Confesso che ho bevuto

 

di Gianni Mura

Un gutein (confesso che ho bevuto) alfiulein. Alzo il bicchiere ennesimo in ricordo del primo e in memoria di Ida e Guerino Isolani. Ma è un bambino, disse mia madre. Santa Maria della Versa, Natale 1949, profumo delle bucce di mandarino sulle stufe. Un po’ di Moscato nel bicchiere, lo vedo come fosse adesso, il naso dentro a cogliere quel profumo dolce e così diverso dagli altri dolci (le caramelle, il torrone, la ciambella, il panettone). Ecco, il naso: l’avevo visto fare agli altri, i grandi, ma non sempre. Non col Moscato, coi rossi senza schiuma. Il dolce, prima, era un sapore, non un profumo. In quella miniera di dolce aggiunsero un’abbondante dose d’acqua. Era il mio battesimo e ne ero consapevolmente entusiasta. Era una temporanea ammissione ai riti degli adulti. In quel pezzo d’Oltrepò gli Isolani avevano vigneti e bestie, come tutti, chi più chi meno. Io, noi, no. Così non gli fa male, stia tranquilla. Infatti. Solo che il profumo con tutta quell’acqua era quasi sparito. Anche le bollicine. Ma non era il caso di prendersela troppo, sentivo che mi sarei rifatto. Noi non avevamo vigna né bestie, tolta qualche gallina. Mio padre era maresciallo dei carabinieri, oggi qui domani là, infatti nel ’51 ci trasferimmo a Brugherio, nell’hinterland milanese, dove le uniche viti erano, al massimo, i pergolati d’uva americana. Però avevo fatto in tempo ad approfondire la conoscenza del vino in qualche cascina dove andavo a giocare: ero al livello Sangue di Giuda, Bonarda dolce, con qualche annacquamento ancora, ma come andavano bene coi panini al salame. Era una specie di Far West, ogni tanto ammazzavano un cinghiale e faceva il giro del paese su una macchina, lo vedessero tutti. Nelle vigne si andava a giocare, purché non fosse vendemmia, e a mangiare le pesche piccole, picchiettate, profumatissime (sceparoeu in dialetto). E poi c’erano i tini, le cantine, le pile di bottiglie lavate a mano, moltissime damigiane.
Lì ho imparato a mangiare l’uva chicco a chicco, per paura delle vespe (era morto un bambino, punto in gola), ad amare il rumore della fermentazione. Il mio idolo era El Barbisun, che si può tradurre Baffone. Di lui si diceva che pasteggiasse con una frittata di 24 uova, ci mangiasse un miccone (sui due chili) di pane e ci bevesse un bottiglione di rosso.
Non voglio annoiare coi ricordi d’infanzia. È solo per dire che il vino faceva parte del mondo quotidiano. Bianco o rosso, dolce o secco? Nelle case la domanda era questa. Secco era il Riesling, o una Barbera violacea cui mi sarei accostato molti anni dopo. Confesso che ho bevuto, mai però per dimenticare. Ci vuol altro, in genere. Però ricordo che armandolà era, in gioventù, il preferito. Poi ho scoperto che in italiano si dice ammandorlato.
Era rosso, con un po’ di spuma, fresco, una vena morbida che si apriva dopo, faceva venire appetito e non toglieva la sete. Altri, in quegli anni, avevano scoperto il vermut o, nel mobile bar, l’immancabile alchermes, o i cristalli di zucchero nelle bottiglie di Millefiori Cucchi. Ho percorso gli stessi sentieri, ma per curiosità e con un’assoluta fedeltà al vino. Quello dell’Oltrepò mi ha tenuto buona compagnia per un pezzo, nei paesi senza vigne.
Si prendevano le damigiane, si imbottigliava. Le prime etichette le ho viste sulle bottiglie di Spumante (pessimo, se ci ripenso) riservato alle grandi feste. La prima coppa di Champagne l’ho bevuta nel ’63 a Tours, questo lo ricordo benissimo, in un bistrot sul lungofiume. Pizzicava il naso. Da riprovare. Riprovato. Buoni rapporti.
Non vorrei annoiare coi ricordi in generale, ma allora di cosa parla un cristo di uno? Di quello che farà da vecchio? Ho conosciuto Gianni Brera nel ’65, Luigi Veronelli nel ’74. Mi hanno insegnato molte cose, ognuno a modo suo. Altre le ho imparate da solo, sul campo del tavolo. Confesso che ho bevuto.
E molto. Anche bene. Non sempre. Con qualche vino ho rischiato lo stomaco, con altri di mettermi a scrivere poesie, di altri ancora mi sono innamorato. A un certo punto avevo deciso di conservare le bottiglie che mi avevano dato un’emozione particolare, ma in cantina le vuote erano più numerose delle piene. Aria. E poi le emozioni non sono francobolli, non si archiviano, non si collezionano. M’è venuto in mente di quando era vivo Guido, a Costigliele, e un cliente americano gli aveva chiesto la carta dei vini (allora non c’era, o, se c’era, non veniva esibita). «I am thè wine list», disse Guido. Lui della cantina era coscienza, memoria, custode e illustratore. Ho deciso di essere la stessa cosa. C’è ancora molto spazio, disponibilità, curiosità.
Però: affanculo i tannini, gli antociani, il Guyot speronato, le marne mioceniche, affanculo anche il cinque per cento di Syrah o di Mourvedre. Non voglio più sapere niente, penso di sapere già troppo, avrei dovuto fermarmi prima, alle degustazioni. C’è la salvia sclarea, la senti? Difficile, non l’ho mai vista in natura.
L’ananas, quello sì. Il cuoio di Russia vale la salvia sclarea, la pipì di gatto è più familiare, i piccoli frutti rossi ormai li sentono anche gli astemi, ma in quegli assaggi ancora mi ritrovavo. Gli uomini conoscono i vini come i cani conoscono gli uomini, a naso. Ho scodinzolato davanti a certi bicchieri, non necessariamente sommi. Alla fine di una tappa calda del Tour, un onesto Muscadet può dare più soddisfazioni di un Bordeaux. A me, almeno. Alle prime degustazioni pensavo al vino come soggetto da decifrare. Non sapevo cosa fosse il test di Rohrschach, quello delle macchie, però pensavo a Gassman e Sordi soldati, nella Grande guerra. Stesi a guardare il cielo, battezzavano le nuvole: quella è una donna, quella un pallone. Si poteva fare anche col vino: una Bonarda, una Freisa mossa erano la fisarmonica sull’aia, un valzerino con brio. Un Amarene un coro gregoriano da riempirci il duomo di Colonia. Ancora, col vino si potevano evocare i letterati. Un Barolo vecchio stile aveva cadenze da Alfieri o Berchet, un rosso beverino di Gragnano la cantabilità di Alfonso Gatto, un Chianti giovane l’aggressiva ironia di Cecco Angiolieri.
Credo sia stato Veronelli a dire che in fondo ad ogni bicchiere c’è un volto di donna. Bello, ho detto subito. Bello e vero, in fondo e sul fondo. Dopo averci pensato su una ventina d’anni, arrivo a dire che ogni bottiglia di vino, anche il più maschile, è una donna per ogni uomo che beve. C’è il vino Beatrice come c’è il vino puttanone, quello che fa un sorriso e quello che dà una frustata, quello avaro e quello generoso.
E però: affanculo il batonnage, il salasso, il remuage, la maiolattica, il microclima e la Botrytis. Indietro non si toma, dite? È vero, queste cose sono come Pianto antico, le impari da piccolo e ti restano dentro tutta la vita. Ma avanti non voglio più andare. Mi fermo. Mi siedo sulla riva del fiume. Non voglio altre informazioni, ne ho già troppe. Niente più degustazioni cieche, preferisco sorde. Non sentire gli altri, isolarmi nel mio bicchiere-nido. Ho visto lunghe discussioni sul rovere (Allier o Slavonia, e comunque dove cazzo sta la Slavonia), ma anche sulle presunte percentuali: qui c’è un’idea di Refosco. O sarà Tazzelenghe? Ma scherziamo davvero? A queste penose esibizioni spesso non manca il produttore, che cortesemente risponde. Come andare da Picasso e chiedere: scusa Pablo (o scusi Maestro) in Guernica c’è più giallo ocra o giallo cadmio? È così importante sapere se il mosto è stato sulla feccia otto giorni o dieci? Avrete presente, in tv, quelle trasmissioni che rievocano tecnologicamente il Musichiere, parte una nota e mezza, pa-pa e uno preme il pulsante: Banana Republic. Bravo. Din-din: Il bandolero stanco. Bravissimo. Zum-zum: Il cielo d’Irlanda. Super. Quando bevo male e ho degli incubi, uno ricorrente è questo. Mi ritrovo in un colto consesso, uno annusa e dice dopo sei secondi: non solo è Merlot in purezza, ma il primo grappolo è stato raccolto il 3 ottobre e il giorno della vinificazione Riccardo aveva un po’ di mal di testa. Bravo. E un altro, in cinque secondi e sei decimi: chiaro uvaggio di Tocai, Ribolla, Malvasia istriana, Pinot grigio (elementare, Watson) e poi snocciola il codice fiscale del produttore, la marca del trattore e del torchio. Bravissimo.
Un corno bravissimo. Affanculo, già che ci siamo, il cappello sommerso, i sapori terziari, la coltivazione ad alberello, il restyling dell’etichetta e l’attenzione al packaging. Non se ne può più, non nego il piacere della conoscenza ma preferisco la conoscenza del piacere. Confesso che ho bevuto. Confesso che se a vent’anni mi avessero proposto un calice d’Yquem lo avrei rimandato indietro, apprezzate la sincerità. Confesso che alle Comore c’era solo un vino sudafricano che sapeva nettamente di cartone da imballaggio e aveva un color testa di moro assai dubbio, ma non c’era altro. Confesso senza vergogna che intorno alla statale, negli anni Sessanta, c’era nei bar la peggior percentuale europea di grappe micidiali, e sono sopravvissuto senza danni gastrici.
Confesso che nell’8o, a Mosca (Olimpiadi), a chi chiedeva quale fosse il miglior vino russo tutti rispondevano il Cabernet bulgaro.
In effetti, gli unici russi erano georgiani: il bianco Tzi- nandali, servito rigorosamente caldo, e il rosso Mukuzani, sempre ghiacciato di frigo. Una pacchia. Confesso che dopo le tappe calde del Tour tira su leggermente il morale anche un Gamay Languedoc, purché fresco. Confesso che non mi piace la birra, ma se sei a Roubaix o a Mons forse è meglio. Confesso, altresì, di aver assaggiato almeno una volta tutti gli anici del Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, e moltissime volte, in dosi massicce, il pastis. Non sono uno che si tira indietro.
Anzi, vado avanti. Affanculo la poltiglia bordolese, le grave sassose, l’affinamento, il ripasso, la vetroresina, la criomacerazione, l’osmosi inversa e la termoregolamentazione. Stiamo parlando di vino o di una centrale atomica? Davvero questo cumulo di nozioni e informazioni che definiamo genericamente sapere non intacca il sapore?
Altro flash. Sono un bambino. Silvana Mangano in Riso amaro. Sconvolgimenti sconosciuti. Curiosità. Calore. Non m’è mai interessato sapere le misure del seno e dei fianchi, neanche dopo. Era una realtà bellissima, emozionante. Era qualcosa con cui confrontarsi, un giorno. Era la voglia di crescere. Era come una musica che resta dentro, ma in un modo diverso da Pianto antico. Ecco, il mio progetto per la vecchiaia è quello di ricreare la stessa nudità, di azzerare scienza, coscienza e conoscenza. Non faccio il sommelier, non faccio il ristoratore, non collaboro a nessuna guida, posso permettermi il lusso supremo dell’ignoranza, della tabula rasa. Questo mi renderà socialmente poco gradito perché starò ai margini delle diatribe sul cuoio di Russia e la ginestra vesuviana, e pazienza. Nemmeno nel più scassato bar di Beaune ammetterò sentori di merde de poule. Dirò solo nome, cognome e numero di matricola se catturato dai nemici e invitato a identificare la rosa canina in un Rouché, o Ruchét. Non dirò più perlage, prise d’écume, bidule, liqueur d’expédition, pupitre, cru, cuvée. Non sarà una grande rinuncia.
Continuerò a bere, sarò più impregnato che impegnato, più libero che libro, più d’istinto che distinto, più corto che colto, più nudo che nodo, più aperto che esperto, più formato che informato (penso) e deformato (spero), più carnale che canale, più fanale che banale, più bocca che bacca, più sostanza che costanza, più tralcio che stralcio, più piuma che puma, più ramo che remo, più palato che pelato, più grumo che gramo, più uomo che duomo, più voglia che doglia, più ballo che bollo, più bello che bullo, più buono che suono, più felce che falce, più campagna che campana, più acino che acido, più mite che mito, più passito che passato, più storia che scoria, più riso che reso, più naso che raso, più luce che duce, più commosso che commesso, più caldo che saldo, più carezza che cavezza, più festa che testa, più gola che gala, più fisarmonica che filarmonica, più colore che dolore, più tanto che tonto, più avvinto che avvento, più rose che pose.
Datemi quel che volete: Pallagrello o Dolcetto di Dogliani, Condrieu o Vermentino. Potrei stupirvi con parole nuove, ma non siamo a teatro, non datemi niente che mi arrangio da solo. Dimenticavo: gradi Babo, aborto floreale, cloni, nuances, tartrati. Affanculo anche loro.