano sentire, si immerge sotto la superficie dell’acqua per provocare la marea. Come Jakob «il bugiardo», racconta il possibile per produrlo. Il militante non ignora la realtà. Al contrario. La combatte. Non ha speranza, perché è dentro la realtà. Non si fa catturare dalla realtà, perché ha la capacità di sognare. E non si perde nei sogni, perché organizza il che fare.

11. Crisi, si sa, ha un doppio significato: rischio e possibilità. Per i greci, indicava la fase decisiva di una malattia. Gli spazi di mediazione si asciugano, ogni errore può costare caro, ogni mossa azzeccata può salvare la vita. Ovvero, può produrre una nuova vita. L’unica che valga la pena di essere vissuta. Quella di chi non accetta la sopravvivenza che ci è stata imposta.