Tempi di assedio ed “empowerment”

di Benedetto Saraceno

estratto da «Psicopolitica. Città salute migrazioni» .

 

 

Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della
saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e
l’epoca dell’incredulità; il periodo della luce, e il periodo
delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della
disperazione.

 

CHARLES DICKENS

Viviamo in tempi di assedio: foolishness, incredulity and darkness.
Stagione della disperazione?
Il senso di appartenenza a una comunità nazionale, a un modello consolidato e condiviso di società, a un sistema di valori morali condiviso, a una religione comune, e, in generale, il senso di appartenere a un gruppo vasto di soggetti che si sentono uniti è un’esperienza innanzitutto altamente emotiva che, a partire dall’emozione dell’identità, viene successivamente a dotarsi di un corpus di idee e valori con connotati pseudo-morali e infine si dichiara anche come scelta di campo politico. I molti americani, sovente accomunati dall’appartenenza alle medesime sette religiose, e che votano repubblicano, conoscono molto bene questa esperienza ed essa si intensifica in un’emozione collettiva e vibrante ogni qualvolta vi sia un pericolo (spesso percepito più che reale) che minacci la nazione, i suoi valori e i suoi miti.
È dagli anni Trenta, fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, che gli europei avevano la fortuna di non conoscere più il fenomeno diffuso e massiccio del bisogno di appartenere a una «patria» (a una nazione sovrana e non riconoscibile come Europa ma come Stato nazione storicamente definito: Francia, Italia, Polonia), una nazione che abbia confini sempre meno permeabili, una nazione fatta di cittadini legittimati dalla comunanza di valori cristiani, famigliari, xenofobi, popolari e dunque ostili alle classi dirigenti politiche viste come corrotte e prone alla svendita della sovranità nazionale.
Si tratta di un populismo che ha preso forma compiuta nel fascismo degli anni Venti e Trenta e che tende a riprodursi in terreni di cultura propizi. L’Europa post Seconda guerra mondiale, intrisa di volontà di pacificazione e di ritrovamento della democrazia, ha fatto da baluardo alla riproduzione di questo fascismo dal 1945 fino a pochi anni fa.
La Polonia e l’Ungheria di oggi si sono decisamente orientate a consolidare un regime dichiaratamente fascista e autoritario; l’estrema destra francese spera (e con qualche chance) di affermarsi sulle rovine della corruzione dei governi della destra e delle insostenibili ambiguità della sinistra; l’Italia populista è quella che ambisce a riunire fascismo nero, egoismo rabbioso e cripto-violento della cultura xenofoba del nord e la cinica corruzione privatista di padroni e padroncini di sempre.
Sembra, comunque, che tutti ambiscano a creare movimenti popolari, verbalmente violenti anche se privi di ogni ratio di governo, magari invocando il ritorno alle monete nazionali oppure la chiusura delle frontiere alla manodopera di migranti.
Tutti, comunque, alimentano pericolosamente la violenza verbale (dalle ruspe per sgombrare donne e bambini, ai barconi che si vorrebbero affondati in mezzo al mare, al compiacimento disumano quando gli immigrati non riescono ad arrivare in terra di immigrazione ma muoiono in itinere , al richiamo infine a bombardare a tappeto i territori di Daesh). Tutti promuovono la retorica delle tradizioni in funzione xenofoba e islamofobica («il presepe prima di tutto») cancellando per ignoranza, ma spesso anche per dolo, le vere radici religiose di tali tradizioni che richiamano ai valori di solidarietà e di fratellanza del cristianesimo (fino a insultare il papa e gli esponenti della chiesa qualora, invece che affannarsi a difendere il presepio, si preoccupino invece di promuovere il Vangelo).
Ovviamente le religioni e le culture «altre» sono parte costitutiva e dominante della minaccia all’identità e dunque si promuovono le nuove e vecchie forme di discriminazione: no ai luoghi di culto per i musulmani (ogni moschea è una caserma di terroristi), no al velo integrale perché cela una potenziale terrorista, sì alla repressione di ogni forma di discriminazione delle donne invocata dall’Islam ma indifferenza verso la violenza perpetrata sulle donne dai maschi nostrani, denuncia della violenza potenziale celata in ogni musulmano ma solidarietà e simpatia verso la violenza dei nostrani che sparano ai ladruncoli stranieri uccidendoli. Se tutte le religioni altre sono minacciose non c’è dubbio che vi sia un gradiente: massima pericolosità avvertita per i musulmani e minima per gli ebrei che grazie alla politica di Israele sono entrati a far parte di diritto dell’impero del bene che lotta contro quello del male.
Ignoranza, violenza, discriminazione, consenso facile sono gli ingredienti di questo assedio che silenzia e isola gli operatori di pace, che irride i promotori di ragionevolezza e i predicatori di tolleranza e fratellanza. «Buonismo» è la parola che serve a squalificare ogni azione che protegga e tuteli i più vulnerabili. Dunque diritti acquisiti e legittimi di carcerati, di tossicodipendenti, di immigrati cessano di essere considerati diritti ma diventano pericolose espressioni di buonismo.
Essere «cattivi» sarebbe, dunque, una virtù che contrasta la «mollezza» del buonismo. Così si è convinta la popolazione che non si parla più di certezza del diritto ma di semplici opzioni per la bontà «molle» o la cattiveria rigorosa. Ma la Costituzione non è né molle né dura, né buona né cattiva, bensì è la carta del patto fra i cittadini. Ma pochi se lo ricordano, pochi lo sanno e a tutti fa più comodo pensare che la Costituzione e le leggi sono optional dei buoni.
Tuttavia, tutto quanto fin qui schematicamente descritto non rappresenta che un solo lato del campo sottoposto all’assedio.

[…]

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